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  • 22dic

    A Civitavecchia una nuova centrale a carbone

    Ormai da anni il dibattito sul clima e sull’inquinamento ha portato all’evidenza anche dell’opinione pubblica la necessità di un terza rivoluzione industriale, una rivoluzione focalizzata a risolvere il principale problema dell’essere umano su questo pianeta: come produrre energia.

    Questa rivoluzione sarebbe un vero e proprio cambio di scenario in cui l’energia necessaria deriverebbe dall’uso di fonti perpetue e non inquinanti quali il sole, l’eolico (microeolico in particolare), le maree, l’energia geotermica ed elettromagnetica. Certo ancora si cerca di aggiungere a questo mix il nucleare spacciandolo per energia pulita e senza conseguenze, ma nessuno si sogna più di proporre di continuare con le fonti energetiche attuali, carbone e petrolio in primis, indipendentemente dalla vicinanza o meno del picco di queste materie.

    Alla luce di tali evidenze ci si aspetterebbe quindi da parte dei governi l’attuazione di politiche conseguenti, politiche che incentivino lo sviluppo e l’utilizzo delle nuove fonti energetiche pulite e che spingano quanto meno verso la graduale dismissione dei vecchi impianti a carbone, petrolio e via dicendo. Purtroppo in Italia, dobbiamo prenderne atto, non è così.

    Non è così perché il discorso sul nucleare è quello che dobbiamo sentire tutti i giorni, non è così perché da anni gli inceneritori usufruiscono dei famosi contributi CIP6 che dovrebbero essere riservati alle rinnovabili, non è così perché ancora oggi in Italia si costruiscono – sembra incredibile anche solo dirlo – nuove centrali a carbone, l’ultima a TorreValdaliga, a nord di Civitavecchia.

    Questa centrale, inaugurata solo poche settimane fa dopo anni di proteste dei cittadini e di promesse di risarcimento non mantenute, sarà a regime la seconda centrale a carbone d’Italia dopo quella di Brindisi Sud ed emetterà 10,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica per una produzione di 1980 MegaWatt di potenza e 6.500 ore di lavoro annue (quasi 18 ore quotidiane).

    Ma non è finita qui, perché esistono ben altri due progetti per una nuova centrale a carbone a Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria e per la riconversione della vecchia centrale ad olio combustibile di Rossano Calabro.

    "La rivoluzione energetica è in atto grazie alle rinnovabili, chi ci vuole propinare carbone e nucleare parla di combustibili del passato piuttosto che del futuro – dichiara Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio -. A Civitavecchia si è voluto il carbone cocciutamente e contro la volontà dei cittadini e di molte istituzioni ma nonostante ciò continua anche il ritardo nell’attuazione delle prescrizioni a tutela dei cittadini e dell’ambiente. È ora di dare il via al futuro energetico nel Lazio puntando sull’innovazione e sulla competitività, ascoltando le imprese che lavorano sulle rinnovabili e utilizzando le competenze dei lavoratori del settore, ristrutturando ad alta efficienza energetica il nostro vecchio patrimonio edilizio. Dalla Regione Lazio, piuttosto che rimpalli col Governo sul nucleare, ci aspettiamo proposte serie per l’approvazione del nuovo piano energetico regionale, coinvolgendo Province e Comuni per dare spazio a rinnovabili, efficienza e risparmio energetico" conclude Parlati. Come dargli torto?

    Quanto dice Parlati è ancora più vero se si pensa che le centrali a carbone sono tra le più inquinanti del settore energetico. Tanto per capirci, nel 2009 le 12 centrali italiane a fronte di una produzione di energia elettrica pari al 13% del totale hanno emesso il 30% dell’anidride carbonica prodotta dall’intero settore, ovvero 36 milioni di tonnellate di CO2. Questo per un paese che invece di diminuire la propria produzione di anidride come previsto da Kyoto l’ha aumentata di quasi il 15% è una cosa che non si può tollerare.

    Ma non è tutto. L’esperienza che stanno vivendo in questi anni Civitavecchia e TorreValdaliga è un utile esempio di ciò che continuamente succede in molte parti d’Italia. Qui infatti la costruzione della centrale avrebbe portato come unico effetto positivo la costruzione di un parco boschivo di circa 40 ettari che avrebbe dovuto almeno parzialmente bilanciare l’impatto della centrale, peccato che a centrale già attiva del parco non si senta più parlare, anzi il Comune di Civitavecchia avrebbe anche chiesto di eliminare l’intervento di compensazione in cambio di altre attività sostitutive non ben specificate.

    Riguardo a questo Cristiana Avenali, direttrice di Legambiente Lazio, dichiara: "A Civitavecchia vanno subito attuate le prescrizioni per tutelare i cittadini e l’ambiente dall’inquinamento della centrale a carbone. Il sistema di controllo delle emissioni in continuo che fine ha fatto? E il bosco di 40 ettari che doveva mitigare l’impatto della centrale? Il biomonitoraggio che risultati sta dando? E la prateria di Poseidonia in parte distrutta quando sarà ripristinata?

    Il carbone è il combustibile più inquinante per il pianeta, è assurdo che ci si dimentichi di queste cose previste per decreto, chiediamo un immediato intervento della Regione Lazio. Bisogna raccogliere l’appello per la giustizia sociale e climatica, serve responsabilità nelle Regioni come la nostra dove si producono decine di milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno. Bisogna uscire dalla stagione dei combustibili fossili con politiche di risparmio energetico, efficienza e produzione da fonti rinnovabili e pulite".

    Fonte: Il Cambiamento

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