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  • 23ago

    Istituzioni e ambientalisti contro la Shell “Sull’incidente non è stata trasparente”

    Meno grave del disastro petrolifero al largo del Golfo del Messico, ma tecnica nel tentativo di minimizzare, se non nascondere l’accaduto. La Shell ha infatti atteso due giorni, prima di rivelare al pubblico l’incidente occorso mercoledì scorso presso la Gannet Alpha, una piattaforma al largo delle coste scozzesi a circa 180 km ad est di Aberdeen. È la peggiore fuoriuscita di petrolio degli ultimi dieci anni in acque britanniche, con 55mila galloni di oronero già riversati in mare.

    La compagnia anglo-olandese è stata accusata sia da parlamentari scozzesi che da Greenpeace Uk di “non essere stata affatto trasparente” riguardo a quanto successo, criticando il suo silenzio di ben 48 ore. La prima falla, principale responsabile dello sversamento, è stata chiusa; così come uno dei due pozzi della piattaforma. Ne è stata però individuata una seconda, più piccola ma più difficile da gestire.

    Per le associazioni ambientaliste, in un momento dell’anno così delicato per la riproduzione e le migrazioni di molte specie, l’incidente potrebbe essere fatale per interi ecosistemi. Preoccupazione anche da parte del governo britannico, secondo cui questa “fuoriuscita sostanziosa” potrebbe rivelarsi superiore a quella del disastro ambientale del 2000, quando si dispersero in mare oltre 500 tonnellate di petrolio.

    Shell, già balzata in primo piano nelle cronache mondiali di questi giorni per le rivelazioni Unep sugli enormi danni ambientali da essa causati in Ogoniland, nel Delta del Niger, è più che decisa a salvare la propria immagine di fronte all’opinione pubblica globale: “La perdita è sotto controllo”, assicurano dalla compagnia. Che, stando alle affermazioni di Glen Cayley, direttore tecnico delle attività esplorative e produttive di Shell in Europa, “tiene molto all’ambiente” e “si rammarica” per l’accaduto. È anche per questo che, afferma Cayley, si è agito in modo “pronto ed appropriato”. Per la compagnia, inoltre, i forti venti e le onde degli scorsi giorni hanno ridotto già di molto la macchia nera visibile sulle acque.

    I 1.300 barili di petrolio sversati in mare dalla Gannet Alpha, anche se sommati ai circa 50 che ogni giorno la seconda falla sta continuando a rilasciare nelle acque scozzesi, sono in effetti una quantità molto ridotta rispetto ai 70.000 barili quotidiani con cui la Deepwater Horizon della Bp ha avvelenato per mesi il Golfo del Messico.

    Ciononostante per Sarah Boyack, referente ambientale del partito Laburista nel Parlamento di Edimburgo, le persone hanno bisogno di maggiori rassicurazioni da parte delle agenzie governative coinvolte nel controllo di eventi come questo. “Voglio sapere quali piani di contingenza sono stati messi a punto per fronteggiare le maggiori fuoriuscite di petrolio”, fa presente Boyack: “Vorrei anche sapere quali lezioni hanno imparato [le agenzie governative] dal disastro della Deepwater Horizon, in relazione alla protezione dell’ambiente, della salute pubblica e dell’industria ittica”.

    L’estrazione petrolifera nel Mare del Nord, ritenuta da sempre “la più sicura” al mondo, evidentemente non è immune da incidenti. Per molti è quindi il momento di riflettere seriamente sull’effettiva necessità di trivellare l’Artico, come sempre più compagnie petrolifere sono intenzionate a fare.

    Per Vicky Wyatt, senior oil campaigner di Greenpeace, dato che il ritiro dei ghiacci di ampie zone al di sopra del Circolo Polare Artico permetterà ai giganti petroliferi come Shell di iniziare ad esplorare il Polo Nord, la compagnia ha “importanti domande a cui rispondere”.

    Soprattutto ora che il governo britannico ha rilasciato ben 26 nuove licenze per l’esplorazione petrolifera in acque profonde a ovest delle Isole Shetland. E che giusto in questi giorni, negli Usa, l’Amministrazione Obama ha concesso proprio a Shell di perforare i fondali al largo delle coste artiche dell’Alaska per future estrazioni.

    “Se Shell non è in grado di impedire una fuoriuscita di petrolio nel ‘sicurissimo’ Mare del Nord – chiosa Wyatt – c’è da chiedersi come farebbe a gestirla nel fragile ed incontaminato Artico, dove le fughe di petrolio sono praticamente impossibili da ripulire”.

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