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  • 18mag

    Bin Laden forever: l’affermazione definitiva dello Sceicco (e soprattutto) del Terrore

    Nonostante la supina accettazione a tappeto della stragrande maggioranza dei giornalisti alle (peraltro contraddittorie) versioni ufficiali, l’unica cosa chiara in questa notizia del ritrovamento e dell’uccisione di Bin Laden è che ci sono troppe cose che non tornano per semplicemente crederci e basta come molti vorrebbero.
    Alcune di queste cose non sono certo nuove, per esempio non ricordo di aver mai sentito o letto, dall’11 settembre 2001 in poi una esplicita rivendicazione da parte di Bin laden/Al Qaeda dell’attentato alle Torri Gemelle; che ne consideravano  gli autori come “benedetti da Dio” sì,  che erano totalmente solidali con quell’azione anche, ma che fossero stati loro non mi pare lo abbiano mai detto in modo esplicito come viene fatto in questi casi.
    Un altro fatto singolare è che l’unico grande successo, finora, del primo premio nobel nominato non per aver fatto qualcosa, ma grazie alle sue intenzioni dichiarate, è stato l’essere il mandante di un omicidio.
    Si vede bene, e una volta di più, come ormai  i giornalisti   si mostrino  apertamente – in una percentuale significatva della loro categoria, comprendente gran parte di quelli meglio piazzati – di essere la casta di prostituiti che sono diventati, pronti a negare – come già si è visto per Fukushima – ogni evidenza e ad accreditare ogni menzogna preconfezionata per manifesta che sia, basta che ciò gli assicuri il mantenimento dei loro lauti stipendi, la loro visibilità e rendita di posizione sociale  e come le rare e coraggiose eccezioni che pur ci sono fra loro vengano emarginate e dileggiate pubblicamente (come nel trattamento indecente, da squadristi mediatici, riservato a Giulietto Chiesa su Radio 24) ed accusate di complottismo – termine sempre più in voga a cui ben presto si farà far rima con filo-terrorismo.
    L’informazione sembra essersi ridotta ormai alla preparazione della politica con altri mezzi, così come la guerra ne è la prosecuzione. Solo che in questi tempi accelerati si va di fretta e dunque si tende a saltare i passaggi intermedi.
    E che si vada di fretta lo si vede anche da come la notizia già si stia allontanando dalle cosidette breaking news anche a causa della pochissima disponibilità da parte dell’amministrazione USA nel “concedere” dettagli a riguardo: sembra che la funzione che questa notizia doveva svolgere abbia già avuto luogo, va solo recepita per ciò che deve essere; qualcosa che si presenta come la fine di una storia, ma è solo l’antefatto, il prologo di qualcos’altro presto a seguire.
    C’è esplicitamente il rifuto di dare qualsiasi prova dei fatti che vengono raccontati, una versione di ciò che sarebbe accaduto che è puntuale solo nel non essere documentabile né confutabile in nessuno dei suoi elementi centrali. Da prendere o lasciare.  E mostrare così il proprio schierarsi per una versione o per l’altra a priori e quindi essere facilmente accusati di stare da un’altra parte anzichè da quella giusta, sul modello 11 settembre: “siamo tutti americani” (e se no amici dei nemici). Tutto sommato, anche un buon test per l’affidabilità dei giornalisti, pronti – o meno – ad arruolarsi spontaneamente tra gli embedded. L’informazione propriamente detta, documentata, verificabile, diventa pericolosa, perché confutabile, e quindi si cerca di bypassarla sulla base di versioni dei fatti ufficiali e sostenute dal volume di fuoco dell’informazione ufficiale.  Non è un caso che anche l’alto commissario ONU per i diritti umani, Navi Pillay, ha chiesto agli USA di far sapere la verità ed una verità credibile, tale è l’evidente  insostenibilità della versione data in cui tutti i fattori sostanziali sono scomparsi, a cominciare da Bin Laden stesso. Non è un caso perché la reticenza degli USA in questa occasione è il segno di un passaggio storico che contiene il salto dalla tradizionale insofferenza americana verso l’Organizzazione delle Nazioni Unite  all’esplicita presa del comando mondiale in modo unilaterale senza più neanche il rispetto formale di un’apparenza di democrazia globale che non sia quella sbandierata come stemma imperiale sugli stendardi delle proprie armate.
    L’attenzione per i fatti e per la ragione viene lasciata all’agorà virtuale della Rete dove però si trova tutto e il contrario di tutto, in cui la capacità di distinguere la qualità e la coerenza delle notizie e delle fonti resta riservata ad un elite intellettuale così com’era per i precedenti mezzi di comunicazione, con in più la possibilità per tutti di esser protagonisti delle proprie polemiche e di avere la propria piccola audience.  Le menzogne qui possono essere dunque sbugiardate, sì, ma mille altre, e di ogni segno, se ne possono diffondere, riducendo tutta la questione ad un mare polemico vasto a piacimento nella varietà di posizioni e nell’infinità di repliche possibili, ma in definitiva confinato in sé stesso tra chi può permettersi di dedicargli il suo tempo. Sembra sia qualcosa che possono ben sopportare: l’ha dimostrato anche lo scarso effetto che in fin dei conti hanno avuto le rivelazioni di Wikyleaks. Ed anche Facebook e Twitter funzioneranno pure(??) come terreno di collegamento per le rivolte dei paesi arabi, ma da noi restano nel campo dell’intrattenimento – sia pure talvolta colto, impegnato ed indignato.
    I potenti del mondo, che non hanno più tempo per dedicarsi a costruire progetti politici – e lo si vede anche dalla caduta di qualità nel lavoro di costruzione delle loro menzogne (almeno anni fa ci voleva un po’ di più per smascherarle) – vanno direttamente oltre: poche storie, questa è la versione/verità, se vi sta bene ci aiutate a tenere in piedi il mondo, altrimenti siete dei fissati complottisti e dei potenziali fiancheggiatori dei nemici. Il ritrovamento del pc di Osama poi prepara il prossimo futuro e lascia aperte soluzioni a piacere da gettare in pasto all’opinione pubblica secondo l’utilità del momento: ovviamente si potrà dire di averci trovato ogni sorta di cose.
    Davanti a questo annuncio dell’assassinio di Bin Laden c’è chi si chiede ora “cui prodest”? Perché hanno giocato proprio adesso questa carta (quando probabilmente era morto da tempo o quando comunque doveva essere possibile trovarlo molto prima se stava in un posto così da cinque anni)? E c’è chi tira in ballo le difficoltà elettorali di Obama o la necessità di distrarre l’opinione pubblica da altri disastri come Fukushima o lo stallo in Libia e il doppiopesismo sui conflitti in medio oriente. Ma la funzione che tocca svolgere a  questa notizia  probabilmente non riguarda né il passato né il presente, bensì il futuro, a cominciare da quello molto prossimo.  Non ci sarebbe affatto da stupirsi se nei prossimi giorni/settimane (non troppo tempo da far sbiadire l’evidenza del collegamento) ci fosse un terribile attentato di grande impatto la cui attribuzione ad Al Qaeda sarà data per certa proprio in quanto vendetta per l’uccisione di Bin Laden. Un evento epocale, con una risonanza mediatica paragonabile all’11 settembre che inaugurasse un nuovo decennio di emergenza-terrorismo. Viene in mente il profetico libro “Fahrenheit 451” in cui il passaggio degli aerei da guerra che partivano per andare a bombardare era diventato ormai un sottofondo normale e non ci si chiedeva neanche più dove andassero.
    Non ci sarebbe da stupirsi neanche se un tale attentato avvenisse, più che in USA, proprio in questa Europa con governi ed opinioni pubbliche  dall’allineamento ancora troppo incerto rispetto all’Ordine Mondiale “corretto” o in India contro una sede diplomatica del Pakistan, sommando l’attribuzione ai gruppi terroristi islamici agli inevitabili sospetti verso lo stesso governo indiano in una spirale crescente di instabilità regionale.
    Gli Stati Uniti si sono sviluppati durante oltre un secolo – detto “breve”, ma che vale per due o tre dei precedenti quanto  alla costruzione degli assetti mondiali – fino a detenere il primato assoluto del potere globale in campo militare, economico e culturale. Mentre hanno già perso buona parte di quest’ultimo, il secondo è ormai terribilmente vacillante e minacciato dalla concorrenza dell’avversario cinese (e non solo) al quale sanno, alla lunga (e neanche tanto) di non poter tenere testa. Sanno che si tratta di un’esito inevitabile sul piano puramente economico/commerciale perché è il loro stesso sistema che non potrebbe sopravvivere ad una discesa dei salari e dello  standard di vita sotto un certo livello al proprio interno, né all’abolizione della concorrenza nei mercati globali all’esterno.  La crisi che nel 2008 ha colpito duramente gran parte del mondo e che sta tuttora facendo le sue vittime anche tra Stati non certo tra i più deboli o sottosviluppati non è stata affatto recuperata con gli immensi trasferimenti di risorse pubbliche alle elite della finanza privata.  I fondi “derivati” sono già tornati ad essere centrali nell’attività finanziaria a livello mondiale e, stando così le cose, tutti sanno che un prossimo crack sarà presto inevitabile.  Se ciò avviene subito dopo che i governi (compreso quello statunitense) si sono dissanguati per salvare le banche, probabilmente non è solo perché nessuno prende in considerazione la possibile reazione delle masse popolari, ma perché nel sistema attuale non è più possibile fare diversamente: l’economia vive di virtualità, sostanzialmente di scommesse sul futuro e su scommesse su queste scommesse. L’economia reale non basta più – e da tempo – allo stile di vita, alle aspettative di profitto dei paesi ricchi e specialmente delle grandi Corporations.  Ci sono intere caste privilegiate internazionali ed equilibri di potere costruiti su questo e nessuno vuole rinunciarvi.  Gli Stati Uniti sempre meno si reggono sull’economia reale  del loro paese e sempre più invece sul debito pubblico sostenuto in misura decisiva proprio dai loro principali concorrenti. Inoltre il dollaro ha sempre meno certezza di restare a lungo la valuta planetaria (quanto a questo è molto significativo – vera o meno che sia la notizia – che a Bin Laden sarebbero stati trovati in tasca 500 euro anzichè dei dollari, ben più usati in Asia, quasi in una estrema maledizione).  Il baratro che sta di fronte agli USA è di non essere (né apparire) tra breve più indispensabili né all’economia né all’ordine del mondo, ma solo alla protezione armata degli interessi delle proprie elite al potere.  In assenza di un’economia reale davvero vincente rischiano dunque di perdere il credito internazionale politico e soprattutto finanziario che attualmente li sostiene e con ciò il proprio ruolo di locomotiva del mondo ed il loro tenore di vita.  La sola carta certa che gli resta da giocare è quella di far valere la propria forza militare, ancora ben al di sopra di quella di chiunque altro, e con ciò di attestarsi definitivamente sull’altro ruolo che gli è proprio, quello di poliziotto del mondo, garante di un relativo ordine mondiale che è comunque utile a tutti – concorrenti compresi. Ha anch’esso un costo notevole, ma, entro certi limiti, può essere pagato da parte degli altri paesi se continueranno a sostenere il debito pubblico USA, ovvero a fargli credito e rinunciando ad espandere oltre un certo limite le proprie economie.  Ma in realtà ciò significa espandendole sfruttando il lavoro delle stesse proprie  popolazioni anzichè rivolgere questo sfruttamento all’esterno (che è ciò che ha permesso l’arricchimento dei paesi occidentali).  È chiaro però che questo gioco può funzionare solo fino ad un certo grado di sviluppo delle economie emergenti ed anche delle aspettative di ridistribuzione della ricchezza da parte delle loro popolazioni.  Oltre questo limite c’è la guerra mondiale alla quale  gli apprendisti stregoni di turno (ai quali i popoli hanno sempre la malaugurata tendenza ad affidare il potere) ci stanno portando.  Questo esito sarà ancor più accelerato dalle aspettative di democrazia che gli USA diffondono nel mondo come elemento di legittimazione del loro ruolo di suoi paladini, ma senza ricordare che tali aspettative alla fine entrano in collisione con quella che la loro funzione mondiale è e sempre più sarà nella realtà, cioè quella di un mercenario, seppure di massimo livello, sostenuto da chi sta aspettando il momento buono per dargli il colpo finale.
    È dunque il momento, per gli USA, di forzare gli eventi, di anticiparli e non restarne in attesa. Mentre l’Europa, come teorica potenza mondiale è ferma al palo oscillando tra il velleitarismo e l’inconsistenza,  l’ordine che ha retto finora il mondo arabo/petrolifero si va inesorabilmente sgretolando col forte rischio (per i polizziotti mondiali) di volersi davvero avviare ad assetti più democratici e sovrani; la Russia ha le armi ma ancora non le basi economiche e la Cina sta per superare gli USA economicamente, ma ne rimane ben al di sotto sul piano militare. Sembra che i Cinesi si attengano finora all’antico principio di aspettare sulla riva del fiume il passaggio del cadavere nemico – che invariabilmente prima o poi arriva. Ma il timore di una spallata può sempre esserci, specialmente da parte di chi si sente debole e soprattutto se mai Russia e Cina dovessero trovare un’inedita sintonia. Allora cosa meglio di creare uno stato permanente e perfino crescente di instabilità nel mondo, un’emergenza cronica, e portarla nel cuore dei territori del Grande Gioco, a ridosso dei confini dei giganti rivali? Il Pakistan, che dà segni preoccupanti di poter accettare la protezione cinese ed è al tempo stesso a forte rischio di cadere in mano agli islamisti (insieme alle sue armi atomiche) sarebbe il candidato ideale come prossimo centro delle attenzioni del polizziotto/monopolista globale del brand “Democrazia Liberale”.    
    Mentre pseudo-giornalisti prezzolati vorrebbero ravvisare negli avvenimenti attuali grandi passi avanti per questo “brand”, Bin Laden ha ottenuto infine ciò che voleva: che la guerra tra resistenti islamici ed Occidente diventasse senza quartiere, irreversibile e senza possibilità di mediazione, che non rimanesse spazio per comprensioni reciproche o pacifiche convivenze e si estendesse a tutto il mondo. Gente che probabilmente si ritiene pure cristiana danza per strada festeggiando l’assassinio di un uomo. Non ci sarebbe stato da sorprendersi se l’avessero ucciso in pubblico in uno stadio come facevano i Talebani in Afghanistan – del resto ha forse uno spirito diverso il permesso accordato negli USA di assistere alle esecuzioni sulla sedia elettrica?
    Dieci anni dopo l’11 settembre siamo un passo più avanti verso il caos in cui solo le posizioni assolute hanno credibilità: proprio lo scenario da buoni contro cattivi, da “arrivano i nostri”, l’habitat naturale in cui la superpotenza USA può continuare ad apparire indispensabile, ad ottenere il credito internazionale politico e finanziario di cui ha assoluto bisogno.
    Dentro all’era ipertecnologica, a dominare le coscienze e dar senso e giustificazione agli eventi il mondo sembra approdare ad uno schema medievale, fatto di schieramenti aprioristici predeterminati in base a tribù e religioni di appartenenza: consumismo è libertà…e che Dio sia con noi. Da una parte e dall’altra il mondo concepito da Bin Laden.

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