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  • 26ago

    Terra impazzita, se il fuoco minaccia il Circolo Polare Artico

    La Terra si surriscalda e scioglie la crosta gelata del permafrost, liberando immensi giacimenti di metano, pronti a incendiarsi. Dopo diecimila anni, sulle terre polari incombe un nuovo pericolo: il fuoco. Sono le fiamme, oggi, a minacciare i territori boreali di Siberia, Alaska e Canada: danni spaventosi, incalcolabili, se a prendere fuoco è la tundra artica, come in occasione del devastante rogo del 2007, col rilascio nell’atmosfera di una quantità di carbonio pari a quella immagazzinata dai ghiacci nei 50 anni precedenti. Il disastro, nella zona del fiume Anaktuvuk nel nord dell’Alaska, ridusse in cenere un’area di 1.039 chilometri quadrati, pari a una media provincia italiana, liberando nell’atmosfera  2,3 milioni di tonnellate di carbonio.

    «Il riscaldamento globale – scrive Paolo Virtuani sul “Corriere della Sera” – sta facendo finora sentire i maggiori effetti alle latitudini più settentrionali Il rogo dell’Anaktuvuk del pianeta». A parte il fenomeno dello scioglimento della calotta glaciale della Groenlandia e della riduzione della superficie coperta dalla banchisa nell’oceano Artico, ciò che preoccupa maggiormente è quanto sta avvenendo sulla terraferma nelle regioni più settentrionali dell’America e della Russia. A preoccupare, in particolare, è lo scioglimento del permafrost, ovvero «la parte superficiale del terreno permanentemente ghiacciato, duro come una roccia». Uno dei problemi, spiega Virtuani, è che il suolo, sgelando, diventa molle e fangoso: «Quello che preoccupa i climatologi è che il permafrost della tundra ha immagazzinato per millenni sotto forma ghiacciata enormi quantità di carbonio e di metano, che ora con il disgelo vengono rilasciati nell’atmosfera».

    Il metano in particolare è un potente gas serra, decine di volte più pericoloso dell’anidride carbonica. «Con il riscaldamento, oltre al rilascio di questi gas, aumenta in modo considerevole il pericolo di incendi come quello del 2007», continua Virtuani, sottolineando la fragilità dell’ecosistema della tundra artica, vulnerabilissimo dagli incendi, visto che ormai «le estati artiche stanno diventando più lunghe e soprattutto più secche», esponendo il permafrost altamente infiammabile a minacce sconosciute da secoli. «Se piccoli incendi avvengono ogni 80-150 anni, la Tundra in fiamme in Alaskatundra ha il tempo di rigenerarsi», spiega Sydonia Bret-Harte, co-autrice di un recente studio delle università dell’Alaska e della Florida, pubblicato il 28 luglio sulla rivista “Nature”. «Ma se ora avvengono con maggiore frequenza, diciamo ogni dieci anni, l’ambiente non ha il tempo per recuperare».

    Il rogo dell’Anaktuvuk venne innescato da un fulmine. «Normalmente ci si aspetta che un incendio scoppiato in un terreno umido come il permafrost in via di disgelo si spenga rapidamente», aggiunge la studiosa dell’università dell’Alaska, «invece l’estate 2007 fu particolarmente secca, l’incendio non si spense e proseguì sotto traccia per settimane in una zona selvaggia dove era impossibile intervenire, finché in settembre forti venti estesero le fiamme». Il fumo era visibile fino a 24 chilometri di distanza da un campo dove erano situati gli studiosi. La situazione è seria: «Incendi di queste proporzioni sono Michelle Mackassenti da 10.000 anni nella tundra artica», ricorda Michelle Mack, che studia gli ecosistemi boreali all’Università della Florida.

    La differenza di un incendio nella tundra rispetto al rogo in una foresta alle nostre latitudini è che nella foresta le fiamme bruciano gli alberi e le foglie cadute, mentre nella tundra, oltre a ridurre in cenere muschi e licheni che ricoprono il suolo, brucia il suolo stesso, il permafrost, distruggendo almeno il 30% di materiale organico che contiene. Considerando la vasta estensione della terre glaciali – il permafrost ricopre per il 20-25% l’intero emisfero settentrionale – lo studio pubblicato su “Nature” per la prima volta mette in guardia dalla bomba ecologica rappresentata dagli incendi della tundra. Incendi, aggiunge il “Corriere”, che «possono condizionare l’emissione di gas serra e, anzi, secondo gli scienziati, diventarne il fattore più importante: ben più delle emissioni dei Paesi industrializzati e di quelli in via di sviluppo che tutti vogliono contenere».

    Fonte: Libre

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