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  • 06ago

    La ‘colata’ di Mediapolis

    Nella conca fra Albiano d’Ivrea e Caravino, in provincia di Torino, sessanta ettari di proprietà della Olivetti, originariamente inedificabili anche per vincolo idrogeologico, sono stati destinati a ospitare un parco tematico del tempo libero e della cultura, con tanto di centro commerciale di 50.000 mq, parcheggi annessi e immancabile cinema “multiplex”. Oltre a chiedersi se nell’iper-urbanizzato nord Italia serve davvero l’ennesimo “parco commerciale”, a molti ciò che sta avvenendo alle porte di Ivrea in realtà sembra solo una enorme operazione immobiliare, nata da interessi privati mimetizzati da motivazioni culturali.

    La scelta degli enti pubblici di stanziare risorse cospicue per questa grande opera – dalla Regione Piemonte, che sembra avere molti più fondi di quanto si pensi, ai comuni attigui al prossimo cantiere già attivi nel trasformare in terreni edificabili quelli confinanti col futuro parco tematico – scaturisce da un grande errore di valutazione, almeno agli occhi di chi ritiene il territorio una risorsa da preservare, piuttosto che una fonte (esauribile) di speculazioni edilizie da approvare.

    Dal 1950 a oggi, in conseguenza di grandi opere, boom edilizi e abusivismi vari, è stata letteralmente sepolta sotto il cemento un’area grande quanto tutto il nord Italia a un ritmo di circa 250 mila ettari all’anno, compromettendo definitivamente molte bellezze paesaggistiche ed artistiche del nostro Paese, come è stato messo in evidenza dalla campagna “Stop al consumo di territorio, che proprio in Piemonte ha preso avvio, estendendosi rapidamente al resto d’Italia.

    Opporsi a ulteriori avanzate di ruspe e trivelle, a nuove gettate di cemento è dunque un atteggiamento responsabile e doveroso, soprattutto perché i grandi investimenti nel settore edilizio e il conseguente consumo di territorio oggi non rispondono più a una esigenza reale, ma sono un modo per investire capitali che, spesso, non si sa nemmeno bene chi siano, come nel caso di Mediapolis.

    L’impegno civile a fermare ulteriori distruzioni di territorio, paesaggio e storia, si pone però in un’ottica che corre il rischio di essere concettualmente perdente, perché è una risposta difensiva a iniziative che si giudicano, giustamente, devastanti. Il passaggio che occorre compiere è prendere l’iniziativa di formulare proposte più interessanti non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e produttivo per gli operatori del settore (come la stessa campagna sopra citata ha iniziato a fare nel campo del fotovoltaico).

    Se la parola d’ordine è solo “stop”, infatti, si raccolgono solo i consensi di chi è d’accordo con questo tipo di impostazione. Ciò che serve è invece coagulare i consensi di chi ora è contrario, in modo da potere spostare interi settori di opinione pubblica, di elettorato o, perché no, di imprenditori. Perché va bene evidenziare i danni ambientali che verrebbero causati da progetti faraonici e/o inutili come può essere Mediapolis, ma è molto più importante sostenere, con la stessa forza e lo stesso impegno, proposte finalizzate a indirizzare l’attività edilizia verso la ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente.

    Occorre proporre e favorire la formazione di una nuova lobby di costruttori, per indurre il/i governo/i a promuovere, anche con incentivi, un vasto programma di ristrutturazione energetica degli edifici esistenti, che non esclude l’abbattimento e la ricostruzione totale, nei casi in cui ciò sia più conveniente in rapporto a una valutazione costi/benefici.

    Dagli anni cinquanta in avanti, in conseguenza di circostanze storiche irripetibili e già chiuse, nei Paesi industriali avanzati una grande disponibilità di energia da fonti fossili a prezzi bassi ha portato a costruire le case senza tenere sufficiente conto dei problemi di coibentazione e di dispersione del calore. In conseguenza di ciò, oggi è necessario rivalutare e ristrutturare l’abbondante patrimonio edilizio esistente, invece di coprire un pezzo alla volta quello che si continua a chiamare Bel Paese da un’immensa colata di cemento. Se si decidesse di ristrutturare gli edifici costruiti male in passato ci sarebbe lavoro almeno per i prossimi cinquant’anni. Ma per far ciò occorre utilizzare tecnologie più avanzate, arricchendo le professionalità esistenti ed avendo la soddisfazione (anche etica) che solo le cose ben fatte riescono a dare.

    Fonte: Il Fatto Quotidiano

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