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  • 05mag

    Altro che Bin Laden, ora Obama pensa al debito

    Non appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, i prezzi dei titoli di Stato Usa a 10 anni sono crollati, spingendo molto in alto i rendimenti (cioè gli interessi che il governo degli Stati Uniti paga a chi compra i suoi titoli di Stato). Venuta meno la minaccia terroristica (ma sarà vero?), anche la domanda di prodotti finanziari “sicuri” diminuisce. Ma quello che è avvenuto è in realtà la spia di problemi strutturali. Il recente giudizio negativo emesso da Standard & Poor’s sulle prospettive del debito Usa ha reso evidente l’insostenibilità delle politiche di bilancio statunitensi.

    Con un deficit al 10% del Pil non si va da nessuna parte. Soprattutto in presenza di un debito pubblico molto superiore al 62 per cento della cifra ufficiale del debito federale. In quella cifra, infatti, non si tiene conto né delle potenziali perdite sulle società immobiliari garantite dallo Stato, Fannie Mae e Freddie Mac (tra 160 e 600 miliardi), né dei diritti acquisiti su prestazioni sociali future: considerando questi fattori, il debito già oggi sarebbe al 94 per cento del Pil. Se poi si aggiungesse il debito dei governi locali (come si fa in Europa), la percentuale aumenterebbe di un altro 21%. In termini percentuali siamo poco al di sotto del debito italiano (120%).

    Ma quali sono i principali capitoli di spesa del bilancio Usa? Nell’anno fiscale 2010, dei 3.500 miliardi di dollari di uscite, il 20% è andato alle spese militari (694 miliardi di dollari): un record mondiale. In termini assoluti si tratta della spesa più elevata dalla fine della seconda guerra mondiale: superiore anche ai tempi delle guerre di Corea e del Vietnam. In termini percentuali, si attesta al 5% del Pil, in crescita anche rispetto alla presidenza Bush.

    L’altra voce di spesa di maggior rilievo riguarda il welfare. Si tratta di quelli che negli Usa sono definiti entitlement programs, ossia programmi legati a diritti acquisiti: le spese per l’assistenza medica (22% del budget), per la sicurezza sociale (20%) e le indennità di disoccupazione (16%). Le voci di spesa più controverse sono quelle per l’assistenza sanitaria, estremamente elevate (8.000 dollari per abitante, il triplo della media Ocse) a fronte di risultati deludenti: durata media della vita e quasi tutti gli indicatori di salute al di sotto della media dei paesi Ocse. Il motivo consiste nel fatto che la sanità negli Usa è privata, anche se per pagare le prestazioni interviene (in parte) lo Stato.

    Meno grave, la situazione della sicurezza sociale (pensioni e assistenza sociale), che però dal 2015 sarà in passivo. È difficile capire come queste spese possano essere compresse, soprattutto in presenza di un calo dei redditi medi e di una disoccupazione intorno al 10 per cento. Ma un fronte d’attacco è già chiaro: i dipendenti pubblici, il 70 per cento dei quali gode di piani pensione a prestazione definita (mentre i dipendenti privati che tuttora ne beneficiano sono appena il 32 per cento). Nei prossimi anni sarà esercitata una fortissima pressione sulle spese per il welfare: è il concetto stesso di “diritti acquisiti”, qui come in Europa, che ormai è messo apertamente in discussione. Al contrario, anche a giudicare dalla composizione dei tagli alle spese proposti da Obama, le spese militari non sono destinate a ridursi.

    Negli Stati Uniti la battaglia contro il welfare è portata avanti dalla destra repubblicana, camuffata da lotta contro l’invadenza dello Stato. Si tratta di un concetto piuttosto curioso in un Paese in cui lo Stato negli ultimi anni è intervenuto nell’economia quasi soltanto come donatore di sangue nei confronti di imprese private in difficoltà: 464 miliardi di dollari per il solo programma Tarp (lanciato dopo il fallimento di Lehman Brothers), 214 dei quali devono ancora rientrare (le banche in genere hanno restituito i soldi ricevuti, non così l’assicurazione Aig, Gm e Chrysler). Poi c’è il programma di stimoli varato da Obama nel febbraio 2009: altri 177 miliardi di dollari tra incentivi e agevolazioni fiscali, oltre agli acquisti di titoli tossici da parte della Federal Reserve per oltre 1.000 miliardi. Una quota ingente di debito privato è stata quindi accollata al bilancio pubblico.

    Il cavallo di battaglia della destra è la lotta contro le tasse. Ma proprio le tasse basse per le imprese e per i cittadini più ricchi sono una componente non trascurabile degli attuali problemi di bilancio degli Stati Uniti. Le tasse sulle imprese, ad esempio, sono scese dal 22% del totale nel 1965 al 13% del 2005, e sono oggi pari a circa un quarto delle tasse pagate dai cittadini (durante la Grande Depressione il rapporto era di 1 a 1, e durante la seconda guerra mondiale le imprese pagavano il 50% di più). Il caso della General Electric, che nel 2010 grazie a sgravi e ad attività all’estero non ha pagato un dollaro di tasse negli Stati Uniti, è tutt’altro che un’eccezione. Quanto agli sgravi di tasse ai ricchi voluti da Bush, Obama per ora ha soltanto dichiarato che non li rinnoverà dopo la fine del 2012. Siamo quindi lontani da un’inversione di tendenza.

    E poi c’è la situazione economica. La crescita statunitense negli ultimi due anni è dovuta in gran parte proprio agli stimoli all’economia pagati con l’aumento del debito pubblico, e probabilmente verrà meno con il loro interrompersi. Le imprese sono sedute su 2.000 miliardi di dollari di cassa, ma non investono. La bilancia commerciale è sempre in deficit. Il mercato immobiliare non si riprende. Poveri e classe media assistono ad un calo dei salari reali. Messo in questi termini, il problema del debito pubblico Usa è irrisolvibile: sia dal lato delle uscite che da quello delle entrate.

    Sono quindi probabili minori acquisti del debito Usa da parte di investitori e governi stranieri, che ne detengono attualmente il 46%. Già nelle ultime aste la Federal Reserve ha dovuto comprare fino al 70% dei titoli emessi, ma la cosa – ci ha detto ieri Bernanke – finirà a giugno. Sarà inevitabile, prima o poi, un aumento degli interessi sui titoli di Stato a lungo termine, con la conseguenza di un aggravamento della situazione debitoria. A quel punto, una crisi del debito statunitense non sarà più fantascienza.

    Fonte: ilfattoquotidiano.it

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