• 01feb

    Tracce progettuali per un nuovo rinascimento urbano

    La chiave del cambiamento sta anche nella rigenerazione delle città.
    Un nuovo significato di efficienza urbana, l’approccio “umano” della biourbanistica e l’attivazione delle comunità locali,  possono orientare la transizione.

    Ragionare in termini di complessità e di efficienza urbana
    Se dal 2008 la popolazione che vive in ambienti urbani ha superato la metà della popolazione complessiva mondiale (1)  e nel 2050 la Terra avrà circa 9 miliardi di abitanti, la maggior parte dei quali vivranno nelle città dei cosiddetti paesi in via di sviluppo (2), allora dobbiamo cominciare a ragionare oggi, velocemente, su come non portare le città di domani al collasso, avviando un “percorso di salvataggio”.
    Per realizzare un piano così ambizioso dobbiamo assumere un atteggiamento di tipo riflessivo (3), ponendo una particolare attenzione agli errori compiuti sino ad oggi, per ridefinire nel corso dell’azione sia l’approccio metodologico alla pianificazione urbanistica, sia il significato di qualità di vita urbana.
    In tal senso credo che un ambito di riflessione da prendere in considerazione nell’immediato sia quello della rigenerazione delle città attraverso una ridefinizione del concetto di  “efficienza urbana” e con una pianificazione urbanistica e territoriale realmente efficace (4).
    In un articolo pubblicato su un blog che tratta temi economici e sociali (5), con una “metafora organicista” viene evidenziato che se prendiamo in causa i sistemi complessi di tipo biologico, come il corpo umano o le altre specie, possiamo notare che ogni singola componente degli esseri viventi considerati, ha una funzione specifica che serve per mantenere il proprio ecosistema di riferimento in uno stato di equilibrio rispetto agli input che provengono dall’esterno.
    I sistemi complessi naturali sono entità dinamiche capaci di sentire cosa succede nell’ambiente che li circonda e di reagire con intelligenza o appunto “ efficienza”, agli stimoli esterni e di modificare le loro strutture per adattarsi ai cambiamenti (6).
    Questa impostazione teorica si può applicare altrettanto bene alle nostre strutture economiche globali, sociali, culturali, politiche e alle aree urbane in quanto anche esse sono sistemi complessi che hanno specifiche modalità di funzionamento e che si relazionano tra loro e con i limiti del mondo fisico.
    Tali sistemi però, a differenza di quelli biologici, sono in genere inefficienti perché impostati secondo il principio della crescita infinita. In essi non scatta “automaticamente”, in situazioni prevedibili di pericolo, quel meccanismo di tipo adattivo (feedback) che può preservarne lo stato di equilibrio.
    In particolare le città sono attualmente tra i sistemi complessi meno efficienti in assoluto in termini di bilancio ecologico, necessitano infatti di una concentrazione di cibo, acqua, energia e materiali che la natura non può fornire con gli attuali ritmi di crescita dei sistemi urbani. Convogliare questa massa di materia, per poi smaltirla sotto forma di rifiuti, liquame e di sostanze inquinanti dell’aria e dell’acqua costituisce una importante sfida per il futuro (7).
    Per questo motivo una più corretta interpretazione del concetto di efficienza urbana, sull’esempio dei modelli biologici citati ed in presenza di esternalità negative, dovrebbe contemplare anche la possibilità della non-crescita, attraverso l’implementazione politiche (policy) dedicate, tra cui l’introduzione di un “limite al consumo di territorio” da parte della città.

    Cambiare l’approccio progettuale delle nostre città
    La pianificazione territoriale e urbanistica, così come l’architettura globalizzata (8) che hanno operato sino ad oggi, non hanno invece tenuto conto di questo assunto, per questo motivo le nostre città versano quasi tutte in condizioni qualitative disastrose e provocano diseconomie stratificate, che si ripercuotono anche psicologicamente ed emotivamente su chi le abita.
    Infatti, oggi  più che in passato, le persone che vivono nelle grandi e medie aree urbane assumono atteggiamenti di tipo “blasè”, dati dalla “perdita di interconnessione” con l’ambiente che le circonda, dall’indifferenza e dallo scetticismo avviati da processi di sovra stimolazione sensoriale, provocata anche dalla frammentazione degli spazi e dei tempi delle città (9).
    Per cercare di superare questa condizione psicologica e relazionale possiamo nuovamente ispirarci ai principi biologici e ci può venire incontro la nozione di  “biofilia”, una scienza secondo la quale (in estrema sintesi) “gli esseri viventi non possono avere una vita sana lontana dalla natura perché sono predisposti biologicamente a cercare il contatto con la complessa geometria delle forme naturali, tanto quanto necessitiamo per il nostro metabolismo di elementi nutritivi e di ossigeno”(10).
    Ciò non significa fuggire dalla città per andare a vivere in campagna, pensiero frequente di molti cittadini urbanizzati, ma rivedere complessivamente le modalità progettuali delle città per creare una più efficace armonizzazione dell’ambiente antropico e di quello naturale urbano, in un’ottica ecosistemica, di non separazione.
    La pianificazione urbanistica del futuro dovrà quindi orientarsi  da una parte verso un accurato recupero dell’esistente, evitando l’espansione della città ed orientando la riqualificazione in termini di eco-autosufficienza energetica e all’adeguamento tecnologico, possibilmente nel rispetto delle tecniche costruttive tradizionali ancora efficienti.
    Dall’altra dovrà essere ricercata una nuova immagine urbana,  a partire della ridefinizione della forma e  dell’“apparato sensoriale” delle aree interessate dalla rigenerazione, per creare quartieri “a misura d’uomo, di donna e di bambino”, secondo i principi della “biourbanistica” (11). In questo senso anche il tema della demolizione e ricostruzione di case o luoghi degradati secondo i nuovi criteri, potrebbe essere ripreso e approfondito nel dibattito pubblico.
    Allo stesso tempo sarà però necessario attuare anche una riqualificazione delle zone rurali per fare in modo che eventuali flussi migratori campagna-città e città-campagna, possano stabilizzarsi, evitando in tal modo sia che nelle zone rurali si possa verificare “l’effetto città”dato dalla presenza di diseconomie urbane in assenza di alcune condizioni favorevoli che possono essere date dalla “scala o dimensione urbana” e che, all’opposto si verifichi un nuovo inurbamento con le conseguenze che conosciamo.

    Governare la transizione dal basso verso l’alto, dal micro al macro.
    In relazione ai temi dell’incertezza energetica e climatica che potrebbero caratterizzare le città di domani ed influenzare l’approccio alla risoluzione delle questioni urbane  (12), sarà necessario avviare processi di costruzione della resilienza locale (13), ovvero la capacità di far fronte  alle possibili crisi provocate da fattori esogeni quali la scarsità di combustibili a buon mercato, i cambiamenti del clima, la crisi economica, ecc..
    In tutto questo gioco gli attori pubblici istituzionali dovrebbero avere un ruolo strategico di coordinamento generale e i soggetti della società civile e gli operatori virtuosi quello di parti attive del processo. In particolare si dovrebbero valorizzare le comunità locali, anche con l’utilizzo di strumenti di attivazione sociale (empowerment di comunità) e di animazione territoriale (14).
    L’approccio metodologico potrebbe essere basato sulla definizione condivisa di uno scenario strategico desiderabile per la città, che può essere realizzato attraverso azioni localizzate nei quartieri, ma tra loro interrelate, per avere  una visione olistica del cambiamento urbano.
    Per governare la complessità del territorio potrebbe essere utile istituire in ogni municipio o consiglio di  zona/circoscrizione della città  delle “agenzie di quartiere” (o urban centre di quartiere), con un ruolo di regia locale (15) e di raccordo con il livello di coordinamento e pianificazione comunale.
    Questi luoghi, attraverso lo  scambio di saperi esperti e non (istituzioni, enti, cittadini, scuole, ecc.), potrebbero diventare gli ambiti ideali per la sperimentazione delle buone pratiche progettuali che possano orientare la transizione.
     

    Note

    1)    Worldwatch Institute,“State of the world 2007: Our Urban Future”
    http://www.worldwatch.org
    2)    United Nation, “World Population Prospect: The 2008 Revision”
    http://esa.un.org
    3)    Shon D., 1993, Il Professionista riflessivo. Per una nuova epistemologia della pratica professionale, Dedalo, Bari
    4)    Balducci A., 1991, Disegnare il futuro. Il problema dell’efficacia nella pianificazione urbanistica, Il Mulino, Bologna
    5)    http://theautomaticearth.blogspot.com/2011/01/january-9-2011-highly-efficient-systems.html
    6)    Gandolfi A., 1999, Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Bollati Boringhieri, Milano
    7)    Brown L., Piano B 4.0. Mobilitarci per salvare la civiltà, Edizioni Ambiente, Milano
    8)    Caperna A., 2010,  Il Crepuscolo della contemporaneità
    http://biourbanismnotes.blogspot.com/2010/12/il-crepuscolo-della-contemporaneita.html
    9)    Simmel G., 1971, Mertropoli e personalità, in Elia Gian Franco, Sociologia Urbana, Hoepli, Milano
    10)    Salingaros N., Masden K., “Biofilia, architettura per la mente” 
    http://zeta.math.utsa.edu/~yxk833/biophilia-italian.html
    11)    http://www.biourbanism.org
    12)    Lerch D., Post Carbon Cities: Planning for Energy and Climate Uncertainty
    http://postcarboncities.net/
    13)    Hopkins R., Manuale pratico della transizione. Dalla dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali, Arianna editrice (collana Il filo verde), Bologna
    14)    Tosi A., 1994, Abitanti. Le nuove strategie dell’abitare, Il Mulino, Bologna
    15)    Laino G., Le Regie di quartiere: un dispositivo di cittadinanza attiva
    http://www.giovannilaino.it/datipdf/Regie%20di%20Quartiere.pdf
     

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