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    O la Borsa o la vita

    Si attribuisce a Paul Valéry, saggista e poeta francese, il detto: «Un autore scrive sempre lo stesso libro». In fondo, anche gli editoriali di Nigrizia degli ultimi decenni incarnano spesso la stessa denuncia: l’intollerabilità delle diseguaglianze sociali; lo sfruttamento sociale diventato sistema; un impianto capitalistico che impoverisce sempre di più i già poveri e che arricchisce i già ricchi (persone o paesi); l’ossessione patologica della crescita e del profitto; una cultura che ha assunto il denaro come unico valore di relazione e di organizzazione sociale; l’egoismo che prevale sulla solidarietà e l’io sul noi.

    Anche in questo scritto troverete le stesse critiche. Perché ci ripetiamo? Perché siamo arrivati al dunque. Perché la crisi finanziaria, economica, ecologica e morale, che ha travolto il mondo occidentale, sta portando al crepuscolo i dogmi dominanti in questi anni e ai quali abbiamo obbedito ciecamente.

    Abbiamo sostenuto un sistema che premia il vizio, il gioco d’azzardo degli speculatori, degli acrobati della finanza, arricchitisi in modo osceno. Ci hanno detto: «Arricchitevi e siate avidi, perché solo così riuscirete a conquistare la felicità in terra». Ci hanno convinto che l’unico modo per lavorare nell’era della globalizzazione era accettare lo sfruttamento, la cancellazione dei diritti. Così, abbiamo sostituito il cittadino con il consumatore, per poi accorgerci che solo a poche sanguisughe è concesso il privilegio di consumare e sperperare in abbondanza. Abbiamo costruito un modello di sviluppo iniquo e socialmente ed ecologicamente insostenibile, quasi fossimo in grado di produrre e consumare all’infinito. E chi per anni ha puntato il dito contro questa verità adulterata è stato battezzato una “Cassandra” da una classe dirigente (politica, economica, intellettuale) senza valori, che non siano quelli quotati in Borsa.

    Ma il bubbone doveva scoppiare. Per quanto tempo ancora, infatti, si poteva sopportare una struttura sociale in cui un manager guadagna in un mese lo stipendio che un suo dipendente guadagna in 27 anni? Come si può accettare che l’1% della popolazione italiana (per restare a casa nostra) detenga la stessa percentuale di ricchezza che è ripartita fra il 60% della popolazione che è chiamato ogni giorno a tirare la cinghia? A questo 60%, anche oggi, i tecnocrati di Roma stringono forte il cappio al collo per strizzargli le ultime risorse utili a risanare un bilancio pubblico anoressico.

    L’ascensore sociale, sul quale ci avevano promesso che tutti saremmo saliti, è in discesa da tempo. Per questo, cresce la sfiducia della popolazione. Aumenta l’insoddisfazione sorda. La ripartizione iniqua dei costi della crisi e dei provvedimenti di austerity rischia di generare forti tensioni sociali. Gli indignados, la cui giornata internazionale di mobilitazione contro il neoliberismo è stata fissata per il 15 ottobre, aumentano di rabbia e di numero. Capiscono che il default – termine dotto per dire fallimento – del paese ricadrebbe principalmente e ancora una volta sulle loro spalle.

    La soluzione sarebbe un’uscita “dolce” dal capitalismo. Ma, come ha scritto Serge Latouche, il teorico della decrescita, implicherebbe «un cambiamento di civiltà, né più né meno ». Non è possibile in tempi stretti? Si adottino, allora, misure che vadano ad accorciare, non ad allungare, le distanze tra gli ultimi e i primi della società. Gli stessi superricchi si sono accorti che, per continuare a fare affari, serve loro una società intatta e con una buona e stabile coesione. Quindi, meglio tasse più alte per loro, secondo la ricetta del miliardario Buffet, che disordini e moti sociali.

    Sul tavolo politico italiano ci sono da tempo alcune proposte ragionevoli, come, ad esempio, una tassa sui grandi patrimoni al di sopra del milione di euro; oppure il dimezzamento delle spese militari. Pochi sanno che con il costo di un cacciabombardiere F-35 si potrebbero realizzare 183 asili nido per settanta bimbi ciascuno, stipendi per insegnanti compresi. Ogni giorno consumiamo 80 milioni di euro in spese militari, pari a 500 dollari pro capite l’anno, in base ai dati forniti in un dossier dalla Federazione dei Verdi. E non vale la critica di chi dice che smantellare l’industria militare implicherebbe una perdita dei posti di lavoro. Secondo Gianni Alioti, responsabile Ufficio internazionale Fim-Cisl, «con gli stessi soldi con cui si crea un posto di lavoro nell’industria militare, se ne creano 10-20 nella green economy o nei settori della microelettronica, dell’automazione industriale, dei mezzi di trasporto. La più importante realtà eolica in Italia – con oltre 700 occupati – controllata dalla danese Vestas, è nata da un progetto di riconversione nel civile di Aeritalia (l’attuale Alenia Aeronautica)».

    Si può ragionare su questo? Si può ipotizzare che mantenere un livello di welfare decente, prelevando dalle casseforti ancora gonfie, possa essere uno strumento per calmierare un sistema di ineguaglianze, “strutturalmente ingiusto”, pronto, altrimenti, a esplodere?

    Fonte: Nigrizia

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