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    Ma Gandhi oggi sarebbe un NO TAV?

    Per orientarci nella risposta, ricordiamo alcune delle sue più note riflessioni:

    “Lo stato, nel passaggio alla società senza stato, sarà una federazione di comunità democratiche rurali nonviolente e decentralizzate. Queste comunità si baseranno sulla “semplicità, povertà e lentezza volontaria” cioé su un tempo di vita coscientemente rallentato, nel quale l’accento sarà posto sull’autoespressione, attraverso un più ampio ritmo di vita, piuttosto che attraverso più veloci pulsazioni nell’avidità e di lucro.” (Citato da Aldo Capitini, Educazione Aperta, La Nuova Italia, Firenze 1967, vol.I, p. 172.)

    Ma c’è un passo che ha suscitato e continua a suscitare grandi controversie, tratto dal suo libro-libello più famoso:

    “E’ evidente che senza le ferrovie gli inglesi non avrebbero il potere che hanno sull’India….Le ferrovie hanno anche aumentato la frequenza delle carestie, perché, a causa della disponibilità dei mezzi di trasporto, la gente vende il loro grano che viene mandato ai mercati più cari. La gente diventa negligente e così aumenta il peso della carestia…. Il bene viaggia a passo di lumaca, ha poco a che fare con le ferrovie. Chi vuol fare il bene non è egoista, non ha fretta, sa che impregnare la gente di bontà richiede molto tempo. Ma il male ha le ali….” (Mahatma Gandhi, Vi spiego i mali della civiltà moderna. Hind Swaraj, Gandhi Edizioni, Pisa 2009, pp. 61-62.)

    A queste parole sembra far eco Alexander Langer con il suo famoso aforisma: “Più lenti, più profondi, più dolci”, o Ivan Illich nel suo “Elogio della bicicletta”: “Oltre una velocità critica, nessuno può risparmiare tempo senza costringere altri a perderlo. Colui che pretende un posto su un veicolo più rapido sostiene di fatto che il proprio tempo vale più di quello del passeggero di un veicolo più lento. Oltre una certa velocità, i passeggeri diventano consumatori del tempo altrui…”. (Bollati Boringhieri, Torino 2006. Per una presentazione più ampia, vedi: http://www.informazionesostenibile.info/216/ivan-illich-elogio-della-bicicletta/ )

    Tutti visionari? Anche i vari Claudio Cancelli, Luciano Gallino, Luca Mercalli, Marco Revelli, Angelo Tartaglia (si veda il suo sintetico e chiaro contributo “ Perché la Torino-Lione non ci serve”, Il Manifesto, 30 giugno 2011, http://www.swas.polito.it/services/Rassegna_Stampa/dett.asp?id=1309414494R4-new ), che hanno ampiamente scritto, analizzato, discusso le “ragioni del no e quelle del sì”? Dovremmo cacciarli dalle Università e dai Politecnici dove insegnano, o hanno insegnato?

    Oppure dobbiamo credere agli slogan dei vari Sergio Chiamparino, Piero Fassino, Emma Marcegaglia, Mario Virano, ecc., che ritengono l’opera indispensabile per il nostro futuro?

    Ma “quale futuro?”: quello “sostenibile” di cui parla il Wuppertal Institute nel suo ultimo rapporto (a cura di Wolfgang Sachs e Marco Morosini, Edizioni Ambiente, Milano 2011), nel quale si evidenzia come superata la velocità di 200 km all’ora le emissioni di anidride carbonica dei treni diventano non compatibili con gli obiettivi di riduzione necessari per invertire la rotta e contenere il global change? Oppure il futuro catastrofico che l’attuale sistema di economia finanziaria, di predominio imperiale-militare, di arroganza del complesso militare-industriale-scientifico-corporativo ci prospetta?

    Tornando a Gandhi, che cosa farebbe in questo contesto? Che cosa intendiamo per azione nonviolenta, legalità, disobbedienza civile, trasformazione nonviolenta dei conflitti?

    Certo, non tutti coloro che hanno partecipato alle varie iniziative promosse dal movimento NO TAV si sono comportati in maniera rigorosamente nonviolenta nel senso gandhiano del termine. Ma è anche opportuno ricordare a questo proposito, ai fautori della legalità (vedi Luigi La Spina, “Abbattuto il muro dell’illegalità”, La Stampa 28 giugno 2011), che ripristinare la legalità non significa dare via libera all’uso indiscriminato della violenza di stato (come Genova dieci anni fa, di questi giorni) lanciando centinaia di lacrimogeni (che contengono tra l’altro sostanze tossiche dichiarate illegali), manganellando, distruggendo, incitando o lasciando che i poliziotti si esibiscano nelle loro più basse modalità di comportamento. E’ una vecchia storia, che richiama i limiti in cui versano le nostre democrazie incapaci di affrontare i conflitti interni con modalità più civili, efficaci e autenticamente nonviolente.

    Si dirà che ci sono responsabilità anche dall’altra parte. Non sono certo io a negarlo, ma le proporzioni tra “il fuscello e la trave” di evangelica memoria debbono essere mantenute e riconosciute.

    Proviamo però a pensare in modo positivo a cosa si sarebbe dovuto fare e a cosa ancora si può fare per affrontare questo conflitto tipico, peraltro, di molte società contemporanee: dall’India all’Amazzonia, dal Niger al Chiapas.

    Ci aiutano in questo compito i lavori teorici e pratici sulla mediazione dei conflitti che abbiamo a contribuito a diffondere, nella speranza che man mano si riesca a costruire una cultura della trasformazione nonviolenta dei conflitti.

    Non c’è stata sinora autentica mediazione. Perché? Probabilmente, perché il conflitto è asimmetrico: lo stato contro una comunità locale. Esempi di questo tipo sono assai frequenti e ne ha parlato lungamente, in maniera documentata, Arundhati Roy nei suoi reportage dalla valle della Narmada in India e dalle colline del Jarkhand e dell’Orissa. In un conflitto asimmetrico (vedi Israele-Palestina) la parte più forte non è disponibile a sedere a un tavolo di mediazione e negoziazione. Occorre riequilibrare il conflitto. Come?

    Gandhi ci dice: attraverso la lotta nonviolenta, il satyagraha, mantendendo sempre aperta la nostra disponibilità al dialogo, cercando di riumanizzare l’avversario quando si comporta in maniera brutale, sviluppando soluzioni creative. E Nelson Mandela e Martin Luther King aggiungono: “ama il tuo nemico”. Facile da dirsi, difficile da farsi, ma loro ci sono riusciti.

    Abbiamo esempi positivi di casi in cui tutto ciò si è verificato. Non ultimo, sebbene con caratteristiche parzialmente differenti, l’iniziativa dei due referendum (acqua e nucleare), con la quale si è riusciti a coinvolgere un amplissimo spettro di soggetti raggiungendo il quorum necessario, nonostante lo strapotere (presunto!) della televisione, e le manovre messe in atto dal governo e dai gruppi di pressione pro-nucleare e pro-privatizzazione. Una lezione da trarre: “uniti e diversi”, riuscire a far convergere in un unico obiettivo, chiaro e raggiungibile la molteplicità di movimenti di base che operano su temi diversi ma affini. Sinora questo non è avvenuto per la questione NO TAV (ma anche, ricordiamolo: NO Dal Molin, NO Ponte, NO basi, ecc.).

    Ma oltre a queste caratteristiche generali, la lotta nonviolenta richiede disponibilità al sacrificio. Tutte cose ampiamente note anche la nostro caro amico Alberto Perino, che sin dagli anni 1960 le ha apprese durante le lotte per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio miltare, quando fu processato, insieme a molti altri di noi, perché durante una manifestazione indossava il cartello “ho fatto il militare e mi vergogno”. (A quando qualche ex poliziotto che indossi un cartello: “Ho fatto il poliziotto e mi vergogno?”). Non abbiamo quandi nessuna pretesa di insegnare “ai gatti ad arrampicarsi”.

    Ma la lotta nonviolenta richiede la “disponibilità al sacrificio”, a riempire le carceri, in centinaia e migliaia (dichiaro la mia disponibilità, anche se sinora non ho partecipato ai momenti più duri della lotta NO TAV). Quanti Gandhi tra noi, o più semplicemente e modestamente quanti “Turi Vaccaro”?

    Le gigantesche ruspe che abbiamo visto in azione nella Val di Susa ci ricordano non solo le immagini dei carri armati di Piazza Tien An Men, come hanno evocato alcuni giornalisti, ma ancor più quelle del bulldozer dell’esercito israeliano che ha travolto e ucciso Rachel Corrie a Rafah il 16 marzo 2003. E’ la democrazia, bellezza!

    In molte lotte nonviolente del passato, assai più dure di quella in corso, la repressione delle istituzioni si è rivelata un boomerang, un “ju-jitsu politico” (per dirla con Gene Sharp), che ha contribuito al riequlibrio delle forze in campo e ha aperto la strada verso una soluzione creativa, nonviolenta.

    Chiediamo dunque anche agli “intellettuali” la disponibilità a questo sacrifico, che va oltre la semplice, seppur necessaria, adesione a un appello.

    Amiche e amici del movimento NO TAV non lottano solo, come spregiativamente qualcuno sostiene, per il “loro orticello NIMBY”, ma perché si possa effettivamente avviare quel processo di transizione verso una società nonviolenta, equa e sostenibile, prima che sia troppo tardi.

    Fonte: serenoregis.org

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