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  • 21set

    Il far west dei gas serra in Europa. Manca un organismo di controllo

    È vietato in tutta Europa da quasi due anni, resiste in atmosfera per quasi tre secoli ed è migliaia di volte più dannoso della CO2: è il trifluorometano, meglio conosciuto come fluoroformio. Ma come è possibile, come nel caso italiano, che per ben 15 anni non se ne sia rilevata la presenza? Il problema sta nell’affidabilità dei controlli. Invece di avere una autorità indipendente che verifichi i dati relativi alle emissioni di Paesi aderenti ad accordi internazionali come il protocollo di Kyoto, la valutazione delle emissioni di gas serra si limita a una sorta di autovalutazione da parte degli Stati stessi, sulla base delle informazioni fornitegli direttamente dalle imprese. Così, in Europa sono sempre più frequenti le irregolarità nel calcolo delle emissioni di gas serra. E manca un vero organismo di controllo.

    La quantità di gas climalteranti rilasciati nell’ambiente sarebbe infatti il doppio di quella dichiarata da alcuni dei Paesi membri dell’Unione. A rivelarlo è un rapporto dell’Istituto di ricerca svizzero Empa, che evidenzia in particolare il problema degli idrocarburi alogenati. Fra questi il trifluorometano (HFC-23), utilizzato come gas refrigerante e nella produzione di teflon, vietato nell’Ue dal 1 gennaio 2010 in quanto 15mila volte più dannoso per l’atmosfera della famigerata CO2. Fra i colpevoli delle contraffazioni dei dati ufficiali relativi al rilascio di questo gas spicca proprio l’Italia. Che, virtualmente libera da HFC-23 dal 1996, secondo i dati Empa è invece responsabile di emissioni fra le 10 e le 20 volte superiori a quelle dichiarate.

    In Italia ne è stato emesso in questi anni per un totale di ben 630.000 tonnellate di CO2 equivalente: quelle prodotte in un anno da una città di 75.000 abitanti. Ma il Belpaese è in buona compagnia: anche Gran Bretagna e Paesi Bassi, infatti, secondo l’Istituto di ricerca svizzero avrebbero manipolato i dati presentati. Non solo un ennesimo schiaffo alla credibilità internazionale del nostro Paese, dunque, ma una piaga che riguarda tutta l’Europa occidentale. Tutta tranne Germania e Francia, gli unici Paesi, secondo Empa, a fornire misurazioni veritiere. Da segnalare poi la Romania, addirittura sospesa dal mercato delle emissioni del protocollo di Kyoto per irregolarità nella raccolta e presentazione dei dati.

    L’introduzione di un organismo di controllo indipendente non è ancora presa seriamente in considerazione dai funzionari Ue. Ciononostante ci sono Stati, come la Danimarca, che da tempo premono per un completo ed efficacie divieto di sostanze come il fluoroformio. O almeno una loro graduale eliminazione, come pensa di fare la Commissione ad esempio riducendo entro il 2017 la presenza di questi gas nei sistemi di condizionamento delle automobili. Un passo necessario, affermano da Copenhagen, per potere raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni da parte dei Paesi europei.

    Intanto, proprio dalla capitale danese arrivano importanti suggerimenti nella lotta alle emissioni inquinanti. Per l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), infatti, ridurre i gas serra sarebbe possibile anche e soprattutto grazie ad una migliore gestione dei rifiuti urbani. È quanto spiegato in una ricerca, intitolata “Waste opportunities – Past and future climate benefits from better municipal waste management in Europe, che stima in 78 milioni di tonnellate la quantità di CO2 equivalente che i 27 Stati Ue (con Norvegia e Svizzera) potrebbero tagliare entro il 2020.

    Come? Riducendo i rifiuti prodotti ed aumentando il riciclaggio di quelli generati, soprattutto valorizzando la gran quantità di materiali organici che, ancora oggi, vengono mandati in discarica. Ad esempio utilizzandoli per la produzione di energia: a causa della loro digestione anaerobica, infatti, questi scarti producono elevate dosi di metano (altro potentissimo gas serra).

    I cittadini Ue nel 2008 hanno generato 524kg di rifiuti a testa, contro i 468 del 1995. Una crescita consistente, che peraltro non sembra volersi arrestare. Ciò che è incoraggiante, però, sono i dati relativi al riciclaggio, in continua ascesa rispetto al confinamento dell’immondizia in discarica: se nel 1995 veniva riciclato il 17% dei rifiuti solidi urbani europei, nel 2008 si è passati al 40%. Per un totale di 48 milioni di tonnellate di CO2 equivalente non riversate in atmosfera.

    Ma la riduzione delle emissioni, avvertono da Copenhagen, “dipende largamente dal modo in cui le nazioni implementeranno le politiche Ue sui rifiuti”. La speranza, viene da dire, è che non si ripeta quanto sta avvenendo con l’HFC-23 o il mercato delle emissioni. E che i Paesi dell’Unione siano finalmente disposti ad agire nel rispetto delle regole e della trasparenza.

    Fonte: ilfattoquotidiano.it

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