• 10nov

    La Decrescita è (solo) vegetariana?

    Vorrei rispondere al testo recentemente apparso sulla formazione di un gruppo di lavoro sulla transizione alimentare.  Non so se si tratta di una base per l’avviamento di un dibattito o se di una posizione già presa e definitiva da parte del MDF.  Ad ogni modo spero di poter approfittare di questo spazio per esprimere alcune perplessità che mi sono sorte leggendolo, sebbene sulla maggioranza delle cose che vi sono espresse mi trovi sostanzialmente d’accordo.

    Mi domando se la Decrescita debba essere un movimento per soli vegetariani, se il tipo di argomenti alla base di una scelta vegetariana siano quelli peculiari della prospettiva decrescente o se invece questa non riguardi essenzialmente un approccio ai modelli economici dotato di un senso della misura che possa ridimensionare tutte le attività umane fino a riportarle a proporzioni sostenibili dagli ecosistemi e che si manifesti altrettanto come un buon-senso comprensibile da molti, evitando posizioni estreme e riuscendo ad aggregare consenso politico.

    A dire il vero sono stato vegetariano anch’io, per tre anni, dai 16 ai 19, e considero l’opzione vegetariana una scelta personale nobile e meritevole.  Ho smesso, però, quando sono venuto a vivere in campagna: ho trovato che anche l’allevamento e l’uccisione per alimentazione di altri animali rientra nell’insieme del funzionamento della Natura e nel sistema economico contadino (proprio nel senso di ecos-nomia, del rapporto con e gestione de l’ambiente ecosistemico di cui si fa parte secondo le sue proprie leggi). In natura gli esseri, nella misura del necessario, si uccidono tra di loro.  In natura il conflitto ed anche la sopraffazione sono elementi della realtà; e lo sono sempre stati anche della realtà umana, che ci piaccia o no.  Temo sia impossibile, purtroppo, immaginare un mondo dove questo non esista.  Già sperare che si facciano strada le indicazioni per una riconversione decrescente del mondo sembra molto ottimista, ma addirittura puntare al giardino dell’Eden, mi pare un po’ troppo. Migliaia di specie animali si estinguerebbero se tutte dovessero essere vegetariane, moltissime civiltà e culture umane tradizionali (come ad esempio i Mongoli, gli Eschimesi, i Masai…. ) dovrebbero scomparire. Perfino nella lunga storia di una civiltà come quella indiana ci sono stati passaggi cruenti, non privi di vittime, senza i quali essa non avrebbe raggiunto quel livello di benessere tale da potersi permettere di produrre filosofie di non violenza come quella vegetariana.  Non riesco ad immaginare bande di primi esseri umani vegetariane: penso piuttosto che mangiassero quel che potevano secondo ciò che, senza troppo sforzo né troppo rischio (laddove possibile) l’ecosistema gli offriva. 

    Capisco che possa sembrare antropocentrica la posizione di chi si arroga il diritto in quanto umano di uccidere altri animali per mangiarseli, ma non si tratta di un “diritto”: non c’è qualcosa come “i  diritti” in natura (e anche tra gli umani la capacità di farne valere dipende in genere dai rapporti di forza).  Si tratta di un fatto, un fatto tra i più comuni da che mondo è mondo.  L’idea di poter rendere questo mondo pulito da ogni traccia di violenza, conflitto, sopraffazione, di renderlo “migliore”, ad immagine e somiglianza di ciò che ci appare “giusto”: forse proprio questo è antropocentrismo.

    Il fatto di essere umani non ci esime da quello di essere animali umani, parte della Natura e funzionanti secondo le sue leggi.
    Gli strumenti di comprensione, di saggezza, di autocontrollo che abbiamo come specie umana possono permetterci certamente di ridurre al minimo possibile le occasioni di conflitto, di trovare nella stragrande maggioranza – auspicabilmente nella quasi totalità – dei casi alternative alla violenza ed alla sopraffazione.  Non di abolirle dalla realtà.  In ultima analisi noi la realtà (e per realtà intendo la Natura) non possiamo “migliorarla”, ma solo comprenderla ed imparare sempre più profondamente il modo migliore (dal punto di vista più ampio possibile) di muoverci dentro ad essa così com’è.
    Credo che, se la Decrescita vuole essere una visione veramente eco-centrica, dovrebbe sapersi  differenziare da molti approcci ambientalisti-protezionisti che vedono la natura come “altro dall’uomo” – per quanto in positivo – e concepirla piuttosto come ecosistema del quale siamo parte: se vogliamo vedere le cose dal punto di vista ecosistemico, dobbiamo farlo in termini di equilibri ecosistemici, dinamici e funzionanti secondo linee che sono proprie del sistema naturale nel suo complesso e non di un punto di vista umano che su di esso si proietta.

    Faccio l’esempio di una polemica che c’è stata in Francia tra José Bové e gli animalisti a causa del fatto che il famoso contadino altermondialista si è espresso a favore dell’autodifesa dei pastori contro i lupi che gli uccidevano le bestie e delle loro ragioni per sparargli per ridurne il numero.  Se vogliamo vedere le cose nel senso della difesa della vita (specialmente di una specie selvatica ed affascinante) “senza se e senza ma” possiamo prendere le parti del lupo (peraltro infischiandocene delle pecore – oppure rifiutando il fatto stesso che queste debbano essere allevate per trarne alimenti).  Ma, se vediamo la cosa in modo più ampio ed ecosistemico, è certamente un bene se sempre più persone possono vivere come pastori e contadini, autoproducendosi sostentamento e  reddito secondo un’economia integrata con la Natura, anche ripopolando terre marginali e montane dove poco altro che l’allevamento può dare di che vivere.  Se molte, moltissime persone, potessero sottrarre, col proprio destino economico-lavorativo, il sostegno ad un sistema industriale-consumistico globalmente distruttivo trovando un modo di vivere integrato con la Natura (per esempio) con le pecore in montagna, dal punto di vista dell’insieme dell’ecosistema, questo avrebbe certamente più rilevanza di qualche schioppettata tirata a qualche lupo di troppo. 
    Chiedo scusa della brutalità, ma a volte sembra di incorrere in una sorta di “ambientalismo da cittadini” che può anche essere lodevole nelle intenzioni, ma che è spesso carente nel sapersi mettere dal punto di vista dell’insieme ecosistemico naturale così com’è, come funziona, al di là di come ci piacerebbe a noi.
     
    Allora, anche nel caso dell’alimentazione carni/pescivora, credo che il punto da inserire in un programma politico da proporre (anche solo come prospettiva di lungo termine) alla società sia riguardo al modo in cui avvengono queste “produzioni” e alla misura di questo tipo di “consumi” (per usare parole già brutte e a maggior ragione in questo caso in cui parliamo di esseri viventi), non puntare alla loro abolizione assoluta – scelta nobilissima che direi appartiene, però, al senso etico individuale, il quale si trova su un piano diverso.

    Come è riconosciuto già nel testo, occorre unire all’utopia una misura di realismo, altrimenti si rischia di far discorsi improponibili in termini di proposta politica – se è questo di cui stiamo parlando.  E la convinzione sulle ragioni del vegetarianesimo in quanto tale, a me onestamente non sembra sia molto diffusa nel nostro paese, né radicata nella nostra storia e nella nostra cultura.  Ma soprattutto mi sembra che le posizioni vegetariane (o meglio vegetarianiste) coinvolgano argomentazioni e considerazioni estranee o almeno non necessarie al discorso complessivo della Decrescita.
    Ciò che invece in tale contesto è certamente ineludibile è una critica radicale alle modalità di produzione del cibo di origine animale e alle proporzioni del suo consumo nelle società sviluppate.  Questo è un discorso sacrosanto, ma è altro dalla scelta vegetariana tout-court.

    Non c’è mai stato un mondo con un’umanità vegetariana, per cui non possiamo sapere quali conseguenze produrrebbe sugli equilibri biologici planetari.  Ciò che sappiamo per certo, invece, è che, nella storia del mondo, le società degli attuali paesi ricchi ed emergenti con i loro livelli di consumo di carne e pesce sono una insostenibile anomalia.  Nella dieta della generalità dei popoli tradizionali (compresi quelli occidentali prima del “boom economico”) carne e pesce erano (e sono) presenti, ma né ogni giorno, né – per molti – ogni settimana.  E normalmente l’uso non è di mangiare un’intera bistecca o un intero pesce a testa, ma pezzetti dell’uno o dell’altro spesso mischiati a delle verdure. Si tratta inoltre di cibi cari e perciò usati in occasioni, se non proprio straordinarie, comunque un po’ speciali e distanziate nel tempo. Certo tutt’altra cosa rispetto ai nostri frigoriferi pieni di confezioni che in percentuale significativa vengono buttate senza neanche aprirle.

    Credo che i danni alla salute ed al pianeta provocati da pesca e zootecnia siano dati dalla quantità spropositata dei loro prodotti che vengono acquistati e non dal fatto in sé che esistono persone che allevano o pescano come sempre è stato da millenni a questa parte.  Il punto è che sono le tecniche e le quantità che andrebbero strettamente regolamentate e controllate: dovrebbero essere permesse solo aziende di dimensioni contenute con un numero limitato di capi i quali dovrebbero avere spazio sufficiente per pascolare, muoversi ed alimentarsi in modo naturale, fare una vita “dignitosa” per la loro specie; la pesca dovrebbe esser permessa solo ad imbarcazioni piccole dalla limitata capacità di pescato ed anche lì le tecniche dovrebbero essere regolamentate in modo da garantire un impatto facilmente sostenibile dagli ecosistemi.

    In sostanza si dovrebbero recuperare le conoscenze e le tecniche tradizionali su piccola scala unendole alle facilitazioni tecnologiche a minimo impatto ed alle attuali conoscenze sul funzionamento e l’autoregolazione degli ecosistemi ed a partire da questo implementare regole del tutto nuove di allevamento e pesca. A ciò andrebbero affiancate misure per un trattamento il più possibile rispettoso ed incruento degli animali – cosa che comunque ogni allevatore che abbia motivo di essere soddisfatto del suo lavoro tende a fare spontaneamente.
    Il costo ambientale delle attività di allevamento e di pesca dovrebbe essere accollato alle aziende responsabili.

    Tali regole renderebbero zootecnia e pesca industriali impossibili e polverizzerebbero la produzione su un gran numero di aziende piccolissime a livello familiare o poco più.  Aziende contadine.  I volumi complessivi di produzione si ridurrebbero notevolmente e la qualità aumenterebbe senza paragone, mentre ciò creerebbe anche posti di lavoro dato l’aumento di manodopera necessaria con questo tipo di tecniche; ma senza che questo comporti investimenti eccessivi per avviare un’attività in questo campo trattandosi in questo modo di produzioni a basso impiego tecnologico e forte valore aggiunto di lavoro umano e competenze.

    Ovviamente il prezzo della carne e del pesce aumenterebbe  notevolmente.  Questi prodotti tornerebbero ad essere per le occasioni speciali (ora, senza esagerare: ragionevolmente potrebbe essere un pasto da una volta o due a settimana per una famiglia media) e la qualità diventerebbe un requisito indispensabile. Questo, insieme alla diffusione capillare di aziende piccolissime, agirebbe in controtendenza all’accentramento della distribuzione e favorirebbe il rapporto diretto produttore-consumatore con la conseguenza collaterale di un contatto più diretto con le realtà dove nascono i prodotti e più in generale di un cambiamento culturale.

    Si tratta, in buona sostanza, di una riconversione della produzione del cibo – ed ora non mi riferisco più solo a carne e pesce, ma a tutto il cibo – da un modello industriale ad un modello non agricolo-imprenditoriale, ma contadino.
    Alcune caratteristiche distintive del modo contadino del fare agricoltura sono:
    – l’essere diretto al maggior valore aggiunto possibile,
    – la generazione di reddito in maniera indipendente usando, quanto più possibile, risorse autocreate ed autogestite,
    – il produrre a partire da una base di risorse limitata di cui dunque deve essere conservata la qualità/salute biologica e che deve essere utilizzata con metodi ingegnosi ed autonomi che tengano conto degli effetti a lungo termine,
    – l’avere limiti di sviluppo possibile già contenuti nella misura della base di risorse disponibili,
    – l’essere un’agricoltura intensiva e non estensiva ed una produzione rivolta ad una varietà di prodotti diversi,
    – il partire da una base di risorse integrata (non divisa in elementi contraddittori come lavoro e capitale o lavoro manuale ed intellettuale…) in cui le risorse materiali e sociali disponibili rappresentano un’unità organica e sono possedute e controllate da chi è direttamente coinvolto nel processo lavorativo,
    – la centralità del lavoro e della qualità/cura delle risorse/mezzi di produzione insieme all’inventiva per migliorarle  con i mezzi limitati a disposizione,
    – il trattarsi di una produzione solo parzialmente rivolta al mercato ovvero, in termini “decrescenti”, di beni che solo in parte sono destinati a diventare anche merci,
    – il rivolgersi ad un mercato personalizzato, con un volto, a consumatori con i quali va costruito e mantenuto un rapporto di fiducia. 1

    Nell’Italia di oggi questo modo contadino di produrre cibo è schiacciato sotto una serie di normative  fiscali, igienico-sanitarie, di giurisdizione sul lavoro, legali, burocratiche ecc… ecc.. che lo rendono pressoché impossibile, sempre sull’orlo dell’essere fuorilegge e costretto a dipendere da tecnici ed associazioni di categoria  che fanno soprattutto i propri interessi.  Ciò è perché le normative sono concepite a misura di agricoltura industriale mentre ciò che servirebbe è uno spazio legale – e dunque regole semplificate apposite – per l’agricoltura contadina e la vendita dei suoi prodotti.
    Concepire, sostenere e rendere effettiva una tale legislazione – anche in attesa di un clima culturale diverso in cui norme restrittive impediscano zootecnia e pesca distruttive – significa dare spazio di mercato a prodotti di vera qualità che una volta diffusi e facilmente disponibili potrebbero fare una dura concorrenza ai cibi industriali.

    Un’altra cosa che occorre è lavorare per una maggiore informazione/consapevolezza della centralità della produzione del cibo fatta in un determinato modo non solo per la qualità di ciò che si mangia (il che già basterebbe), ma per la salvaguardia del paesaggio e del territorio, per la biodiversità, per l’occupazione, le risorse idrogeologiche ecc… ecc… Una tale consapevolezza diffusa dovrebbe far accettare a sempre più persone che il cibo prodotto in un modo (a 360°) sano va pagato per il lavoro (e le rinunce) che costa e che la gente che vive in città e non può lavorare direttamente alla sorgente della riconversione complessiva che l’agricoltura bio-contadina può realizzare  dovrebbe sostenerla spostando la propria capacità di spesa dai gadget consumistici tecnologici e modaioli al cibo di qualità – e magari a qualche gita per vedere le mille piccole aziende dalle quali nasce oggi del buon cibo e potrebbe rinascere domani un mondo più sano.

    1 (questa serie di punti è in parte tratta ed adattata da “I nuovi contadini” di Jan Douwe van der Ploeg – Donzelli Editore).

    www.ecofondamentalista.it

     

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