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  • 22nov

    Tav: come ridurre la val Susa a un corridoio di morti

    Non vorrei sembrare troppo pessimista ma, secondo me, sulla questione Tav la valle di Susa ha comunque perso. Ha perso se la faranno, poiché all’oligarchia medievale di questa repubblica afghana poco importa la sorte di 80.000 sudditi intubati in un corridoio di morti.  Il potere politico ed economico – che sono poi la stessa cosa – sa perfettamente che i  soldi non ci sono ma non può più permettersi di rimandare un’opera già lottizzata e divisa tra famiglie di potenti. Che la Tav sia l’opera più inutile e costosa del XXI secolo lo sostengono tutti i più grandi economisti d’Europa, ma non importa: per noi resterà sempre un’“imperdibile occasione di lavoro e di sviluppo per il territorio”.

    Il rischio, più reale che fittizio, è che l’opera venga iniziata per proseguire nei secoli dei secoli come una Salerno-Reggio Calabria di proporzioni bibliche, una sorta di pozzo di San Patrizio al quale attingere senza troppa fretta. Abbiamo già in valle un piccolo e misconosciuto esempio di lavori ad libitum: l’ascensore del forte di Exilles. Le istituzioni spergiuravano per un anno di lavoro; ora, dopo tre anni, la ferita inferta alla roccia è ancora lì, “mimetica ma visibile”, su quel forte intoccabile e ispiratore di una lunga serie di vincoli paesaggistici che tanto hanno influito sulle teste e sulle tasche degli exillesi ma per il quale, evidentemente, non valgono più di tanto. Misteri del potere!

    Per quanto riguarda il “lavoro e lo sviluppo del territorio” non sarebbe improprio ricordare che per la costruzione dell’autostrada del Fréjus era stata fatta la stessa promessa: lavoro ai valligiani. Ma con le dita incrociate dietro alla schiena, altrimenti non si spiegherebbe perché è venuto su un intero paese della Calabria. Siamo stati zitti per non essere tacciati di razzismo ma poi, per le Olimpiadi, si è riesumato il pinocchio di turno: per i lavori sarà data la precedenza ai valligiani. Infatti arrivarono i romeni a 250 euro al mese e i cinesi stipati in 80 nelle casermette di Beaulard in camerate che al massimo potevano ospitarne 30. Ma tanto loro sono piccoli. Questo la dice lunga sul senso etico dei nostri imprenditori e adesso vogliono farci credere che la Tav diventerà una palestra d’ardimento e di formazione per grandi e per piccini da Almese a Chiomonte.

    Suvvia, signori, siate seri. Poi si lamentano quando la popolazione scende in piazza! Ho detto volutamente “popolazione” e non “popolo”. Nel ventesimo secolo il termine “popolo” è stato storicamente infangato e usurato da fallimentari ideologie di destra e di sinistra, mentre “popolazione” è decisamente meno classificabile politicamente. Popolazione significa uomini, donne, bambini e vecchi che poi siano di destra, di sinistra, gay, berlusconiani, dediti all’alcool o alle donne è una condizione secondaria. Popolazione significa pensiero comune e pensiero comune significa volontà di sopravvivenza. I lucumoni manichei del rosso e del nero sono spaventati e spiazzati dalla “popolazione” poiché non riescono a collocarla politicamente ed è allora che nascono le grandi menzogne: sono solo quattro gatti, sono una minoranza, montanari ignoranti e via dicendo con la limitata fantasia di chi ragiona solo in termini di Pil.

    Del resto in una nazione in cui non ci sono più intellettuali al potere ma solo imprenditori, affaristi, ex veline, finanzieri e palazzinari dediti allo sfruttamento della prostituzione lo sport più praticato, prima ancora che il calcio, non può che essere l’ipocrisia. Dunque, al di là delle note e sostanziali motivazioni di salute pubblica e scempio del territorio che tutti conosciamo meno che i proprietari delle trivelle (ma nessuno è più sordo di chi non vuol sentire) iniziare tale Armageddon ferroviario costituirebbe per la valle un sonora débacle. Se la lugubre e gotica prospettiva del disastro ambientale annunciato non si realizzasse la valle di Susa avrebbe comunque perso. La ritorsione dei feudatari sarebbe inevitabile e non farebbe che aumentare il nostro isolamento. Rimarremmo inevitabilmente soli.

    Sarà allora che dovremo ricordarci che non abbiamo bisogno di treni che da Milano vadano a Lione per fare ciao ciao con la manina vedendoli passare, ma occorrono convogli anche un po’ più lenti da Susa, da Bussoleno, da Oulx a Modane, a Gap, ad Annecy, e su una linea che già esiste ed è sottoutilizzata. Sarà allora che dovremo ricordarci che nei primi anni del novecento i nostri più grandi traffici erano con la Francia. Sarà allora che dovremo ricordarci che – almeno noi dell’alta valle – per 400 anni siamo stati un’unica nazione con l’altro versante delle montagne e non è certo uno stupido confine orografico a farcelo dimenticare.

    Sarà allora che dovremo rimboccarci le maniche per costruire una vera cerniera tra Italia ed Europa che non sia solo un corridoio come qualcuno vorrebbe trasformarci. Tutto ciò indipendentemente dalle ritorsioni romane e del potere. Sara düra, sara düra in ogni caso poiché dovremo farcela da soli, però è l’unica opportunità che possiamo avere dopo anni di abbandono della montagna, dopo il disamore derivato dal miraggio della fabbrica, dopo la grande delusione della crisi, dopo che abbiamo lasciato il nostro territorio in mano a speculatori e affaristi. Qualcuno diceva che non esistono sconfitte, ma solo opportunità. Mettiamola dunque così: se dobbiamo scegliere tra le due sconfitte scegliamo almeno la seconda.

    (Riccardo Humbert, “No Tav, la val Susa ha perso”, intervento diffuso sui giornali locali della valle di Susa. Scrittore e regista, Riccardo Humbert vive ad Exilles in alta val Susa).

    Fonte: Libre
     

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