• 15gen

    La questione FIAT e la globalizzazione

    Sono ormai decenni che il mondo è cambiato radicalmente sotto la spinta della globalizzazione ed è incredibile constatare quanta fatica si fa (anche da parte di coloro che lodevolmente vogliono difendere i diritti del lavoro) a modificare i propri schemi concettuali.

    Sono anni che ripeto che l’integrazione globale dei mercati ha chiuso l’epoca in cui la sintesi tra sviluppo economico e coesione sociale poteva essere prodotta dall’interazione di stati nazionali, sindacati nazionali e imprese (che agivano prevalentemente sul territorio nazionale) e nella quale i tradizionali strumenti di lotta sindacale erano quelli più appropriati per difendere i diritti dei lavoratori.

    Nel mondo globale tutto questo non funziona più perché le imprese sono libere di produrre dove il costo del lavoro è più basso e la presenza di un gigantesco “esercito di riserva” di Marxiana memoria, una massa di diseredati disposti a lavorare a salari bassissimi, rende sempre più difficile difendere le tutele sociali di lavoratori non specializzati nei nostri paesi. Pensare di poter affrontare i problemi nuovi con i vecchi strumenti assomiglia a usare lance e frecce contro un esercito che dispone di armi da fuoco. Anche se possiamo discutere su quanto pesi il costo del lavoro nella competitività internazionale di un industria come quella automobilistica il problema non è chi ha ragione o chi ha torto nell’attuale vertenza e se ci siano o no margini per soluzioni diverse da quelle proposte da Marchionne che salvino però i posti di lavoro e mantengano la competitività della produzione FIAT in Italia. La vera questione è che nessuno può costringere un’impresa a produrre in un paese con un costo del lavoro più elevato in un’economia globale. In questi decenni stiamo pagando (ed è giusto che sia così) il prezzo di uno sviluppo ineguale che ha portato benessere e tutele ad una piccola parte della popolazione mondiale lasciando nella miseria una parte ben superiore. E la globalizzazione che ci rende inesorabilmente più interdipendenti fa saltare questa contraddizione, rende non più sostenibile lo sviluppo ineguale e trasforma la miseria altrui in minaccia dei nostri diritti. A questo punto non esistono altre strade se non quella di promuovere uscita dalla povertà e inclusione di queste masse di diseredati con tutti gli strumenti possibili (nei precedenti post abbiamo parlato di microcredito, di commercio equo e solidale). La logica è quella di esportare sindacato e diritti per favorire il più rapidamente l’uscita dalla miseria dei lavoratori concorrenti in altri paesi. Perché in un mondo in cui le imprese che de localizzano possono fare “arbitraggio” tra paesi con gradi di sindacalizzazioni diversi, le differenze di gradi di sindacalizzazione sono sempre meno sostenibili.

    Non ne usciamo se non ci rendiamo conto che,  come dice anche stamattina Ulrich Beck su Repubblica, abbiamo rispetto al passato uno strumento importante in più: il voto nel portafoglio ovvero la possibilità di votare con le nostre scelte di consumo e risparmio per quelle aziende più brave a conciliare creazione di valore economico e tutele sociali.

    Solo quando ci renderemo conto che dobbiamo spostarci “dalle piazze ai negozi” e che il coordinamento delle nostre scelte individuali di consumo e risparmio può veramente cambiare il mondo (perché è dal consumo e dal risparmio che il mondo dipende), solo allora potremmo salutare la nuova stagione della rivincita dei diritti.

    Fonte: Repubblica.it

     

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