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  • 09lug

    Mercurio nell’acqua minerale, l’allarme dall’accademia Kronos

    L’Accademia Kronos ha lanciato un allarme riguardante il pericolo di presenza di mercurio nell’acqua minerale commercializzata da alcuni marchi. L’analisi, tuttavia, presenta diverse carenze, prima fra tutte quella di non aver ancora svelato i nomi delle etichette coinvolte.

    Dopo l’arsenico nell’acqua di acquedotto, il mercurio nell’acqua minerale in bottiglia. È questo l’allarme lanciato dall’Accademia Kronos, che ha effettuato un’indagine in collaborazione con il laboratorio chimico e microbiologico “Alimentazione e Ambiente” di Roma e l’Unione Nazionale Consumatori sul contenuto delle bottiglie di alcune marche di acque minerali.

    Prima di entrare nel merito dell’indagine va tuttavia fatta una premessa: il comunicato diffuso da Kronos effettua una panoramica molto completa sulle implicazioni biologiche del mercurio nell’acqua e nell’atmosfera, analizzando puntualmente le origini, di natura antropica e naturale, e le modalità di diffusione nell’ambiente di questo elemento.

    Tuttavia, come emerge chiaramente e nettamente dai commenti che internauti e lettori della notizia hanno lasciato sui molti spazi dove è circolata, la strategia e l’approccio comunicativo con cui è stata gestita l’indagine danno adito a molti dubbi e contestazioni, non indicando i marchi le cui acque contengono mercurio oltre la soglia consentita e tollerata. Nomi e cognomi vengono rimandati a un successivo comunicato, promesso per fine giugno o settembre, in cui a seguito di ulteriori accertamenti sarà diramato un elenco delle etichette fuori legge.

    Se da un lato è plausibile andarci con i piedi di piombo, trattandosi di un’informazione che dal punto di vista commerciale avrebbe ripercussioni considerevoli – fra l’altro con probabili strascichi legali –, è comunque doveroso rilevare che denunciando un fatto così grave è scorretto non comunicarne i responsabili, soprattutto nei confronti di quelle persone che vogliono sapere se la marca di acqua minerale che acquistano e bevono abitualmente è sicura o meno. Inoltre – immaginiamo che anche questo dato sarà svelato nel comunicato di settembre – non vengono fornite informazioni precise riguardo ai valori di mercurio rilevati nell’analisi.

    Detto questo, procediamo entrando nel merito della questione. Secondo le normative nazionale ed europea, il quantitativo limite di mercurio contenuto in acque a uso umano è di 1 microgrammo per litro. Il mercurio infatti è una sostanza che non ha alcuna funzione specifica nel corpo umano e, assunta in quantitativi troppo elevati, può avere effetti negativi anche gravi.

    Tali effetti sono riconducibili a danni cerebrali e al sistema nervoso, reazioni allergiche più o meno accentuate e ripercussioni sull’attività riproduttiva oltre che, nelle donne incinte, sul feto. Si calcola che complessivamente una persona assume circa 0,5 milligrammi di mercurio al giorno, laddove 100 milligrammi costituiscono la soglia dell’intossicazione e 500 milligrammi quella dell’avvelenamento potenzialmente mortale.

    Ma in che modo assorbiamo queste quantità di mercurio? Esso si trova in grandi quantità nell’ambiente, generato per lo più da processi naturali come l’attività vulcanica o l’erosione delle rocce. Circa un quarto tuttavia è attribuibile ad attività umane di diverso tipo: scarichi industriali, combustione di petrolio e carbone, fabbricazione di prodotti come batterie, lampade o termometri. Infine, cosa molto grave, il mercurio si può trovare anche in elementi quali pesci, che lo assorbono dall’acqua in cui vivono, e pesticidi.

    La pericolosità di questo risiede nel fatto che pesci e pesticidi sono inseriti in maniera diretta nella catena alimentare e provocano dunque un’assunzione massiccia, non filtrata, delle quantità di mercurio di cui sono portatori da parte dell’uomo. Anche il mercurio presente in acqua, nelle falde, nella terra, nell’atmosfera però finisce per rientrare in qualche modo nella catena alimentare a causa dell’interazione fra gli appartenenti alla catena stessa – per esempio, un uccello che mangia un pesce contaminato o una mucca che bruca l’erba da un terreno contaminato.

    Alla luce di queste considerazioni, appare chiaro con quanta facilità il mercurio possa finire nell’acqua che beviamo. In un contesto simile divengono quindi fondamentali i controlli che vengono effettuati su tale acqua, sia da parte degli imbottigliatori sia dai gestori degli acquedotti pubblici e privati.

    A proposito di quelli privati – nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di piccoli pozzi artesiani installati da cittadini le cui abitazioni non sono servite dalla rete pubblica – è opportuno sottolineare alcuni casi di mala informazione (dolosa?) che hanno contribuito a mischiare ulteriormente le carte, come l’invito a bere acqua in bottiglia diramato dalle istituzioni di alcune zone del trevigiano, evidente speculazione su un divieto emanato dal sindaco di Preganziol di prelevare acqua da alcuni pozzi privati di un’area in realtà abbastanza circoscritta poiché a rischio di contaminazione di mercurio.

    Il dibattito ha quindi una duplice natura: al discorso relativo alla salubrità dell’acqua e alla tutela della salute di chi la consuma, che dovrebbe essere ovviamente quello prioritario, si è sovrapposta la questione politica, con le sue implicazioni rappresentate dalla privatizzazione dell’acqua pubblica e dagli interessi dei marchi che vendono acque minerali, ovviamente minacciati da vicino in questa vicenda. La speranza è che questo importante nodo venga sciolto senza ulteriori indugi e tentennamenti dall’Accademia Kronos tramite il famoso comunicato che tutti noi, consumatori di acque in bottiglia e non, attendiamo con grande trepidazione e un poco di impazienza. Detto questo, ricordiamo che l’acqua del rubinetto, nella maggior parte dei casi, è ottima per l’organismo umano, deve superare test più severi che le acque minerali e ha il vantaggio, non indifferente, di non consumare plastica, emissioni dovute ai camion che la trasportano e di non essere mantenuta in contenitori che possono rilasciare sostanze nocive.

    Fonte: Il Cambiamento

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