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    La sinistra è morta: ha scambiato lo sviluppo per progresso

    «Non c’è possibile progresso, nello sviluppo: la sinistra è morta perché non l’ha capito». Giulietto Chiesa è pessimista: «Il momento è drammatico, data la crisi globale del sistema e la caccia alle risorse: fra poco, qualcuno verrà a dirci che i beni come la benzina e l’acqua saranno razionati, a disposizione dei soli ricchi, armati fino ai denti. Non c’è tempo da perdere: dobbiamo farci sentire, scuotere l’opinione pubblica dal torpore televisivo». Correre ai ripari? Ma no: «L’unica prospettiva rivoluzionaria, oggi, è affrettare il collasso ormai imminente del sistema: prima crolla e meglio è», dice Massimo Fini, declinando l’invito lanciato a Torino da Maurizio Pallante: costruire un nuovo soggetto politico che si opponga al duopolio destra-sinistra, denunciando la “follia” della crescita e la “menzogna” dello sviluppo illimitato.

    Prove tecniche di alternativa: nel salone del quartiere multietnico San Salvario di Torino, il 16 ottobre si sono confrontate varie correnti culturali, organizzate in movimenti critici. Dalla Decrescita Felice di Pallante a varie liste civiche, dal network “Per il bene comune” ai veterani della Rete Lilliput, dal Movimento Zero di Massimo Fini, polemista principe e direttore de “La Voce del Ribelle”, ai dirigenti di Banca Etica che credono nella necessità di costruire una nuova rappresentanza democratica per far emergere il disagio sociale dell’Italia in crisi e prospettare soluzioni d’emergenza. In sala anche Marco Boschini, coordinatore dei “Comuni Virtuosi”, esponenti No-Tav della valle di Susa, saggisti come Francesco Gesualdi, allievo di Don Milani e collaboratore di Alex Zanotelli. Presenti anche  i “grillini” ma in qualità di semplici uditori, vista la non-disponibilità di Beppe Grillo, determinato a correre da solo anche in Parlamento.

    Base di partenza, la piattaforma proposta da Maurizio Pallante: dopo oltre due secoli di espansione industriale, siamo vicini al capolinea. Fallite anche le manovre per arginare la crisi di sovrapproduzione del 2008: prima i governi hanno ridotto le tasse stanziando fondi pubblici per sostenere la domanda, ma non sono riusciti a far crescere né i consumi né l’occupazione. Unico risultato: boom del debito, fino all’insolvenza. Per evitare la bancarotta, le “ricette” sono state capovolte, con politiche restrittive: che hanno ulteriormente mortificato i consumi e ridotto i posti di lavoro. Le manovre finanziarie non bastano più, perché «l’economia fondata sulla crescita ha già raggiunto il suo limite, o sta per raggiungerlo». La tragedia? Tutte le forze politiche puntano ancora e sempre sulla “crescita”: più consumi, più merci. Unica differenza fra destra e sinistra: la distribuzione del reddito. Ma all’interno di un unico modello economico: quello di 250 anni fa.

    Quello che serve è una nuova economia, dice Pallante, non più basata sulla crescita ma sulla riduzione dello spreco: nel solo settore dell’energia, restaurando edilizia, settore auto e ciclo dei rifiuti, si otterrebbero centinaia di migliaia di posti di lavoro. L’unica crescita ammissibile? Quella dei comparti che possono far decrescere la crisi ambientale. Tecnologie più efficienti: sostituire la quantità con la qualità. Serve un cambio di paradigma, perché destra e sinistra non servono più. «Il confronto si è ormai definitivamente chiuso con la vittoria della destra, che dovunque ha governato ha dimostrato di saper far crescere la produzione di merci di più e più velocemente di quanto non sia stata capace la sinistra», osserva Pallante.

    «La sinistra è stata in grado di competere con la destra solo laddove ha introdotto nel suo apparato concettuale e operativo gli elementi essenziali della cultura della destra». Ma l’economia di mercato ha aggravato i problemi ambientali, economici e sociali: emissioni inquinanti, penuria di materie prime, delocalizzazione delle industrie in cerca di manodopera a basso costo e senza diritti, migrazioni bibliche di poveri. Ridotta a cinghia di trasmissione di un’economia vicina al fallimento, la politica annaspa tra inefficienza e illegalità, corruzione dilagante e partiti-azienda preoccupati di servire interessi finanziari e preservare la sopravvivenza delle nomenklature, proteggendo privilegi di casta. Si tratta, conclude Pallante, di ristabilire una sovranità popolare democratica, basata su una più equa ripartizione delle risorse.

    L’assemblea di Torino è servita a saggiare il terreno, misurando lo spazio di possibili convergenze o, al contrario, sgombrando il campo da equivoci: «Noi non crediamo nella democrazia rappresentativa», dichiara Massimo Fini, che si aspetta un’imminente catastrofe con il crollo del sistema capitalistico e un inevitabile ritorno alla pre-modernità: «Guardate la guerra in Afghanistan: l’esercito più potente del mondo non riesce ad avere la meglio sui guerriglieri-pastori. E’ la rivincita dell’uomo sulla macchina». Di diverso avviso Giulietto Chiesa, che a differenza di Fini crede nei media: «Noi non esistiamo perché non siamo in televisione. Dobbiamo assolutamente cominciare a comunicare: creando un ponte immediato fra l’Italia e il resto del mondo, perché ormai qualsiasi cosa accada a Roma dipende direttamente da quello che accade a New York, a Bruxelles, a Pechino. Solo che il pubblico non lo sa, perché nessuno glielo spiega».

    Non ci credete? «I giornali non l’hanno ancora scritto, ma le prime 20 banche del mondo sono già fallite», avverte il coordinatore di Banca Etica. «I governi hanno permesso loro di presentare conti truccati, rimettendo a bilancio i titoli tossici della grande crisi». E’ ormai una sorta di dittatura planetaria, quella della finanza, e fa sorridere il vecchio sogno marxista della proprietà operaia dei mezzi di produzione: oggi le industrie non sono più neppure titolari dei loro macchinari, tutti in leasing. Il padrone unico è la banca. Ricordate Padoa Schioppa, il ministro prodiano dei “bamboccioni”? Ora fa il commissario europeo della crisi greca, per conto della Bce. Un nuovo soggetto politico, dunque? Sì, convengono i partecipanti all’assise di Torino: servirebbe almeno a smascherare il sistema, perché gli attuali partiti non potrebbero farlo. Sono tutti prigionieri del secolo scorso, e tutti ricattati dal potere di un denaro sempre più virtuale e drogato.

    Dal canto suo, Pallante propone di valorizzare le esperienze di base, creando un network che metta insieme, su scala nazionale, il potenziale delle liste civiche che ormai fioriscono quasi ovunque, per intercettare il disgusto dell’elettorato verso il “teatrino della politica”, costringendo i partiti a misurarsi sui problemi reali del territorio: acqua pubblica, infrastrutture, lavoro, grandi opere, energia rinnovabile, rifiuti, inceneritori, discariche. C’è un’Italia che raccoglie firme tutti i giorni, combattendo una guerra civile per i diritti. E un’Italia che scende in piazza reclamando lavoro e auspicando, ancora e sempre, crescita. Bisogna dirle che la parola d’ordine è sbagliata: la crescita dell’economia del 1800 non fa che alimentare un tumore planetario, per il quale non ci sono più medici né cure. Smettiamo di voler crescere, grida l’assemblea di Torino, e organizziamoci per sopravvivere: vedrete, staremo tutti molto meglio.

    Fonte: Libre

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