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  • 08nov

    I trent’anni che sconvolsero il mondo, il primo romanzo di Maurizio Pallante

    Il piazzale ai piedi di un castello costruito sul pianoro di una collina: una terrazza affacciata sulla vallata sottostante; una specola da cui osservare ogni dieci anni, dai Cinquanta all’abbattimento del muro di Berlino nel 1989, i mutamenti del paesaggio, dei modi di lavorare, di costruire, di vivere, di rapportarsi con se stessi, con gli altri e con il mondo. Una presa di distanza spazio-temporale sufficiente a vedere l’insieme senza perdere i particolari e i particolari senza perdere l’insieme. Un luogo da cui andare e venire, da cui scendere per immergersi nell’evoluzione in corso e in cui tornare per distaccarsene.

    Ambientato nell’hinterland torinese, scenario perfetto degli orrori che hanno caratterizzato i "trent’anni che sconvolsero il mondo", il primo romanzo di Maurizio Pallante descrive il nemico del vero progresso umano, lo sviluppo. Lo fa raccontando la storia di protagonisti e comparse che recitano un ruolo e un copione, identificati dal ruolo e dal copione che recitano: l’Onorevole, l’Arciprete, l’Architetto uno e tot, l’Obbediente-disobbediente, l’Eremita…

    Un autore che sin dall’inizio entra in continuazione in dialogo con questi attori, s’intrufola nelle scene che stanno vivendo, viaggia su e giù nel tempo e nei luoghi, incontrando in questo vagabondare qualche personaggio che li ha frequentati davvero in anni diversi, riscoprendone le tracce e intrecciando qualche complicità. Un suo alter ego assolutamente improbabile, un sociologo australiano di madre finlandese, Kekko Onussen, che rafforza il punto di vista assolutamente improbabile con cui egli osserva l’evoluzione in corso e si sovrappone a lui fino alla con-fusione dei ruoli.

    Un sociologo straniero, Onussen, che se avesse visitato quel luogo negli anni ’50, quando era ancora quasi un paese, per poi tornarvici negli anni ’60, quando si stava trasformando in città, e infine negli anni ’70 quando lo era ormai diventata, "non avrebbe mai sospettato che nel primo decennio l’amministrazione fosse stata di centro-destra, nel secondo di centro-sinistra, nel terzo di sinistra".

    Trent’anni di trasformazioni, ma anche di battaglie, vere o simulate, nelle quali la Casta industriale e finanziaria torinese e le coop rosse, entrambe predicanti per vie diverse produttivismo, industrialismo ed espansione, sono finite ingloriosamente sedute alla stessa tavola. Per spartirsi la torta, sì, ma allo stesso tempo incapaci di fronteggiare l’assedio dei rifiuti e le minacce di una folla di consumatori compulsivi impazziti e pronti ad assaltare i supermercati.

    In questo suo primo romanzo Pallante non risparmia nessuno, tanto meno politici, spesso cattolici, sempre più ridotti a servi ottusi e corrotti del pensiero unico di industria e finanza. Rappresentanti rozzi e sbrigativi di una destra ed una sinistra che sono state complici nel creare un immondezzaio di false promesse che hanno rubato all’uomo la libertà guadagnata nei secoli precedenti, tradendone la felicità, in più avvelenando la terra, l’acqua, l’aria.

    E rubando il futuro, per creare un sistema irresponsabile fondato sulla produzione suicida e sui sempre crescenti consumi e rifiuti, in cambio di profitto a qualsiasi costo. Una dittatura dell’economia sorretta dal potere di partiti che, con il teatrino delle elezioni, hanno illuso ed illudono il pubblico pagante con la farsa della democrazia.

    Uno scritto spietato e dal forte contenuto ideologico, ma non per questo privo di una sottile e tagliente ironia. Un punto di vista che capovolge la valutazione delle grandi trasformazioni avvenute nei trent’anni che gli economisti hanno definito ‘gloriosi’ e che presenta il mondo alla rovescia, dissacrando le convinzioni più sacre, sacralizzando quelle disprezzate, smascherando ferocemente l’inconsistenza delle idee più serie, riscoprendo la forza di quelle considerate banali, lacerando il velo degli osanna che ricopre la bruttezza e la volgarità diffuse, ricercando con l’amore e la pazienza di un archeologo la bellezza nei frammenti in cui ancora persiste e l’autonomia di pensiero nelle persone che ancora la coltivano.
     

    Fonte: Il Cambiamento

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