• 03dic

    Perchè l’autoproduzione…

    "Autoprodurre qualcosa,poco o tanto, non è un’Ecologia delle Contesse (per usare una espressione ironica del professore e studioso delle merceologie Giorgio Nebbia). E nemmeno l’Ecologia di Nonna Papera o quella delle Giovani Marmotte. Non è uno sfizio per chi ha tanto tempo o non è divorato dall’assillo del mondo che brucia. La sobrietà creativa come pratica di equa autogestione è un dovere "eco-sociale" e un piacere personale.

    E’ un piacere perché è tutta salute, ci regala pezzi di autonomia e indipendenza, supera la parcellizzazione, è una passione capace di mettere in ombra -anche per i ragazzi- divertimenti consumisti e malsani. E’ un dovere eco-sociale perché consumare meno e meglio e produrre di più in prima persona ci fa fare un passo in avanti verso il superamento di un modo di produzione e consumo distruttivo e ingiusto.

    […]Non illudiamoci: autoprodurre qualcosa in questo contesto socio-economico non rappresenta certo un’equa distribuzione della fatica; a meno che non ci mettiamo a ricavare mattoni dalla terra, filare il cotone dalla pianta,produrre molto cibo,riciclare metalli così da non estrarne più; oltre a consumare solo prodotti che hanno un’origine conosciuta. Nelle società capitaliste-individualiste-proprietariste-parcellizzate sia la fatica che la creatività sono "appaltati" a categorie distinte: da una parte chi fa lavori manuali usuranti (miniere, fornaci, spaccare pietre, zappare, svolgere il lavoro domestico altrui); dall’altro tra chi fa un lavoro "creativo" o intellettuale o ritenuto tale; infine c’è chi fa lavori non fisicamente faticosi nè pericolosi nè malsani, ma magari molto noiosi o inutili. Risultato: "i lavori massacranti esistono perché pesi e misure non sono egualmente distribuiti"(Enzo Del Re). Invece nelle descrizioni di utopie egualitarie (Morris, Le Guin, Callenbach) tutti lavorano meno ore e sia lavori pesanti e ingrati che la creazione sono suddivisi tra tutti, a turno.

    La sobrietà creativa non è affatto rinchiudersi nell’orticello. La sfida è coniugare questo parziale sganciamento dal sistema con l’impegno politico per il suo cambiamento. Per scendere nel concreto. "La passata di pomodoro e la politica" fu il memorabile titolo di un incontro dei Bilanci di Giustizia, una campagna di cui i membri sono veri maestri del "piacere dell’autoproduzione" e della "riappropriazione del tempo".

    Dal libro "Io lo so fare" di Marinella Correggia (grazie ad Annalisa Melis per la segnalazione).

    A proposito: più autoproduzione, meno bisogno di soldi, più lavoro a tempo parziale, più tempo per vivere"
    (Deshna)

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