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  • 31ott

    Gestire la fine dell’antropocene: “Consumare energia per risparmiare energia”

    Dalle FER (Fonti di Energie Rinnovabili) tecnocratiche all’energia auto consistente
     
    L’ansia di soddisfare i quattro bisogni fondamentali (l’aria sana, l’acqua sana, il cibo sano ed un’energia sufficiente) ha permeato l’umanità in tutte le società più o meno “civili” del passato. Ciò è particolarmente evidente in un momento di crisi come quella attuale: una crisi profonda, irreversibile e strutturale, perché crisi ambientale, dovuta alla scarsità di risorse reali. Questa crisi interessa una società, divenuta complessa e poco trasparente, una società  in crisi finanziaria, in quanto l’economia virtuale della finanza e dei derivati (dummy economy) è otto volte più forte dell’economia reale[1]. Per le criticità ambientali  oramai si dovrà ricorrere solo all’ADATTAMENTO, perché la MITIGAZIONE dell’effetto serra è diventata una chimera, visto il desiderio degli Stati globalizzati di consumare fino all’ultima goccia di petrolio attraverso contratti di fornitura bilaterali. Ciò svuota e rende del tutto inefficaci gli accordi internazionali come Rio, Kyoto e Copenaghen.
     
    In questa situazione estremamente fluttuante, l’ONU con il progetto Millennium Ecosystems Assessment del 2005[2], ha cercato di dare degli obiettivi attraverso la strategia del “Regional Mosaic Approach”, dove in sintesi si afferma che è indispensabile pianificare le attività umane in funzione delle risorse rinnovabili utilizzabili localmente, scegliendo le tecnologie più appropriate in tal senso.  Quasi una proposta di autarchia verde regionale[3].  
     
    Qual è il settore produttivo che è in grado di operare secondo questa strategia,  in una condizione perenne di autoconsistenza? Certamente il settore primario (non a caso definito primario) cioè l’agricoltura/pescicoltura/silvicoltura per autoconsumo con vendita delle eccedenze, un settore che per millenni, in civiltà piccole o numerose, ha nutrito e sostenuto, attraverso i cicli chiusi dei suoi processi produttivi, gli altri due settori, che funzionano con processi aperti: il settore industriale e quello dei servizi.  
     
    Attraverso le ECCEDENZE di CIBO e BIOMASSA e l’ENERGIA MUSCOLARE (uomini e animali), il settore primario in TUTTE LE CIVILTA’ DEL PASSATO ha contribuito a mantenere in vita, oltre a se stesso, anche le altre categorie sociali, che si sono sempre dimensionate sulle potenzialità produttive dello stesso[4]. Chiaramente si parla di società che non si siano sviluppate o mantenute attraverso le rapine ad altre società, come purtroppo spesso è accaduto.
     
    Il settore primario è l’unico settore che sfrutta come energia base l’energia solare, unica sorgente di energia che può essere utilizzata in continuazione, e non una sola volta come le energie fossili o in modo temporaneo come le RINNOVABILI TECNOCRATICHE che dipendono, e dipenderanno, dalla disponibilità di fonti di energia fossile per la loro progettazione, costruzione e mantenimento. L’unico “sistema ad energie rinnovabili” che rispetta questo assunto di rinnovabilità è il sistema che deve produrre abbastanza “energia netta”, in modo da riprodurre se stesso. E’ questo il moto perpetuo, caratteristico del sistema produttivo del settore primario a cicli chiusi.
     
    Le energie motrici delle civiltà del passato erano quindi l’energia muscolare e le biomasse e per le alte temperature la carbonella di legna, con la quale sono stati prodotti mattoni e calce per le città e sono stati fusi i metalli.
     
    Del resto Giorgio Nebbia, richiamando Georgescu-Roegen[5] scriveva: non compiacetevi troppo nelle illusioni dell’uso dell’energia solare: la sua cattura con “macchine” umane comporta un costo di materiali, e quindi di energia, che può superare la quantità di energia commerciale che le macchine “solari” possono dare.
     
    Doveroso quindi porre in testa ai soliti elenchi di FER l’energia muscolare e le biomasse in tutte le loro tipologie e poi proseguire con la lista delle FER tecnocratiche, alle quali si sta delegando con troppa leggerezza la sostenibilità futura.
     
     
    La necessità di una destrutturazione sociale
     
    Le nostre società occidentali, fino agli anni ‘50, avevano una struttura dei settori produttivi relativamente stabile. La maggioranza del reddito e delle occupazioni erano dentro il settore primario, che per esempio in Italia nel 1861, al tempo dell’Unità, interessava il 55% degli occupati, mentre l’industria il 19% (in prevalenza artigiani)  e i servizi il 26%. Negli anni ’50 la struttura dei settori produttivi è cambiata di poco, ma da allora si è verificata una trasformazione radicale, che ha portato attualmente l’agricoltura al 4% di occupati, l’industria al 26% ed i servizi al 70% (in USA l’80%). Una rivoluzione strutturale che ha caratterizzato l’ANTROPOCENE, cioè questa era “geologica” in cui l’uomo e le sue attività, alimentate dalle fonti fossili a basso prezzo, sono le principali fautrici delle modifiche climatiche mondiali. L’antropocene,  un periodo di un centinaio d’anni (all’incirca dal 1930 al 2030), alimentato dalle energie fossili, è ora in un  estremo stato di incertezza. Deve fare i conti con la rapina delle sue disponibilità future nei giacimenti di tutti i tipi (uranio, petrolio, carbone, gas, etc) e con la necessità di una strategia di transizione “morbida” alle ENERGIE RINNOVABILI VERE. Quest’ultime dovranno mantenersi sufficienti in una società stazionaria, con una popolazione stimata di 9 miliardi di abitanti intorno al 2040/2050.
     
     
    Un nuovo paradigma
     
    È  necessario, quindi, ridurre drasticamente i consumi individuali nelle società opulente, ma soprattutto orientarsi ad attività individuali di AUTOPRODUZIONE, che assieme al risparmio ed all’efficienza investano sull’energia muscolare  in modo da portare avanti la creazione di RICCHEZZA REALE di beni. Va decisamente abbandonato il mantra devastante della CRESCITA intesa come accumulo di ricchezza fittizia monetaria basata sul PIL (l’insieme monetario di beni e servizi che una realtà produce).
     
    L’autoproduzione implica in sé la riduzione del PIL, perché i beni che si utilizzano per vivere non rientrano nella catena del calcolo delle merci che incrementa il PIL stesso. E se una nazione ha moltissimi auto produttori, a ciclo chiuso nel settore primario, ha certamente un valore del PIL inferiore a parità di beni e merci prodotte. L’ autoproduzione si deve sviluppare a livello individuale anche in chi è occupato nel settore industriale e nei servizi con azioni quotidiane di attenzione al riuso, alla riparazione ed ai processi di auto sostentamento alimentare (orti urbani, attività casalinghe, riduzione di orari di lavoro per incrementare le attività di scambio di beni e servizi non mercificati). Un nuovo rinascimento che non sia fatto solo di sobrietà, ma che sia una “DECRESCITA” possibilmente “FELICE”, perché foriera di scelte soggettive per il futuro e basata su presupposti alternativi di gestione politica, stili di vita e tecnologie appropriate[6].
     
    Un NUOVO PARADIGMA, che marginalizzi man mano l’utilizzo delle energie fossili, e che le utilizzi in questo periodo di rischio di loro indisponibilità, per produrre sistemi (sociali o tecnologici) controllati e a bassa entropia. Sistemi che  reggano nel tempo (questo è il vero problema) e siano resilienti agli eventi imprevedibili, che si stanno quotidianamente presentando in questa società complessa, cresciuta tumultuosamente, a causa della scarsità di risorse reali e dei cambiamenti climatici. Insomma  occorre sistematicamente CONSUMARE ENERGIA PER RISPARMIARE ENERGIA.
    Le tre linee guida per le strategie sulle energie rinnovabili dovrebbero essere in priorità: risparmio, efficienza e alla fine diffuse energie rinnovabili tecnocratiche e rinnovabili durature.
     
    Sono allora da prendere in seria considerazione le aree critiche che hanno contribuito a collassare le società del passato. Esse sono delle invaranti[7] trasversali a molte società: l’AGRICOLTURA, la disponibilità di minerali e di produzione energetica, la ricerca e sviluppo, gli investimenti sulla salute, la scuola, e per ultimi la gestione del governo, l’esercito e l’industria con la sua produttività.
     
    Invarianti sovrapponibili a queste si possono considerare: la DEFORESTAZIONE e distruzione dell’habitat, la gestione sbagliata del suolo, la cattiva gestione delle risorse idriche, l’eccesso di caccia e di pesca, l’introduzione di specie nuove,  la crescita della popolazione e gli stili di vita (secondo quanto recita il libro intitolato “Collasso”[8], un testo di analisi comparata sull’organizzazione e crollo di civiltà, tra loro anche molto diverse. Agricoltura e deforestazione sono, infatti, priorità chiare, che investono in primis la necessità di investire per accrescere il settore primario e i fattori ambientali che lo mantengono vitale. Questo per la tutela dei due valori fondamentali: la salute e la biodiversità, condizioni essenziali per la sopravvivenza.
     
    Dobbiamo comunque accelerare la costruzione di generatori eolici possibilmente di piccola taglia e impianti fotovoltaici di piccola taglia per autoconsumo, case ad alto risparmio energetico, anche se tutto questo avviene grazie al petrolio, perché, ripeto, bisogna consumare energia fossile  per risparmiare energia per il futuro.
    Ricordiamoci, però, sempre, che alla fine ci restano solo le energie di PAPA’ SOLE e di MAMME PIANTE,  i nostri grandi amici di sempre, diffusi e disinteressati e perciò anche “democratici”.
     
    Gianluigi Salvador
    Referente energia e rifiuti WWF Veneto, Membro MDF (Movimento per la Decrescita Felice)



    [1]Sole 24 Ore 6.8.2011 pag10
    [2]Vedi MEA in internet
    [3] Marino Ruzzenenti: L’Autarchia verde, Jaca Bokk, 2011
    [4]Jared Diamond: Collasso, Einaudi, 2005
    [5]Rivista Altronovecento n.4, nov 2000
    [6]Maurizio Pallante – Un programma politico per la decrescita, Ed. per la Decrescita Felice, 2010
    [7]Joshep A.Tainter- The Collapse of Complex Societies, Cambridge press, 2005
    [8]Jared Diamond: op. cit.
     
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