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  • 29lug

    Microsoft: il data center è una caldaia. Domestica

    Una ricerca di Redmond suggerisce la possibilità di impiegare mini-data center condominiali per riscaldare ambienti e acqua servita agli appartamenti. Tutti ne guadagnano, ma l’idea non manca di problemi di implementazione.

    Roma – L’idea non è esattamente originale, ma la nuova ricerca di Microsoft Research ha il merito di spingersi oltre e immaginare scenari applicativi di vasta portata: l’obiettivo è quello di costruire tante piccole "Data Furnace", caldaie alimentate a tecnologia di dati digitali con l’implementazione di una infrastruttura di cloud computing distribuita sotto le abitazioni e nei condomini.

    Microsoft va oltre l’idea – già espressa da IBM – dell’utilizzo del calore in eccesso prodotto dai data center per il riscaldamento degli ambienti domestici, supera gli esperimenti come il CED (centro elaborazione dati) sotterraneo nel centro di Helsinki e ipotizza l’installazione di rack da 40-400 CPU totali (tra 1 e 10 rack) sotto ogni unità abitativa.

    In cambio dell’energia elettrica necessaria alla loro alimentazione, queste "caldaie digitali" girerebbero alle abitazioni e ai condomini il calore prodotto in eccesso dai processori servendo aria e acqua calda all’impianto di riscaldamento, giocoforza centralizzato.

    Nella scommessa di Microsoft ci guadagnano tutti: il riciclo del calore in eccesso favorisce l’ambiente e il risparmio complessivo, gli utenti domestici possono godere del comfort della propria casa risparmiando tra i 280 e i 324 dollari all’anno e le aziende possono contare su una mini-unità di computing distribuito a breve distanza dall’abitato a cui poter fornire servizi telematici avanzati.

    La ricerca Microsoft si premura di rispondere anche alle possibili controindicazioni del progetto Data Furnace: la sicurezza fisica dei rack potrebbe essere migliorata con l’installazione di sensori nelle zone di accesso, la necessità di operazioni in loco sarebbe ridotta dalla capacità crescente di operare in remoto e la fame di banda di un data center – seppur di ridotte dimensioni come quelli ipotizzati nella ricerca – dovrebbe venire saziata dalla continua diffusione di connessioni in fibra ottica (FTTH). Almeno negli USA.

    Fonte:

    punto-informatico.it

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