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    Un gruppo di lavoro sulla transizione agroalimentare (seconda parte)

    Il punto di arrivo della transizione

    Dieta basata su prodotti vegetali e conseguente abbandono della zootecnia e della pesca. Se zootecnia e pesca sono intrinsecamente insostenibili è ovvio che il primo elemento qualificante della transizione deve essere il ritorno ai cibi di origine vegetale che per millenni sono stati la base dell’alimentazione di gran parte dell’umanità. Su questo punto c’è poco da dire che non sia già stato detto (già negli anni ’70 del XX secolo Lester R. Brown indicava in maniera netta questa necessità [9]), c’è invece tutto da fare. Si registrano ancor oggi diffusissime resistenze nei confronti dell’alimentazione priva di prodotti animali, esse tuttavia sono da considerarsi di natura esclusivamente ideologica. Non esistono in realtà ragioni biologiche che giustifichino una dieta a base di cibi animali, anzi è vero il contrario. Evolutivamente, l’uso di alimenti di origine animale è un’acquisizione relativamente recente, che ha influito poco sulla struttura corporea umana [8]. Se da una parte è vero che l’adattamento all’onnivorismo fa sì oggi che una dieta comprendente in quantità equilibrata cibi animali non sia innaturale per l’uomo, dall’altra è vero che essi non sono necessari. Ad esempio, l’American Dietetic Association si è più volte espressa favorevolmente circa le diete prevalentemente o totalmente vegetali. Il ritorno a questo tipo di alimentazione consentirebbe una forte riduzione delle terre coltivate, porrebbe un drastico freno alla distruzione delle foreste primarie e ai fenomeni di degrado del suolo, abbatterebbe del 18% le emissioni di gas serra, ridurrebbe i consumi di acqua e renderebbe disponibili per l’uomo grandi quantità di cibo oggi fagocitate dagli allevamenti.

    Decentramento e localismo della produzione e della distribuzione. E’ privo di senso che la produzione di una fra le più semplici e quotidiane di tutte le risorse, il cibo, dipenda totalmente dalle regole del mercato, per di più secondo procedimenti produttivi tipici dell’industria. Qui più che altrove appare come naturale l’abbandono delle tecniche intensive e della meccanizzazione, fortemente dipendenti dalle fonti fossili, in favore di una forte riduzione della scala produttiva e della suddivisione della produzione sui tre livelli costituiti dall’autoproduzione individuale, dall’autoproduzione collettiva a livello di comunità locale secondo il modello costituito dalle classiche economie di villaggio delle società che E. Goldsmith chiama "vernacolari", e infine da una presenza puramente accessoria del mercato tramite l’acquisto individuale o collettivo da produttori locali. Questo tipo di mercato consente un contatto diretto produttore-consumatore da cui può conseguire una visione diretta da parte di quest’ultimo delle modalità di produzione e dunque la consapevolezza della loro natura. E’ opportuna una riduzione del ricorso a cibi non producibili localmente e l’acquisizione di questi ultimi tramite il commercio equo. L’insieme di queste pratiche consentirebbe l’applicazione generalizzata dell’agricoltura biologica in tutte le sue forme ma soprattutto l’impostazione di sistemi permacolturali con una organizzazione del territorio in cui strutture insediative, terreni destinati alla produzione agricola e zone totalmente non antropizzate si compenetrano con fluidità facendo scomparire l’antinomia città-campagna. E’ anche evidente che un simile modello produttivo implica una transizione della struttura sociale verso una rete di comunità solidali di dimensioni ridotte sostenute da un’economia prevalentemente locale.

    Alimentarsi secondo il luogo e la stagione. Trovarsi in una sana relazione con il luogo in cui si vive, interagire positivamente con le sue peculiarità è il punto essenziale di un corretto modo di essere sulla Terra. In campo alimentare ciò si traduce, fra l’altro, nella cura della specificità delle alimentazioni in funzione del luogo e della stagione. La diffusione delle pratiche autoproduttive alimentari conduce in maniera naturale a questo risultato: constatare che in Piemonte non si possono coltivare gli ananas e che a dicembre nel proprio orto non sono disponibili pomodori freschi, e giungere a percepire ciò non come una carenza bensì come una condizione naturale e salutare, significa aver cominciato a rimettere piede all’interno dei cicli biologici di cui, in quanto organismi viventi, siamo parte.

    Aspetti nutrizionali. Un punto fondamentale di una dieta corretta è l’abbondanza, in quantità e varietà, di cibi vegetali che, come abbiamo detto, sono sufficienti a formare da soli una dieta pressoché correttamente bilanciata. E’ opportuno privilegiare vegetali non raffinati o poco trasformati, ovviamente coltivati in maniera naturale e con esclusione di prodotti OGM. Il consumo di latte e uova non è necessario, e qualora lo si volesse introdurre nella dieta lo si dovrebbe fare in maniera estremamente misurata perché rischia di portare a un eccesso di grassi e proteine animali, con tutti gli inconvenienti delle diete onnivore. E’ invece privo di inconvenienti il consumo di grassi vegetali [7].
     
    Cultura ecosistemica del cibo. Più dell’energia, più dell’acqua, più di qualsiasi altra cosa, l’atto di procurarsi il cibo ci mette di fronte al rapporto fondamentale con il luogo di cui siamo parte visto come ecosistema, cioè come comunità vivente. La relazione che instauriamo con il cibo dichiara la nostra visione culturale della biosfera e della nostra posizione in essa. E’ specchio di quanta pretesa di dominio su di essa e quanta volontà di coesistenza in essa abbiamo in noi. Una transizione verso una corretta alimentazione implica dunque un mutamento culturale di ampia portata che trascende i confini pratici del settore agroalimentare e perfino i problemi di riorganizzazione sociale per coinvolgere la totalità del rapporto fra l’uomo e tutti gli altri abitanti della Terra.

    Note
    [7] Luciana Baroni, I vantaggi dell’alimentazione vegetariana, SSNV, 2003.
    [8] Carlo Consiglio e Vincenzino Siani – Evoluzione e alimentazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.
    [9] Lester R. Brown, I limiti alla popolazione, Mondadori, Milano, 1973.

     

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