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  • 03gen

    Addio sacchetti di plastica, andare oltre l’usa e getta

    Con il primo gennaio 2011 è entrato in vigore il divieto di commercializzare i sacchetti di plastica e viene data agli esercizi commerciali la possibilità di esaurire le scorte a titolo gratuito per il cliente. Per il resto si brancola ancora nel buio, considerata la mancata emanazione di decreti attuativi o di circolari informative che definiscano l’applicazione di eventuali sanzioni, i comparti del commercio che verranno interessati dal provvedimento, quali tipologie di sacchetto sono bandite e se per sacchetti biodegradabili si intendano esclusivamente quelli che rispondono ai requisiti di biodegradabilità e compostabilità definiti dalla norma UNI EN 13432.

    In attesa di capire meglio cosa succederà restano quanto mai validi gli obiettivi e la battaglia che la campagna Porta la Sporta conduce da oltre 18 mesi con attività di comunicazione capillare verso tutti gli enti locali italiani: comuni, provincie, regioni, ma anche nei confronti dei gruppi della grande distribuzione, associazioni del commercio e singoli cittadini.

    Non è un caso che il termine ‘sporta’ venga ora usato anche nelle regioni italiane dove era precedentemente sconosciuto.

    L’obiettivo primario della Campagna Porta la Sporta è quello di eliminare progressivamente le soluzioni ‘usa e getta’ quando si hanno a disposizione per lo stesso utilizzo delle soluzioni a più basso impatto ambientale. L’usa e getta più impattante è quello prodotto con la plastica, un materiale che come ormai tutti sanno non si biodegrada e che rispetto all’uomo ha una vita ‘eterna’.

    Il sacchetto, che non è certamente il nemico numero uno per l’ambiente, rappresenta però l’emblema del nostro consumismo e l’oggetto più presente del nostro quotidiano che accompagna tutti i nostri acquisti. Allo stesso tempo è l’oggetto di cui possiamo fare più facilmente a meno dotandoci di una serie di borse riutilizzabili. La campagna Porta la Sporta a partire dal racconto sul sacchetto di plastica vuole far ragionare sull’uso improprio della plastica nell’usa e getta e sull’assurdità di andare a sprecare energia e risorse preziose per soddisfare comodità momentanee e compromettere il futuro delle generazioni a venire.

    Il consumismo è riuscito a farci considerare normale e di inderogabile necessità la presenza nel nostro quotidiano di centinaia di oggetti usati per pochi minuti, ma anche qualche giorno o settimana, che, quando smaltiti, permangono per centinaia di anni nell’ambiente o nelle discariche: liberando sostanze chimiche potenzialmente tossiche per la salute animale e umana o, quando bruciate, producendo tossine e nano polveri.

    Per non parlare dei mari e degli oceani ridotti a discariche dove vaste aree vengono denominate dai ricercatori marini plastic soup minestroni più o meno densi di oggetti o frammenti di plastica di varia misura che si scompongono lentamente sino ad arrivare alle dimensioni del plancton. In vaste aree degli oceani le particelle di plastica superano come quantità il plancton di almeno sei volte e nelle zone più inquinate si arriva a 30-40 volte, come documentano le ricerche della Fondazione marina Algalita di Charles Moore.

    La plastica con i suoi componenti tossici ‘originali’, a cui si aggiungono altre sostanze chimiche disperse nelle acque che la plastica assorbe e concentra in sé, è già entrata nella nostra catena alimentare e nei nostri organismi con tutta una serie di evidenti conseguenze sulla salute.

    Abbiamo sprecato e fatto le cicale per quasi 50 anni comprando oltre il necessario, adescati dalle sirene del marketing al servizio di quell’economia che doveva crescere vendendo sempre più beni: adesso non possiamo pretendere che non ci venga presentato il conto.

    Nel corso del 2010 siamo arrivati ad esaurire, già ad agosto, le risorse che la terra è in grado di produrre in un anno. Non possiamo pertanto ignorare che i cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità e la carenza di cibo e acqua non siano chiari segnali del fatto che non potremo più continuare a consumare ‘a credito’ senza conseguenze. Lo ha denunciato il Global Footprint Network che promuove la sostenibilità ambientale attraverso il calcolo dell’impronta ecologica, uno strumento di contabilità ambientale che misura le risorse naturali disponibili e quante ne usiamo.

    La battaglia al sacchetto di plastica, attiva in diverse parti del mondo, si sta indirizzando, (soprattutto in California), verso un divieto del sacchetto di plastica e una parallela tassazione dell’alternativa più gettonata negli USA, il sacchetto di carta. In questo modo sembra essere possibile aggirare eventuali ricorsi legali che sono stati intentati dall’industria della plastica contro diverse cittadine californiane che hanno emesso un divieto. I ricorsi presentati infatti erano per lo più basati sulla contestazione che il sacchetto di carta, (l’opzione permessa), fosse l’alternativa più ecologica. Penalizzando economicamente il monouso in California si dimostra di non favorire un puro passaggio a un altro materiale ‘usa e getta‘ ma di puntare a una soluzione riutilizzabile centinaia o migliaia di volte, quella soluzione che gli studi di impatto ambientale o di analisi LCA identificano come la più ambientalmente conveniente.

    Nonostante il divieto per i sacchetti di plastica si riveli un passo necessario nella maggior parte degli stati come l’Italia (dove l’esempio dell’Irlanda che ha ridotto il consumo del 90% con una tassazione dei sacchetti non ha fatto proseliti) è necessario che venga accompagnato da una serie di misure di supporto che vadano a promuovere le soluzioni riutilizzabili rispetto all’usa e getta.

    Tra le azioni possibili c’è la sensibilizzazione e l’educazione dei cittadini per renderli consapevoli, attraverso l’informazione, su quelle che sono le conseguenze ambientali di quelle azioni quotidiane. Apparentemente banali, e inconsciamente improntate al consumismo, moltiplicate per miliardi di individui, sono responsabili di danni globali come l’inquinamento da plastica. Allo stesso tempo si debbono offrire ai cittadini che vogliono ridurre la propria impronta ecologica quei suggerimenti e quelle soluzioni alternative di consumo consapevole che siano di facile adozione e a portata di mano. Su questo fronte si è mossa e distinta la campagna Porta la Sporta coinvolgendo enti locali, associazioni, scuole, gruppi della grande distribuzione, ecc., in diverse iniziative finalizzate ad una riduzione nel consumo del sacchetto.

    Ma i tempi dell’educazione e della conoscenza sono necessariamente lunghi e non essendoci troppo tempo da perdere vanno valutate allo stesso tempo delle misure che, facendo leva sul portafoglio, raggiungano anche i soggetti meno recettivi.

    Prevedibile, oltre che augurabile, è il fatto che i consumatori passino gradualmente all’utilizzo della borsa riutilizzabile nei supermercati dopo aver realizzato che il sacchetto biodegradabile costa almeno il doppio ed è più fragile di quello di plastica. Meno automatico,l invece, si rivelerà il passaggio proprio in quei luoghi dove vengono smerciate grandi quantità di sacchetti: nei negozi e nei mercati rionali.

    Tanti esercenti in mancanza di iniziative comuni e condivise si limiteranno a inserire nei costi di esercizio, e quindi nei prezzi, i maggiori costi che l’approvvigionamento dei sacchetti biodegradabili comporta. Sopravviverà così al divieto, nell’immaginario dei consumatori, l’illusione di avere il sacchetto gratis: proprio il malinteso che ha alimentato nei decenni la crescita smodata del consumo di sacchetti.

    Porta la Sporta ha sollecitato le sedi locali delle associazioni del commercio ad aderire alla campagna invitando i loro associati a visitare il sito dell’iniziativa, a prendere spunto dai suggerimenti e consigli a disposizione, a scaricare i materiali (come volantini e locandine) allo scopo di perseguire una scelta di trasparenza e correttezza: informando la clientela sull’impatto dell’usa e getta, promuovendo l’utilizzo della sporta e trovando sistemi efficaci per ridurre il consumo del sacchetto tra cui anche addebitarne il costo al cliente.

    A questo approccio che, rispetto all’applicazione di un puro divieto, prevede un coinvolgimento degli esercizi commerciali e la partecipazione attiva dei cittadini sollecitati a sposare delle nuove abitudini, hanno creduto le Amministrazioni di Venezia e Firenze che hanno adottato la nostra campagna.

    Per liberarsi del peso economico e ambientale dell’imballaggio non c’è che la strada della sua eliminazione ovunque possibile, le tre erre diventano almeno quattro perché ancor prima di RIDUCI, RIUSA, RICICLA c’è RIFIUTA.

    Il 25 dicembre è entrato in vigore il D.Lgs n. 205/2010 che recepisce l’ultima normativa europea di gestione dei rifiuti che indica come priorità la prevenzione del rifiuto e cioè la sua non produzione. Se gli italiani non riescono a fare a meno di utilizzare sacchetti monouso, che rappresentano lo spreco e il rifiuto più facilmente evitabile, per motivazioni superficiali che vanno dalla pigrizia, all’assuefazione alle comodità, alla mancanza di organizzazione, come si può pensare che possano essere pronti ad altre azioni necessarie per poter ridurre l’impatto ambientale degli attuali stili di vita e contribuire a ridurre le emissioni di Co2 in modo importante?

    Nel corso del mese di gennaio 2011 avverrà il lancio della seconda edizione della Settimana Nazionale Porta la Sporta promossa dall’Associazione dei Comuni Virtuosi, WWF, Italia Nostra, Touring Club Italiano e con l’adesione del Coordinamento Agende 21, e di Rifiuti 21 Network.

    L’evento, alla sua seconda edizione, coinvolgerà un ampio fronte di soggetti costituito da enti locali, aziende, gruppi della grande distribuzione, associazioni dei consumatori e del commercio, singoli negozi e cittadini e andrà a ribadire l’importanza di intraprendere insieme un percorso sostenibile che elimini lo spreco di risorse e di energia dalla prassi quotidiana.

    Fonte: Il Cambiamento

     

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