• 07giu

    L’economia della felicità

    Dopo il lancio a Seattle, New York, Oslo, Tokyo, Hong Kong, Londra, New Delhi, è finalmente giunto anche in Italia il film :L’Economia della Felicità.   Oltre 600 persone hanno gremito la sala del cinema Odeon a Firenze dove Vandana Shiva ha presentato e discusso il film insieme all’autrice, Helena Norberg Hodge in collegamento Skype dall’Australia.

    Le due donne, ambedue vincitrici del Premio Nobel alternativo, hanno illustrato con  grande competenza,  cuore e sentimento, un’analisi acuta del fenomeno odierno della globalizzazione che contiene, al contempo,un messaggio potente di speranza per il futuro.

    Ecologista e attivista,  scienziata e filosofa,Vandana Shiva ha appena scelto l’Italia e Firenze per aprire la prima sede internazionale della sua Ong Navdanya International conosciuta come “La banca dei semi” che lotta per  proteggere la diversità e la l’integrità delle risorse naturali e umane contro l’agricultura e lo sfruttamento industriali.   

    Helena Norberg Hodge, scrittrice e attivista,  ha fatto della sua esperienza di vita in Ladakh  negli anni 70, una dimostrazione concreta e cogente delle falsità dell’idea di sviluppo e di progresso, coniata in Occidente e esportata in tutto il mondo. Il suo libro fondamentale, Il Futuro nel Passato, è stato tradotto in oltre 42 lingue e con la sua International Society for Ecology and Culture, è tra i  pionieri del movimento di localizzazione e  tra i profeti delle idee-base della decrescita o del contro-sviluppo.
     
    Il film ha il grandissimo merito  – specialmente qui in Italia – di oltrepassare le ristrette analisi del pensiero dominante ( europeo e americano) e di allargare la visuale tanto da abbracciare  6  continenti e l’ottica della più grande maggioranza di persone sul pianeta.

    Il film è scandito da  due parti: 1. Globalizzazione; 2.Localizzazione- Riprendendo il titolo del documentario di Al Gore, premiato con il Premio Nobel 2007, sulle responsabilità industriali del fenomeno del Surriscaldamento Globale, il film si focalizza su “Le scomode verità riguardo alla Globalizzazione”e scardina, uno dopo l’altro, tutta  una serie  di miti riguardo alla positività dell’economia globale, il progresso sociale e sulla nostra presunta felicità.

    Al vertice di questo progredire, si giunge alla conclusione che “La Globalizzazione è costruita su una spiegazione falsa” . Questa falsa spiegazione consiste nella fede  nella crescita. Nel credere che il mondo e l’uomo si sviluppino secondo una crescita e un progresso lineari e continui. Questo mito della crescita  è così potente perché probabilmente fonde insieme elementi cristiani con elementi della scienza. Ma ciò che va messo in discussione è il concetto di  crescita stesso per la semplice ragione che  il pianeta è finito e le risorse sono finite.  E tuttavia il  mito della crescita  ha alimentato e continua ad alimentare l’obbiettivo della crescita economica che accomuna tanto le politiche di sinistra che di destra.  Nel film sono riportati filmati di repertorio in cui John Fitzgerard Kennedy, Richard Nixon, Bill Clinton e anche Barack Obama inneggiano, tutti nella stessa maniera, alla crescita economica come chiave del futuro del paese. L’ossessione del PIL domina tutti i partiti politici dei “paesi sviluppati”, mentre l’unica idea nuova ci è giunta da un piccolo stato Himalayano. Nel 1972, l’allora Re del Bhutan coniò il termine “Felicità Nazionale Complessiva” e fece di questo l’obiettivo della sua politica nazionale, ponendo al centro l’armonia con la natura, l’educazione  e la preservazione della cultura e dei valori tradizionali. Seguendo il suo orientamento – ci ricorda il film – economisti di tutto il mondo stanno sviluppando modi più significativi per misurare il ben essere e la prosperità.

    Il problema è così veloce e grande che coinvolge le istituzioni, i governi, i trattati internazionali. Il film sottolinea che le soluzioni superficiali che riguardano cambiamenti  del comportamento individuale dei consumatori, non sono sufficienti. “Dovremmo guidare meno, illuminare con lampadine più efficienti, consumare prodotti più ecologici”- ci viene  detto da gruppi illuminati e ben intenzionati – ma  con questi azioni individuali  non possiamo risolvere il problema. C’è un limite su dove possiamo arrivare con queste soluzioni, in quanto società.  E’ necessaria un cambiamento delle istituzioni, bisogna regolamentare le grandi multinazionali che guidano il sistema e che hanno un potere immenso (economico e politico). Ciò non è utopico, ma è realmente possibile.   Quando le persone cominciano a capire che c’è un nesso preciso tra  cambiamento climatico,instabilità economica globale e la loro personale sofferenza  – stress, solitudine, depressione – allora c’è davvero la potenzialità di un movimento che cambia il mondo. C’è la possibilità di una rivoluzione culturale. Superando i falsi assunti del pensiero dominante, sarà facile dimostrare che  non esiste un antagonismo tra bisogni dell’uomo e bisogni della Madre Terra.

    Come conclude Helena Norberg Hodge “La resistenza all’ulteriore globalizzazione economica sta creando nuove e potenti alleanze: esponenti dell’ecologia profonda si alleano ai sindacalisti, imprenditori indipendenti ai piccoli contadini. Alla radice, la localizzazione sta creando dei ponti tra le divisioni: sta portando insieme la gente, al di sopra delle separazioni etniche, religiose, economiche ed anche partigiane… La cosa meravigliosa è che più diminuiamo la scala della nostra attività economica, più aumentiamo il nostro benessere.

    E questo avviene perché – a livello più profondo –  localizzazione significa connessione, significa ristabilire il nostro senso di interdipendenza con gli altri e con il mondo naturale. E questa connessione è un bisogno fondamentale dell’uomo.
     

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