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  • 15nov

    No alle centrali nucleari: c’è ancora vita su questo pianeta

    Ma chi l’ha detto che sia un male opporsi a un male, a maggior ragione se può pregiudicare il bene primario della salute, che ti entra direttamente nel giardino di casa? Con la formula “nimby” (“not in my backyard”, non nel mio giardino) i benpensanti condannano quanti, fra comitati di cittadini ed enti locali, si ribellano alle decisioni calate dall’alto in nome del cosiddetto “interesse nazionale”. È avvenuto anche per la recente bocciatura delle leggi regionali di Campania, Puglia e Basilicata contro l’installazione di centrali nucleari da parte della Corte Costituzionale. Il no della Consulta è motivato sotto un profilo strettamente giuridico, e cioè l’invasione di campo delle Regioni su materie, la tutela della sicurezza e dell’ambiente, di competenza esclusivamente statale. Ma è l’aspetto politico ad interessarci qui, e politicamente è venuta l’ora di dirlo: il superiore bene patrio è una grandissima balla.

    Prima di tutto, per una ragione fattuale. Il nucleare è una tecnologia dispendiosa, rischiosa, che rende meno di quello che costa, in smobilitazione in tutto il mondo (tranne che in Francia che ha puntato tutto su di essa, e che ormai deve tenersela) e che soprattutto, in un’ottica di necessaria o volontaria decrescita economica, non ha senso. Ma ha senso per chi ci lucra, ovvero per i costruttori, la grandi compagnie energetiche col loro indotto. Altro che interesse nazionale: dietro c’è, al solito, un molto più particolaristico interesse economico. A spese della collettività che paga il conto, naturalmente. Perché se è vero che il petrolio prima o poi finirà e un’altra fonte di energia bisogna pur trovarla, di sicuro non è una mostruosa macchina di spreco come il nucleare la soluzione per fabbisogni che non crollano soltanto perché ancora il sistema produttivo tiene botta in quanto drogato e sovralimentato da una crescita forzosa e artificiale.

    Poi c’è un altro ordine di ragioni. Di filosofia politica, diciamo. Ed è la risposta alla domanda fatta all’inizio. Noi sosteniamo, chiaro e tondo, che non c’è diritto superiore a quello di potere vivere senza minacce all’ambiente e alla socialità del luogo in cui si vive. Ripetiamo: del luogo in cui si vive. Preciso, identificato, circoscritto, nel quale si abita. Prima vengono le persone in carne e ossa, prima la comunità locale, prima l’esistenza concreta degli individui. Poi tutto il resto. Se questo significa rinunciare a merci e comodità date per scontate, questo è un discorso che bisogna far capire a chi protesta contro il nucleare e poi vuole continuare a condurre una vita totalmente dipendente dalle macchine. Ma moralmente e politicamente è giusto, stragiusto mettere in cima ad ogni considerazione il bene immediato della propria qualità della vita. Altrimenti non si prende mai coscienza del fatto centrale della società dei consumi: non siamo più noi uomini e donne che ci serviamo delle auto, del frigo e del tornio, ma loro che si servono di noi. Noi schiavi che siamo obbligati a comprarli, cambiarli, utilizzarli allo spasmo pena l’implosione dell’economia. Le “grandi opere” come le centrali atomiche sono esattamente le ferite che il totalitarismo dell’economia inferisce nella carne viva delle popolazioni. E vivaddio il sangue che ne esce – la rabbia popolare, l’insorgere delle amministrazioni locali – è il segnale che c’è ancora vita, su questo pianeta narcotizzato.
     

    Fonte: La Voce del Ribelle

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