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    Green economy. Profitti in versione “naturale”

    La Nazione Navajo non rinnega i suoi valori originari, ma è costretta a trovare al più presto occasioni di lavoro e di reddito

    Per gli indiani Navajos estrarre il carbone, il petrolio, l’uranio o qualsiasi altra risorsa naturale, significa ferire e tradire la terra che, per cultura, dovrebbero proteggere. Per loro, adattarsi ad un altro tipo di economia, quella “verde”, sarà ancora più semplice. Infatti, il cavallo di battaglia delle elezioni previste il due novembre prossimo per eleggere il nuovo presidente della Nazione Indiana Navajos, è proprio la conversione alla “green economy”.

    Entrambi i candidati, Lynda Lovejoy, che siede al Senato del Nuovo Messico e Ben Shelley, l’attuale vicepresidente della tribù, hanno impostato le rispettive campagne elettorali sulla difesa dell’ambiente e sulla promozione dell’ecologia, temi molto sentiti dalla tribù dei Navajos. Per Lynda Lovejoy, un maggiore sviluppo sarebbe possibile con l’aiuto del sole e del vento. Che, aggiunge Ben Shelley, «sono le più belle fonti di energia rinnovabile che esistano». E precisa: «Ci sono 18 mila case senza luce e riscaldamento. Glieli forniremo con l’energia eolica e solare».

    Sembrano alleati, più che rivali politici. Tra i due, le uniche differenze, e nemmeno tanto sostanziali, riguardano il mezzo attraverso il quale raggiungere la conversione “verde”. La Lovejoy crede che l’apertura di nuovi casinò possa essere la base finanziaria tramite cui garantire la prosperità alla tribù, mentre invece Shelley prospetta l’idea dell’agroturismo.

    E i Navajos? Paradossalmente molti di loro non sembrano convinti delle proposte avanzate. Non perché non amino più il loro territorio, ma perché da quando il governo ha sterminato i capi di bestiame considerati in eccesso, non solo li ha privati della loro fonte principale di sostentamento, ma li ha costretti al lavoro in miniera, unica occupazione disponibile. Come ovvia conseguenza, non essendoci ancora i nuovi posti di lavoro, molti navajos sono costretti a difendere quelli che hanno. Lottando prima di tutto contro se stessi, contro la loro natura di indiani legati al territorio ed alla sua protezione, e costretti invece, per necessità, ad essere i “complici” della sua distruzione.

    Il lavoro in miniera per loro rappresenta un’aggressione alla terra, ma d’altra parte, per molti, senza di esso la sopravvivenza non sarebbe più possibile. La Nazione Navajo è completamente contaminata dal sistema occidentale e quasi non esistono più nemmeno le tradizioni, se non nella versione immiserita del folklore e del marketing. Per fare un esempio, il Shakopee Mdewakanton Sioux in Dakota, che è una comunità indiana riconosciuta a livello federale, si finanzia attraverso varie imprese di Casinò che gestisce e possiede. Alcune di queste società, costruiscono addirittura le tipiche tende indiane, sulle quali verranno poi incisi i marchi delle stesse. E sempre il Shakopee Mdewakanton, ha di recente prestato 86 milioni di dollari al Fondo Green Economy che è stato istituito lo scorso anno dal governo della Nazione Navajo.

    Il prestito servirà a finanziare il progetto, nato nel 2009, che a sua volta dovrà alimentare lo sviluppo dell’economia “verde” della tribù Navajo e creare i nuovi posti di lavoro, che però tardano a materializzarsi. Ma non potrebbe essere altrimenti. Poiché la Nazione Navajo è un’entità sovrana, (istituita dagli Usa per poter firmare trattati, contratti petroliferi e affitti di terreni), quindi fiscalmente autonoma, non può avvalersi degli sgravi fiscali previsti dal governo statunitense per i progetti di produzione di energie rinnovabili, motivo per cui ancora non prende realmente piede lo sviluppo di energie alternative. In più, il tasso di disoccupazione è superiore al 50% ed è in rapido aumento a causa della chiusura di alcune imprese di estrazione, i cui proventi erano diminuiti del 20% dopo che la California, principale acquirente del carbone, aveva deciso di ridurre i rifornimenti, considerandoli eccessivamente inquinanti.

    Più che alla volontà di rispettare l’ambiente, quindi, lo sviluppo della “green economy” è dovuto all’esigenza di ottenere comunque dei profitti. “Naturalmente” compatibili.

    Fonte: La Voce del Ribelle

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