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  • 16dic

    Benessere senza crescita: strategie per la nuova era

    Fra quarant’anni, secondo le previsioni dell’Onu, il mondo sarà abitato da 9 miliardi di persone: potrebbero raggiungere lo standard di benessere garantito dai livelli Ocse solo se il volume dell’economia planetaria fosse 15 volte quello attuale, cioè 75 volte quello del 1950. E se poi allunghiamo la proiezione fino alla fine di questo secolo, la popolazione mondiale avrebbe bisogno di una crescita economica pari a 40 volte l’attuale, cioè un volume 200 volte superiore a quello del 1950. Fantascienza? Ovviamente. Lo dimostra la crisi terminale del sistema, scattata nel 2008: se già oggi risulta impossibile puntellare l’edificio che crolla, sarebbe folle pensare che possa crescere ancora. Unica via d’uscita: ripensare il mondo, come un pianeta dove ci sia benessere senza più bisogno di crescita continua.

    Lo dimostrano l’emergenza ecologica e in particolare quella climatica, di cui i governi mondiali stanno discutendo a Cancun, balbettando timide ricette: non sanno come limitare seriamente l’impatto sull’ambiente, e le disastrose conseguenze sul clima, visto che il modello di sviluppo resta lo stesso di due secoli fa: produrre beni industriali a spese dell’acqua, della terra e dell’aria. Risorse non infinite, e quindi insufficienti per la “crescita illimitata” che continua ad essere l’unico orizzonte degli economisti. Bene, è venuto il momento di voltare pagina: lo sottolinea Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia, presentando l’ultimo lavoro del professor Tim Jackson, che insegna “sviluppo sostenibile” all’università britannica del Surrey. Il titolo del volume, che Bologna curerà nell’imminente edizione italiana, è già un programma: “Prosperity without Growth. Economics for a finite planet”.

    Questo ci serve oggi: un’economia onesta, finalmente realistica, pensata per un pianeta dalle risorse limitate, nel quale sia possibile avere, letteralmente, “prosperità senza crescita”. Un ossimoro? Niente affatto: la contraddizione risiede semmai nel sistema di oggi, che pretende lo sviluppo infinito dell’economia in un pianeta dove la popolazione cresce in modo esplosivo, divorando terra, acqua e aria, mentre il motore dell’industria – il petrolio – comincerà rapidamente a scarseggiare. «Chi riesce a leggere più a fondo la situazione economica e finanziaria mondiale attuale facendo le dovute connessioni – scrive Gianfranco Bologna su “Greenreport” – è sempre più convinto che per reagire efficacemente agli evidenti danni prodotti da una visione economica imperniata sull’obiettivo di una crescita continua, bisogna coraggiosamente e urgentemente voltare pagina», dal momento che «è impossibile immaginare un mondo in cui le cose andranno semplicemente avanti come prima», vista la «drammatica crisi economica e finanziaria che ci stiamo trascinando dal 2008».

    Se già oggi il mondo è in riserva, com’è possibile immaginare che nel 2040 la sua economia sarà cresciuta di 40 volte? «Nella maggior parte dei casi – scrive Tim Jackson – evitiamo di guardare in faccia la dura realtà di questi dati. Assumiamo di default che, a parte la crisi finanziaria, la crescita continuerà all’infinito non solo per i paesi più poveri, dove è innegabile che ci sia bisogno di una qualità della vita migliore, ma anche nelle nazioni più ricche dove la grande abbondanza di ricchezza materiale ormai non ha che un impatto minimo sulla felicità e, anzi, inizia a minacciare le basi del nostro benessere». È abbastanza facile capire il perché di questa «cecità collettiva», continua Jackson: di fronte alla crisi, «i politici si fanno prendere dal panico, le imprese faticano a sopravvivere, la gente perde il lavoro e a volte la casa». Se la spirale della recessione incombe, «mettere in dubbio la crescita è considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari».

    Niente di più sbagliato, avverte il professor Jackson: al contrario, proprio la crisi planetaria è un’occasione irripetibile per mettere in dubbio la teoria della crescita: «L’idea di un’economia che non cresce potrà essere un anatema per gli economisti, ma l’idea di un’economia in costante crescita è un anatema per gli ecologi». Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all’infinito: è una legge fisica, insiste Jackson. «Gli economisti dovrebbero riuscire a spiegare come può un sistema economico in continua crescita inserirsi all’interno di un sistema ecologico finito». In poche parole, ribadisce Jackson, non possiamo che arrenderci all’evidenza: e quindi, mettere in dubbio il dogma della crescita, finora rassicurante ma in realtà pericoloso.

    «Il mito della crescita ci ha delusi», sottolinea Gianfranco Bologna. «Ha deluso il miliardo di persone che cercano ancora di vivere ogni giorno con metà del prezzo di un caffè. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilità economica e certezza dei mezzi di sussistenza. Ed è per questo che Tim Jackson dedica il suo ottimo volume alla comprensione del fatto che quando l’economia vacilla seriamente, come sta accadendo ora, la prosperità senza crescita risulta essere un asso nella manica molto utile».

    Guardiamo in faccia la realtà: è imminente la fine dell’era del petrolio a buon prezzo, la prospettiva è quella di un costante aumento dei prezzi delle “commodity”, è praticamente certo il continuo e progressivo deterioramento di aria, acqua e terra, per non parlare dei crescenti conflitti per l’uso del suolo, delle risorse, dell’acqua, del patrimonio boschivo e forestale e dei diritti di pesca, mentre i governi cercano inutilmente di stabilizzare il clima globale e frenare i cambiamenti sull’ambiente innescati ormai da decenni. E di fronte a questa catastrofe annunciata, avverte Jackson, siamo indifesi: perché non abbiamo altri strumenti che «un’economia fondamentalmente incrinata, che ha un disperato bisogno di rinnovamento».

    Oggi, «la possibilità di tornare a fare affari come al solito è preclusa», dice Tim Jackson. «La prosperità dei pochi, basata sulla distruzione ecologica e sulla continua ingiustizia sociale, non può stare alla base di una società civilizzata». La ripresa economica? «E’ fondamentale», ovviamente. Perché «proteggere l’occupazione e creare altri posti di lavoro è di assoluta importanza». Ma, al tempo stesso, «abbiamo anche urgente bisogno di un rinnovato senso di prosperità condivisa: un impegno più serio per la giustizia in un mondo finito». Questo è il primo, grande traguardo dell’umanità: capire che così non si può andare avanti. Il secondo obiettivo: come cambiare.

    Se i governi sono ridotti a recitare un ruolo da comparse nel grande gioco dell’economia, in attesa che venga ridisegnato lo stesso concetto di “governance” mondiale, tocca innanzitutto agli economisti avanzare soluzioni creative: «La crisi economica ci offre un’opportunità unica di investire nel cambiamento, di spazzare via la logica di breve periodo che ha afflitto la società per decenni, di sostituirla con una politica ponderata che sia in grado di affrontare l’enorme sfida di assicurare una prosperità duratura», continua Gianfranco Bologna, tenendo conto che la vera prosperità «consiste nella nostra capacità di crescere bene come esseri umani, entro i limiti ecologici di un pianeta finito» e ha quindi a che fare con la qualità della vita, la salute, la felicità familiare, la fiducia nella comunità come spazio sociale per un futuro condiviso.

    La formula tradizionale è da buttare: diceva che la crescita avrebbe garantito il benessere di tutti. «Dobbiamo mettere in dubbio che la crescita economica sia ancora un obiettivo legittimo per i paesi ricchi, viste le enormi disparità di reddito e benessere che continuano a esistere sul pianeta e visto che l’economia globale deve fare i conti con i limiti imposti da risorse naturali non infinite», conclude Bologna. «E’ necessario valutare se i benefici della crescita perenne sono ancora superiori ai suoi costi, e analizzare nel dettaglio l’ipotesi che vede la crescita come presupposto essenziale per la prosperità. In poche parole, come fa Tim Jackson nel suo libro, dobbiamo chiederci: è possibile che esista una prosperità senza crescita?» (info: www.megachipdue.info).

    Fonte: Libre

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