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  • 22nov

    Epidemiologia, la bestia nera del nucleare

    L’epidemiologia è definita come «la disciplina biomedica che si occupa dello studio della distribuzione e frequenza di malattie e di eventi di rilevanza sanitaria nella popolazione». In poche parole, la nemica numero uno di chi fa affari inquinando. E l’Italia ha un paio di primati, in questo senso: l’abbondanza di faccendieri senza scrupoli e la corrispettiva penuria di studi epidemiologici, che sarebbero d’intralcio ai vari business delle varie cricche affaristico-politiche. Altrove, ad esempio in Germania, le cose vanno molto diversamente.

    Nell’ottobre scorso è stato infatti pubblicato uno studio epidemiologico relativo al rapporto tra nascite e prossimità alle centrali nucleari, in Germania e Svizzera. Gli estensori dello studio, Kusmierz, Voigt e Scherb, sono tra i maggiori scienziati tedeschi, e hanno operato per conto del “Centro di ricerca tedesco per la salute ambientale di Monaco”. Il fine era quello di capire se la mera vicinanza di centrali nucleari ha statisticamente un qualche effetto sulla salute dei cittadini, anche in assenza di incidenti conclamati.

    Il punto di partenza è stato l’analisi degli effetti dell’incidente di Chernobyl sulle nascite in Ucraina e nelle regioni investite dalla nube radioattiva. Solo dieci giorni fa, al Festival della Scienza di Genova, il sedicente ricercatore Stuart Brand, ex ambientalista e ora nuclearista convinto, in un convegno organizzato guarda caso dall’ENEL sosteneva che nell’area di Chernobyl, dopo pochi anni dall’incidente, si sta così bene che la flora è ricresciuta rigogliosissima, tanto che ci si potrebbe aprire un parco nazionale… I ricercatori tedeschi rilevano tutt’altro, a partire dallo studio delle nascite.

    In media nascono 105 femmine ogni 100 maschi. Da anni è accertato che gli effetti delle sostanze tossiche di origine nucleare hanno effetti devastanti sugli embrioni, specie quelli femminili, e quelle proporzioni sono state sovvertite nelle aree contaminate dalla nube della centrale sovietica. È stato stimato, non certo dall’ONU né dall’AIEA, che da sempre tentano di ridimensionare il problema, in un milione il numero di bambini e bambine mai nati in Europa a causa dell’incidente della centrale ucraina.

    Ma la parte più interessante dello studio riguarda i cosiddetti “incidenti di basso livello”, generalmente derubricati come “guasti”. Quelli insomma di cui in genere non si ha notizia. È ad essi che vengono attribuite tutte le conseguenze sanitarie rilevate studiando le conseguenze sulla popolazione residente in un raggio di 35 chilometri da 31 centrali nucleari tedesche e svizzere, nell’arco di quarant’anni. In quelle aree si contano 20.000 aborti spontanei in eccesso rispetto alla norma e un netto aumento dei casi di tumore infantile o deformità.

    Anche quando non esplodono, come in Russia, le centrali nucleari, è accertato, rilasciano nell’ambiente sostanze tossiche o radioattive. Anche le attività che si svolgono a corredo della produzione di energia hanno effetti sull’ecosistema e sulle popolazioni circostanti. La lista dei possibili “incidenti di basso livello” è lunga. A titolo d’esempio, sono considerati tali le perdite nel trasporto e smaltimento delle scorie, gli scarichi di acque contaminate nei corsi d’acqua, la presenza di agenti tossici nel vapore rilasciato in atmosfera che, è vero, non contiene CO2, ma proviene da acqua evaporata entrando in contatto con un nucleo radioattivo, quindi non certo adeguato per un aerosol collettivo.

    È anche per effetto di studi di questo genere che in Germania si è deciso, con il consenso pressoché unanime dei cittadini, di non aprire altre centrali, anzi di dirigersi verso un generale smantellamento in favore di fonti alternative. E qui in Italia? Come detto, gli studi epidemiologici, troppo scomodi per chi lucra sulla distruzione dell’ambiente e della salute pubblica, sono pochi e quei pochi vengono chiusi in un cassetto. Sulla scia dell’ipotesi di un ritorno al nucleare, si è tornato a parlare di riaprire alcuni siti in Piemonte (Trino, Saluggia). In quell’area, l’ultimo studio epidemiologico risale al 2005, elaborato dall’Istituto Superiore di Sanità. Uno studio “preliminare”, e che tale è rimasto. Forse perché rilevava, proprio nel triangolo Vercelli-Stroppiana-Trino, il doppio delle morti per tumore e il triplo delle malattie di origine perinatale rispetto all’intera media piemontese.

     

    Fonte: La Voce del Ribelle

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