• Home ·
  • Voce di MDF ·
  • Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice
  • 11nov

    Debiti pubblici, crisi economica e decrescita felice

    Sentinella, quanto resta della notte?
    Isaia 21,11

    Le speculazioni sui titoli pubblici degli Stati più indebitati e i successivi crolli delle borse, trascinate al ribasso dalle perdite delle banche che ne hanno sottoscritto grandi quantità, avrebbero dovuto suscitare istintivamente una domanda che tuttavia non è stata mai posta: come mai negli ultimi anni tutti i paesi industrializzati hanno accumulato debiti pubblici sempre più consistenti, fino a raggiungere nel 2010 valori che vanno da un minimo dell’80 per cento del prodotto interno lordo nel Regno Unito al 225,8 in Giappone? Tra i paesi dell’Unione europea, in Francia il debito pubblico ha raggiunto l’81,7 per cento, in Germania l’83,2, in Portogallo il 93, in Irlanda il 96,2, in Belgio il 96,8, in Italia il 119, in Grecia il 142. Nell’Eurozona, nel corso del 2010 il rapporto debito/pil è salito dal 79,3 all’85,1 per cento. Eppure il Patto di stabilità firmato dai paesi dell’Unione Europea prima dell’introduzione dell’euro nel 1999 fissava al 60 per cento la soglia massima di questo rapporto.  Negli Stati Uniti il debito pubblico è cresciuto costantemente dall’inizio del secolo e nel 2011 è arrivato al 97,3 per cento del prodotto interno lordo, superando i 14.300 miliardi di dollari che costituiscono il tetto massimo d’indebitamento consentito dalla legge per evitare il fallimento.  Il grafico seguente ne visualizza l’andamento.

    Per capire l’ordine di grandezza del debito pubblico americano, basta ricordare che quello italiano rag-giungerà alla fine del 2011 i 2.000 miliardi di euro ed è pari alla somma dei debiti pubblici di Grecia, Spagna, Portogallo e Islanda. Il debito pubblico della Grecia, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria è di 340 miliardi di euro.  Per pagare gli interessi sul debito ogni anno l’Italia emette nuovi titoli per un valore di 75 miliardi di euro, pari al 10 per cento della spesa pubblica e al 5 per cento del pil, che nel 2010 è stato di circa 1.500 miliardi.
    Tuttavia l’ammontare del debito pubblico non è sufficiente a fornire il quadro della situazione finanziaria di un paese se non si prendono in considerazione anche i debiti delle famiglie e i debiti delle aziende. Sulla base di questo mix, in Irlanda il debito complessivo sale al 286 per cento del pil; in Portogallo al 250, nel Regno Unito al 245, in Spagna al 231 (pur essendo questo paese abbastanza in regola con il Patto di stabilità, poiché il rapporto tra debito pubblico e pil è del 63,4 per cento), in Olanda al 230, in Italia al 218, in Grecia al 194. A fronte di queste cifre, si può escludere la possibilità che gli Stati più indebitati decidano di uscire dalla spirale di contrarre nuovi debiti per pagare gli interessi sui debiti contratti, decidendo di fallire, trascinando al fallimento le banche che hanno sottoscritto i loro titoli e alla rovina i risparmiatori che hanno depositato il loro denaro nelle banche? Si può escludere che dopo un ennesimo venerdì nero delle borse, il lunedì seguente gli sportelli bancari rimangano chiusi? Non sarebbe meglio cercar di capire come si può provare a interrompere questa spirale distruttiva che consiste sostanzialmente in una forma di strozzinaggio da cui finirebbero per essere travolti gli stessi strozzini?

    Le domande a cui occorre rispondere sono due. Perché gli Stati e le amministrazioni locali spendono sistematicamente cifre superiori ai loro introiti? Perché il sistema bancario induce le famiglie a spendere cifre superiori ai loro redditi con consigli interessati e specifiche linee di credito al consumo?  La risposta è intuitiva: perché la crescita della produzione di merci ha raggiunto un livello tale che se non si spendesse più di quello che sarebbe consentito dai redditi effettivi, crescerebbero le quantità di merci invendute e si scatenerebbe una crisi di sovrapproduzione in grado di distruggere il sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci. Il debito pubblico non è un problema di cui è stata sottovalutata la gravità. È il pilastro su cui si fonda la crescita nell’attuale fase storica. È indispensabile per continuare a far crescere la produzione di merci. È una scelta consapevolmente perseguita con una totale unità d’intenti dai governi di destra e di sinistra in tutti i paesi industrializzati. Non a caso la crescita dei debiti pubblici ha avuto una forte accelerazione in seguito alle misure di politica economica adottate dai governi dopo la crisi del 2008 per rilanciare la domanda attraverso le opere pubbliche e il sostegno ai consumi privati. Negli Stati Uniti nel 2009 la Federal Reserve ha impegnato 1.200 miliardi di dollari per coprire i debiti delle banche rimaste bruciate dalla crisi dei mutui subprime e sono stati stanziati oltre 700 miliardi di dollari di spesa pubblica per sostenere la ripresa economica, ma ciò non ha impedito che il tasso di disoccupazione raddoppiasse passando dal 4,6 al 9,7 per cento. In un discorso pronunciato il 6 settembre 2010 a Milwaukee il presidente Obama ha annunciato di aver stanziato 50 miliardi di dollari come prima tranche per realizzare il suo new deal: «Nei prossimi sei anni ricostruiremo 150mila miglia di strade, una cifra sufficiente a fare sei volte il giro del mondo. Stenderemo e ripareremo 4mila miglia di binari, quanto basta per correre da costa a costa. Ristruttureremo 150 miglia di piste aeroportuali e lanceremo un nuovo sistema per il controllo del traffico aereo in modo da ridurre i tempi di viaggio e i ritardi».
    Del resto, anche la crisi degli istituti di credito americani che nell’estate del 2008 ha dato avvio alla più grave recessione mondiale, ben più grave di quella del 29, è stata causata dalla concessione di mutui a clienti inseriti nella categoria di minima affidabilità (subprime) perché già in passato erano falliti o avevano avuto forti difficoltà nel pagare i loro debiti, nel tentativo di tenere alta la domanda di case per impedire che un eccesso di offerta mettesse in crisi l’industria dell’edilizia. In Italia è stata finanziata la rottamazione delle automobili, sono state concesse agevolazioni fiscali per la costruzione di nuove case, sono stati dati incentivi all’installazione di impianti a fonti rinnovabili senza porre vincoli a favore degli autoproduttori né della tutela ambientale, è stata deliberata la costruzione di opere pubbliche tanto costose quanto inutili. Ma gli incrementi della spesa pubblica in deficit non hanno riavviato la crescita, come in tutti gli altri paesi industrializzati, né hanno impedito che aumentasse la percentuale dei disoccupati.
    Secondo la teoria economica, per ridurre il debito pubblico occorre fornire stimoli alla crescita del prodotto interno lordo, perché se cresce la produzione di merci cresce il gettito delle imposte dirette e indirette. Per fornire stimoli alla crescita occorre far crescere la domanda e lo Stato può farlo o riducendo le tasse per favorire la crescita dei consumi privati, o incrementando la spesa pubblica. In entrambi i casi il debito pubblico aumenta. Insomma, per ridurre il debito pubblico attraverso la crescita bisogna aumentarlo! Se invece si persegue la riduzione del debito pubblico mediante la riduzione della spesa, come accadrebbe se si inserisse nelle carte costituzionali l’obbligo del pareggio di bilancio, il pil non crescerà. Di fronte a questo dilemma la presidente del Fondo monetario internazionale, Cristine Lagarde ha proposto di schiacciare contemporaneamente il pedale del freno (ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse) e quello dell’acceleratore (favorire l’aumento della domanda mediante l’aumento della spesa pubblica e/o la diminuzione delle tasse). Una grande confusione regna sotto la volta del cielo. Il fatto è che la crisi in corso non è congiunturale, ma di sistema, e gli strumenti tradizionali di politica economica non funzionano più. La tabella seguente riporta le variazioni percentuali del prodotto interno lordo nei paesi industrializzati dal 2008 al 2010.

    Paese 2008 2009 2010
    Unione europea 0,8 -4 1,8
    Stati Uniti 1,1 -2,6 2,8
    Giappone -0,7 -5,2 3,9
    Fonte: CIA World Factbook (www.indexmundi.com)

    Secondo il Fondo Monetario internazionale le economie della zona euro avranno una crescita limitata all’1,7 per cento nel 2011 e all’1,3 per cento nel 2012. Anche l’economia tedesca, dopo aver trainato nella prima metà del 2011 le economie del continente, sta rallentando e l’anno prossimo si fermerà all’1,6 per cento. L’Italia è il fanalino di coda: quest’anno non andrà oltre lo 0,8 per cento e l’anno prossimo scenderà allo 0,5. Pertanto la manovra predisposta dal governo per il biennio 2012-2013, nel giro di poche settimane è stata innalzata da 45 a 54 miliardi, perché se il pil crescerà meno del previsto, diminuiranno le entrate fiscali e cresceranno più del previsto il deficit e il debito. Quindi serviranno più tagli di spesa per garantire il pareggio di bilancio e ciò penalizzerà ulteriormente la cre-scita economica.

    Per quale ragione gli stimoli forniti alla ripresa economica attraverso la spesa pubblica non hanno dato i risultati attesi? Perché nei paesi industrializzati in conseguenza della globalizzazione dei mercati e della concorrenza internazionale lo sviluppo tecnologico ha determinato un eccesso di capacità produttiva che cresce di anno in anno. Macchinari sempre più potenti producono in tempi sempre più brevi quantità sempre maggiori di merci con un’incidenza sempre minore di lavoro umano per unità di prodotto. Queste tecnologie richiedono costi d’investimento molto alti, per cui possono essere acquistate solo da grandi società in grado di operare sul mercato mondiale, e non possono rimanere ferme perché ne deriverebbero forti danni economici in termini di ammortamento dei capitali e di mancati guadagni. Devono lavorare a pieno regime e tutto ciò che producono deve essere acquistato anche se non ce n’è bisogno. Il problema dell’eccesso di capacità produttiva nei paesi industrializzati in realtà non è nuovo, ma si pone almeno dagli anni precedenti la crisi di sovrapproduzione del 1929. È sintomatico che nel 1942, nel libro Capitalismo, socialismo, democrazia il grande economista austriaco nazionalizzato statunitense Joseph A. Schumpeter abbia formulato la teoria della distruzione creatrice come essenza del modo di produzione industriale. Nelle società fondate sulla crescita della produzione di merci lo sviluppo tecnologico era già arrivato al punto che per poter continuare a produrre quantità crescenti di merci occorreva distruggere quanto era stato precedentemente prodotto. La guerra mondiale in corso sembrava essere stata fatta apposta per confermare la validità di questa teoria. Nella seconda metà del novecento le innovazioni tecnologiche finalizzate ad accrescere la produttività si sono enormemente sviluppate riempiendo il mondo di prodotti che sono diventati rifiuti in tempi sempre più brevi per far posto a nuovi prodotti che sarebbero diventati rifiuti in tempi sempre più brevi.
    Analizzando la crisi attuale, un gruppo di economisti coordinati dal premio Nobel per l’economia Jo-seph E. Stiglitz, ha scritto: «Il notevole aumento della produttività nel settore manifatturiero – 6 per cento o più all’anno – ha superato di gran lunga la crescita della domanda e ciò ha comportato una di-minuzione dell’occupazione. […] Gli aumenti della produttività, che pure dovrebbero essere presumi-bilmente un bene per l’economia, non lo sono in maniera così inequivocabile. Ci sono perdenti e vincitori, e anche se i vincitori potrebbero compensare i perdenti, ciò avviene di rado. […] i lavoratori possono rimanere intrappolati nei settori con rapidi aumenti di produttività. Specialmente se l’elasticità della domanda dei loro prodotti è limitata, la diminuzione dei redditi in quel settore si trasferisce in una diminuzione della domanda di beni in altri settori, con effetti non positivi sul benessere di quei settori. […] gli shock di produttività in un settore possono far crescere la disoccupazione in altri settori e comportare una diminuzione del benessere».
    Se le innovazioni tecnologiche finalizzate ad aumentare la produttività accrescono l’offerta di merci in misura superiore alla crescita della domanda e ciò comporta una diminuzione dell’occupazione, la diminuzione dell’occupazione riduce ulteriormente la domanda. La crescita, oltre ad accrescere i debiti pubblici, ha cominciato a far crescere il numero dei disoccupati e le quantità di prodotti invenduti e inutilizzati. In Spagna, dove dal 2007 al 2010 la percentuale dei disoccupati è cresciuta dall’8,3 al 20 per cento e la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 45 per cento, ci sono, secondo calcoli prudenziali, 765 mila immobili invenduti.  In Irlanda, dove negli stessi anni la disoccupazione è cresciuta dal 4,6 al 13,7 per cento, gli immobili invenduti sono 300 mila. La tabella seguente riporta le variazioni percentuali della disoccupazione nei paesi industrializzati dal 2008 al 2010.

    Paesi 2008 2010
    Unione Europea 7,4 9,5
    Stati Uniti 4,6 9,7
    Giappone 4 5,1
    Fonte: CIA World Factbook (www.indexmundi.com)

    Se, anche a causa della diminuzione dell’occupazione indotta dall’adozione di queste tecnologie a parità d’orario di lavoro, i redditi monetari non bastano ad assorbire l’offerta crescente di merci, l’unico modo per incrementare la domanda è l’indebitamento. Questo obbiettivo è stato perseguito in due modi. Da una parte incentivando le famiglie a effettuare i loro pagamenti con carte di credito, ad acquistare a rate, a utilizzare la cessione del quinto dello stipendio, a sottoscrivere mutui. Dall’altra incentivando le pubbliche amministrazioni a deliberare la realizzazione di grandi opere in deficit per poi indurle, o costringerle, a vendere a società private o a privatizzare le aziende pubbliche preposte alla gestione dei servizi sociali (acqua, energia, trasporti) al fine di ridurre l’entità dei debiti contratti per realizzare le grandi opere.

    Un contributo sostanziale alla crescita dei debiti pubblici è stato dato dall’aumento delle spese milita-ri, che nel corso del novecento hanno sempre avuto un ruolo decisivo nell’assorbire gli eccessi di capacità produttiva rispetto alla domanda espressa autonomamente dal mercato. Il contributo de-terminante per superare la crisi di sovrapproduzione esplosa negli Stati Uniti nel 1929 e successivamente dilagata in tutti i Paesi industrializzati, è stato dato dalla seconda guerra mondiale e dalla ricostruzione post-bellica. Nella seconda metà del novecento è stata la guerra fredda a sostenere la corsa agli armamenti. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno iniziato ad agire con una logica imperiale, rafforzando sistematicamente la loro presenza militare in tutto il mondo, in particolare nello scacchiere medio-orientale, per tenere sotto controllo i giacimenti di petrolio di cui il loro apparato economico e produttivo ha bisogno per continuare a crescere. Questa strategia ha ricevuto un impulso ulteriore dopo l’abbattimento delle torri gemelle di New York, l’11 settembre 2001. Con la motivazione propagandistica di difendere il mondo dal terrorismo e di esportare la democrazia in nazioni sottoposte a regimi dittatoriali, le potenze occidentali hanno inviato contingenti sempre più numerosi di soldati di professione, dotati di armamenti tanto sofisticati quanto costosi, in un numero crescente di Paesi per rovesciare i gruppi politici al potere non disponibili a subire la loro egemonia e sostituirli con governi fantoccio sostenuti dalle loro truppe. L’aumento delle spese a carico dei bilanci statali che ne è derivato, ha progressivamente ridotto i vantaggi economici apportati dal controllo dei flussi di petrolio, cominciando a delineare una situazione che presenta inquietanti analogie con quella che portò alla caduta dell’impero romano, quando le spese militari per tenere sotto controllo le province cominciarono ad essere superiori al valore delle risorse che se ne ricavavano. 

    Un’incidenza altrettanto determinante sull’aumento dei debiti pubblici hanno avuto i costi delle cosiddette grandi opere, deliberate con sempre maggiore frequenza dalle amministrazioni statali centrali e periferiche non per rispondere a reali necessità, ma con la motivazione esplicita di rilanciare l’economia e creare occupazione. Le grandi opere modificano in modo irreversibile superfici di territorio sempre più vaste, ricoprendole di spesse incrostazioni di materiali inorganici. Possono essere realizzate soltanto da grandi aziende e suggellano la loro alleanza strategica col potere politico che le delibera. Un’alleanza che accomuna tutte le varianti della destra e della sinistra e ha attenuato fino a renderle irrilevanti le differenze culturali e di prospettiva politica che le hanno divise nell’ottocento e nel novecento. Su questa alleanza si fonda la corruttela diventata consustanziale alla gestione del denaro pubblico. Una sorta di ossessione maniacale infarcisce di progetti faraonici, cervellotici e inutili i programmi elettorali di tutti i partiti a ogni livello istituzionale. Il denominatore che li accomuna è la grandezza. Più sono grandi, più investimenti richiedono, maggiore è il contributo che si ritiene possano dare alla crescita economica, più alte sono le cifre che possono transitare illegalmente tra i vincitori degli appalti e i committenti. Le occasioni più utilizzate per predisporne scorpacciate pantagrueliche sono i lavori preparatori di eventi che a scadenze sempre più ravvicinate attirano flussi di persone provenienti da ogni parte del mondo: olimpiadi estive e invernali, campionati di calcio, di nuoto, di tennis, esposizioni universali, centenari, giubilei, conferenze internazionali. Le grandi opere che si realizzano in queste occasioni hanno costi altissimi, vengono usate per poche settimane per poi rimanere abbandonate al degrado e all’incuria, non ripagano nemmeno in minima parte le loro spese, riempiono le amministrazioni pubbliche di debiti per più generazioni, le obbligano a contrarre altri debiti per pagare gli interessi sui debiti contratti, le costringono a fare cassa cedendo la gestione dei servizi pubblici ad aziende multinazionali. Il debito pubblico della Grecia, su cui si è scatenata la speculazione finanziaria obbligando l’Unione Europea ad acquistarne grandi quantità per bloccare il contagio che si stava estendendo all’Italia e alla Francia, ha cominciato a impennarsi in conseguenza delle spese effettuate per le Olimpiadi di Atene del 2004. Se Torino è la città più indebitata d’Italia, lo deve alle spese in deficit sostenute per le Olimpiadi invernali del 2006. 

    Molte grandi opere non ripagano i loro costi perché sono sovradimensionate rispetto alla funzione che dovrebbero svolgere. È successo col tunnel sotto la Manica, già fallito due volte. È successo con l’aereo supersonico Concorde che collegava Parigi e New York. È successo con molti edifici costruiti per le Olimpiadi di Atene e di Torino, che nessuna società è disponibile a gestire e sono rimasti inutilizzati, per cui si stanno rapidamente degradando anche se i loro costi di gestione non smettono di incidere sui bilanci pubblici. Sta succedendo con la linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione. Dell’inutilità di molte grandi opere sono ben consapevoli i loro stessi promotori politici, che tuttavia rivendicano impunemente come un merito il fatto di averle deliberate con la motivazione che la loro costruzione consente di rilanciare la crescita economica, di creare occupazione, di far lavorare aziende che altrimenti entrerebbero in crisi e di portare benefici economici e occupazionali a cascata nei territori in cui vengono realizzate. Il sindaco che ha amministrato la città di Torino negli anni a cavallo delle Olimpiadi invernali del 2006 acquisendo sulle opere inutili una certa esperienza, in relazione alla linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lione ha dichiarato in un’intervista: «Mi prenderanno per un fissato, ma continuo a ritenere che l’alta velocità è un progetto per la crescita del Paese. Si deve fare non per la razionalizzazione dei trasporti, ma perché è in sé una riforma».  E tornando sull’argomento qualche anno dopo, ha ribadito, a contrario, lo stesso concetto affermando che la realizzazione dell’alta velocità costituisce: «una sfida fra chi pensa che possa esistere un percorso di crescita sostenibile in Paesi di antica industrializzazione come l’Italia, e chi ritiene che l’unica strada sia, nei fatti, la decrescita ovvero la gestione del declino. Ed è dunque più che mai, anche simbolicamente ormai, un tema che decide a sinistra ma anche a destra, su qualità e credibilità di un programma di governo».
    Se si pensa che l’identificazione della decrescita col declino sia un’evidenza che non ha bisogno di essere dimostrata, la credibilità delle forze politiche di destra e di sinistra si misura sulla loro capacità di evitare questa prospettiva costruendo un percorso di crescita sostenibile, un concetto che molti con solide argomentazioni considerano un ossimoro, mediante un programma di governo incentrato sulla realizzazione di grandi opere a prescindere dalla loro utilità. Questo obbiettivo è così strategico da giustificare il ricorso a un debito pubblico di cui già non si è in grado di pagare le rate se non facendo altri debiti. Una sintesi più efficace delle cause che stanno aggravando di pari passo la crisi economica e la crisi ambientale non poteva essere fatta. Chi, se non gli appartenenti alla casta dei politici di professione, può pensare che la costruzione delle grandi opere non faccia aumentare i consumi di energia, i consumi di risorse, le emissioni di gas climalteranti? Si può pensare di realizzare una crescita sostenibile scavando una galleria di 53 chilometri tra rocce amiantifere; ricoprendo di sostanze inorganiche superfici sempre più ampie di territorio verde in cui l’anidride carbonica viene assorbita dalla fotosintesi clorofilliana; prosciugando le falde acquifere, aumentando gli edifici da riscaldare, rinfrescare, illuminare, alimentare elettricamente; costruendo i bunker delle centrali nucleari, i trinceroni di cemento armato lunghi centinaia di chilometri in grado di sopportare le vibrazioni di convogli ferroviari che viaggiano a 200 chilometri l’ora, una base militare a valenza continentale, un ponte lungo 4 chilometri?

    Contrariamente a quanto asserisce chi ritiene che le grandi opere pubbliche abbiano una valenza positiva a prescindere dalla loro utilità perché contribuiscono a far crescere l’economia, per di più in modo sostenibile, l’unico criterio per valutare la sostenibilità di un’opera è la sua utilità: un’opera è sostenibile se assolve la funzione per cui viene costruita riducendo a parità di servizi il consumo di risorse e di energia, in modo da recuperare dapprima quante ne richiede la sua costruzione e successivamente di ridurre l’impronta ecologica. Ma se a parità di servizi diminuisce il consumo di risorse e di energia, ne deriva una decrescita che si ottiene mediante un aumento dell’efficienza e una riduzione degli sprechi, ovvero una riduzione selettiva di consumi inutili, o almeno evitabili. La costruzione di una linea ferroviaria è sostenibile se ammortizza le spese d’investimento con i ricavi di gestione in tempi economicamente accettati dagli investitori, e questo può succedere solo se la sua utilità è tale da indurre un numero sufficiente di automobilisti a scegliere di viaggiare in treno: se cioè i suoi ricavi derivano dai risparmi conseguenti alla riduzione dei consumi energetici che consente di ottenere. Un’opera pubblica è sostenibile ecologicamente solo se non fa crescere il debito pubblico e contribuisce a far diminuire il consumo di risorse, in primo luogo energetiche, accrescendo l’efficienza con cui si usano e offrendo al contempo un servizio di qualità migliore. Tutte le spese per grandi opere che incrementano il debito pubblico non sono sostenibili ecologicamente. Se si persegue la crescita e si pensa di favorirla accrescendo la domanda attraverso la spesa pubblica in deficit, si aggrava sia la crisi economica, sia la crisi ambientale. Entrambe le crisi possono essere affrontate con possibilità di successo solo se si persegue una decrescita selettiva del prodotto interno lordo. I tradizionali strumenti di politica economica, basati su criteri quantitativi di valutazione della produzione, non funzionano più. Lo dimostrano i fatti. Destra e sinistra perseguono due modi parzialmente diversi di utilizzare quegli strumenti per favorire la crescita mediante un aumento della domanda, che la destra ritiene si possa ottenere riducendo le tasse, mentre la sinistra ritiene si possa più efficacemente ottenere aumentando la spesa pubblica e i redditi delle famiglie meno abbienti. Di fronte al fallimento delle politiche finalizzate a rilanciare la crescita mediante il sostegno alla domanda, la crisi in corso può essere affrontata con possibilità di successo solo se si utilizzano strumenti di politica economica basati su criteri di valutazione qualitativi, incentivando gli investimenti nei settori produttivi che aumentano l’efficienza con cui si usano le risorse, in modo da ridurre i costi e l’impatto ambientale, mantenere un benessere effettivo e senza sprechi al 25 per cento dell’umanità che ne usufruisce, creare le possibilità di estenderlo gradatamente al 75 per cento che ne è privo o carente. Le grandi opere sono fattori di crescita insostenibile perché accrescono i debiti pubblici e il consumo delle risorse, in particolare quelle energetiche, per cui la loro realizzazione presuppone la crescita delle spese militari necessarie a tenere sotto controllo i governi dei Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili. D’altro canto la crescita delle spese militari e le guerre per sostituire con governi fantoccio i gruppi di potere non allineati che governano i Paesi in cui si trovano i giacimenti di fonti fossili, offrono alle grandi imprese multinazionali del settore dell’edilizia l’opportunità di realizzare grandi affari con la ricostruzione. Basta pensare alla bagarre che si sta scatenando tra i governi e le imprese dei Paesi che hanno aggredito militarmente la Libia spodestando il dittatore che la governava da quarant’anni.

    Per bloccare la spirale dei debiti pubblici nei Paesi industrializzati bisogna prendere immediatamente tre decisioni: sospendere tutte le grandi opere pubbliche deliberate in deficit, ridurre drasticamente le spese militari, ridurre drasticamente i costi della politica. In realtà, in base alle considerazioni svolte si tratta di intervenire su tre aspetti di uno stesso problema. Non bisogna essere particolarmente intuitivi per capire che il sistema di potere fondato sull’alleanza strategica tra partiti politici otto-novecenteschi e grandi imprese non prenderà queste decisioni perché ne verrebbe travolto e nessun potere si fa da parte se non è costretto da una forza maggiore alla sua.  Detto questo, a livello teorico si potrebbe tuttavia obbiettare che se si tagliasse in maniera così forte la domanda pubblica si ridurrebbe il debito riducendo le spese, ma si ridurrebbe anche il prodotto interno lordo e diminuirebbe il gettito fiscale, per cui il problema si riproporrebbe con l’aggravante di bloccare rilevanti settori produttivi e di far crescere ulteriormente il numero dei disoccupati. Questo accadrebbe se non fosse possibile individuare possibilità alternative di lavoro e occupazione. Per riuscire a ridurre, o quanto meno a non accrescere il debito pubblico, aumentando al contempo l’occupazione, bisogna potenziare le attività produttive nei settori in cui i costi di investimento si ammortizzano con i risparmi sui costi di gestione che consentono di ottenere. Per individuare questi settori occorre uscire da una concezione dell’economia come attività autoreferenziale basata sulla dinamica tra la domanda e l’offerta, e intervenire nelle fasi in cui la produzione e i consumi impattano con gli ecosistemi terrestri: nel prelievo delle risorse, nei processi produttivi che le trasformano in merci e beni, nella riduzione delle merci e dei beni in rifiuti, con l’obbiettivo di sviluppare tecnologie che riducono gli sprechi e le inefficienze: ovvero consentono di ridurre al minimo il prelievo di risorse, le immissioni di sostanze nocive nei cicli biochimici e la produzione di rifiuti. Anziché nella costruzio-ne di grandi opere occorre investire nella ristrutturazione energetica degli edifici esistenti (adottando subito e andando oltre la Direttiva 2010/31/CE), nella riduzione delle perdite nelle reti idriche e nel recupero delle acque piovane, nella manutenzione degli edifici pubblici,  nel ripristino della bellezza dei paesaggi deturpati negli scorsi decenni da un’edilizia volgare e invadente (con benefici effetti anche sul turismo), nel potenziamento dei trasporti pubblici locali, nella rinaturalizzazione dei quartieri urbani dove insistono edifici industriali o palazzi abbandonati (come si sta facendo a Detroit), nello sviluppo delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, nel recupero e riciclaggio dei materiali contenuti negli oggetti dismessi, nell’agricoltura tradizionale di prossimità, nel commercio locale, nell’accorciamento delle filiere tra i produttori e gli acquirenti. Oltre a creare più occupazione delle grandi opere, a differenza delle grandi opere queste attività hanno un’utilità intrinseca e ripagano i costi d’investimento con la riduzione degli sprechi e dei consumi di materie prime, per cui non fanno crescere i debiti pubblici, non richiedono tecnologie potenti ma evolute e il recupero di tecniche artigianali tradizionali, non possono essere svolte da aziende multinazionali che operano sui mercati mondiali, ma solo da piccoli contadini, commercianti al minuto, piccole e medie imprese, artigiani specializzati e studi tecnici radicati sul territorio, in grado di penetrare in tutte le pieghe del sistema, di conoscere tutte le realtà, anche di dimensioni limitate, che necessitano di interventi di ristrutturazione e di realizzarli con costi di investimento e tempi di rientro ridotti, finanziabili da istituti di credito locali.

    Tutti questi lavori comportano una riduzione del consumo di risorse a parità di prestazioni, per cui, pur facendo crescere il prodotto interno lordo nell’anno in cui vengono eseguiti, in tutti gli anni successivi lo fanno decrescere. La coibentazione di un edificio per ridurre le dispersioni termiche fa crescere il pil nell’anno in cui viene realizzata, ma da quell’anno in avanti lo fa decrescere attraverso la riduzione degli sprechi che consente di ottenere. La riduzione degli sprechi è il pre-requisito che consente di soddisfare il fabbisogno residuo con le fonti rinnovabili. Anche le fonti rinnovabili fanno crescere il prodotto interno lordo nell’anno in cui vengono installate, ma da quel momento in avanti lo fanno decrescere con la riduzione dei consumi di fonti fossili. Maggiore è l’efficienza della coibentazione e minori sono i consumi, minori sono i consumi e minore è la potenza energetica in fonti rinnovabili necessaria a soddisfarli. Quanto maggiore è l’efficienza energetica tanto minori sono i consumi e la potenza necessaria a soddisfarli, tanto maggiore sarà la decrescita selettiva del prodotto interno lordo. In questo contesto la decrescita diventa non solo la misura del benessere e del miglio-ramento della qualità della vita, ma anche una prospettiva in grado di creare un’occupazione qualificata, che paga i suoi costi con i risparmi economici conseguenti alla riduzione dei consumi di fonti fossili che consente di ottenere. La decrescita selettiva del prodotto interno lordo è in grado di offrire uno stimolo decisivo a superare la crisi economica e la crisi ambientale senza far crescere il debito pubblico. Ovvero di ridurre i debiti pubblici senza deprimere le attività economiche. È l’unica possibilità per evitare di imballare il motore schiacciando contemporaneamente il pedale del freno e il pedale dell’acceleratore nella disperata ricerca di far tornare a crescere il prodotto interno lordo.
    Le attività finalizzate a ottenere una decrescita selettiva del prodotto interno lordo non possono essere confuse con la cosiddetta green economy, che rappresenta il tentativo di rilanciare la crescita attra-verso la sostituzione delle tecnologie più impattanti con tecnologie meno impattanti. Nell’ottica della green economy la politica energetica non si fonda sulla riduzione della domanda, ma sulla sostituzione dell’offerta: l’energia prodotta da fonti fossili con l’energia prodotta da fonti rinnovabili. Poiché le fonti rinnovabili ancora costano di più e rendono di meno delle fonti fossili, il loro sviluppo deve essere sostenuto da incentivi di denaro pubblico. In questa prospettiva un impianto fotovoltaico val bene un aumento del debito. Certo, è meglio che i debiti pubblici crescano per finanziare una centrale fotovoltaica al posto di una centrale nucleare, ma in questo modo il problema dei debiti non si attenua. Inoltre se l’obbiettivo è la diversificazione dell’offerta e non la riduzione della domanda, meglio incentivare la costruzione di grandi impianti centralizzati che una miriade di piccoli impianti per autoconsumo. I grandi impianti, oltre ad avere uno specifico impatto ambientale, possono essere costruiti e gestiti solo da grandi imprese e le grandi imprese che producono per vendere e guadagnano tanto di più quanto più vendono, incentiveranno la crescita dei consumi e degli sprechi, non la loro riduzione. Una volta che sia stato costruito un impianto di teleriscaldamento e gli utenti di una città siano stati incentivati ad allacciarsi alla rete, si può immaginare che i gestori dell’impianto promuovano la coibentazione delle case per ridurre i consumi di riscaldamento? La realizzazione di grandi impianti a fonti rinnovabili nella logica della green economy è un modo di riproporre l’alleanza strategica tra le grandi aziende e i partiti, di destra e di sinistra, al governo.

    Per sostenere una politica economica e industriale fondata sulla decrescita selettiva degli sprechi e delle inefficienze occorre una nuova leva di politici, antropologicamente diversi da quelli che si sono formati nei partiti di destra e di sinistra o nelle loro associazioni collaterali, non omologati sul dogma della crescita, culturalmente estranei alle dinamiche politiche del secolo scorso, guidati nelle loro scelte dall’analisi e dalla risoluzione dei problemi. Già se ne stanno formando. I loro incubatori sono i movimenti di resistenza alla costruzione di grandi opere pubbliche e alla privatizzazione della gestione dei servizi sociali, che sono le due linee strategiche su cui si è saldata l’alleanza tra grandi società e partiti di tutti colori con l’obbiettivo di avviare una nuova fase di crescita, dapprima con la costruzione di grandi opere pubbliche finanziate a debito dalle istituzioni statali e successivamente con la cessione a società private della gestione dei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, rifiuti, sanità, scuola, trasporti) a copertura dei debiti accumulati dalle istituzioni per finanziare la costruzione di grandi opere pubbliche. Questa forma inedita di scontro politico si è manifestata in Grecia con l’opposizione di piazza alle misure di risanamento del debito imposte dalla Unione Europea in cambio di prestiti per evitare il fallimento e accettate dai partiti come una vittoria; in Spagna con le manifestazioni dei giovani indignatos contro la casta dei politici e le loro scelte di politica economica che li condannano alla disoccupazione; in Italia con la resistenza delle popolazioni alla realizzazione di opere devastanti per i territori in cui vivono, che ha raggiunto la punta più alta con l’opposizione alla linea ferroviaria ad alta velocità in Valsusa, e con la vittoria nei referendum contro la costruzione di centrali nucleari e la privatizzazione dell’acqua, promossi da un ampio fronte di movimenti sociali senza il contributo di nessun partito (e il sostegno strumentale della sinistra quando già si delineava la vittoria). Insomma, nonostante la disparità delle forze in campo la partita è iniziata e si può giocare.

    La saldatura tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono, con i movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali valorizzando la democrazia partecipata al di fuori delle dinamiche politiche otto-novecentesche, può avvenire soltanto in un contesto di autoemarginazione dalla globalizzazione e rivalutazione delle economie locali, con l’obbiettivo di ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva in base al principio di sussidiarietà: produzione e commercializzazione negli ambiti territoriali più ristretti di quanto è possibile e conveniente, ampliando progressivamente gli ambiti territoriali di approvvigionamento di quanto non si può o non conviene produrre negli ambiti più ristretti. Questa scelta, che può essere fatta solo su base volontaria, è finalizzata a raggiungere la massima autonomia nella produzione alimentare, in quella energetica e nelle produzioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni. La riduzione al minimo della dipendenza dalle fonti fossili implica l’abbandono dell’agricoltura chimica e lo sviluppo dell’agricoltura biologica, la valorizzazione della stagionalità dei prodotti, la riunificazione di agricoltura e allevamento, l’accorciamento delle filiere e la riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti, la diffusione delle fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo con scambio delle eccedenze in piccole reti collegate tra loro sul modello di internet.

    L’aumento dei prezzi delle fonti fossili e la riduzione progressiva della loro disponibilità renderà sempre più conveniente l’agricoltura biologica, che dovrà comunque essere implementata dalle maggiori conoscenze scientifiche acquisite negli ultimi decenni. L’abbandono della chimica in agricoltura richiederà un aumento del numero di occupati nelle attività agricole e un controesodo di quote non marginali di popolazione dalle città alle campagne. Per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili nell’edilizia occorre passare dalla costruzione di nuovi edifici alla ristrutturazione energetica degli edifici esistenti. Questo è anche l’unico modo di aumentare il numero degli occupati nel settore. Uno degli errori più evidenti, e inspiegabili, che sono stati commessi nel tentativo di rilanciare la crescita per far crescere l’occupazione sono stati i piani di espansione edilizia. Il numero dei nuovi edifici invenduti è cresciuto in continuazione, trasformandosi in un boomerang che ha aggravato la crisi anziché attenuarla. Tuttavia nemmeno i clamorosi fallimenti che si sono verificati in Spagna e in Irlanda sono stati sufficienti a instillare il minimo dubbio sull’efficacia dei classici strumenti espansivi della politica economica per superare la crisi. In un’economia che identifica il benessere con la crescita quantitativa della produzione di merci, di fronte a un eccesso di produzione che rimane invenduta non si riesce a pensare ad altro che ad aumentare la produzione delle merci rimaste invendute. È così difficile immaginare che rimangano invendute perché non ce n’è più bisogno, mentre ci sono altri bisogni insoddisfatti su cui varrebbe la pena indirizzare le attività produttive? Se si ragionasse in termini qualitativi anziché quantitativi si capirebbe che il bisogno insoddisfatto nel settore dell’edilizia è la riduzione delle dispersioni energetiche degli edifici esistenti, dal momento che mediamente in Italia per il loro riscaldamento si consuma il triplo delle peggiori case tedesche, 200 chilowattora al metro quadrato all’anno contro 70, e 10 volte di più delle migliori, che ne consumano 15. Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per ristrutturare energeticamente il nostro patrimonio edilizio? Di quanto lavoro ci sarebbe bisogno per soddisfare con fonti rinnovabili il fabbisogno residuo? Oltre ai vantaggi economici (i risparmi che si ottengono dalla riduzione delle dispersioni termiche in un certo numero di anni ripagano i costi d’investimento necessari a ottenerli) e ambientali (gli edifici che disperdono meno energia contribuiscono a ridurre le emissioni di CO2), si supererebbe la follia di pensare che l’occupazione sia un valore in sé, che bisogna creare occupazione come si sente ripetere da una serie di autorevoli personaggi. Il lavoro non è un valore in sé, è un valore quando produce oggetti o fornisce servizi utili. La riduzione delle dispersioni termiche è una delle cose più utili che si possano fare sia in termini ambientali che in termini economici, mentre la costruzione di nuovi edifici che non servono è una delle cose più dannose che si possano fare. Ma se si lavora per diffondere le tecnologie che riducono gli sprechi e aumentano l’efficienza con cui si usano le risorse, il risultato di questi lavori sarà una decrescita del prodotto interno lordo. Non la crescita.

    In un’economia globalizzata le piccole e medie aziende possono trovare spazio solo nella produzione di semilavorati e componenti per le aziende che operano sul mercato mondiale (l’indotto) o nella produzione di prodotti finiti per conto di grandi marchi che operano sul mercato mondiale (conto-terziste). In entrambi i casi devono subire le imposizioni dei committenti, che le mettono in concorrenza tra di loro imponendo prezzi d’acquisto sempre più bassi, variando a loro discrezione le quantità da fornire e fissando in base alle loro esigenze i tempi di consegna. Le condizioni capestro a cui sono costrette a lavorare le portano a ridurre i costi della manodopera utilizzando tecnologie molto dannose per gli ambienti, non rispettando i diritti dei lavoratori, delocalizzando la loro attività in paesi dove il costo della manodopera è più basso e la legislazione ambientale meno rigorosa. In ogni caso la loro sopravvivenza dipende dal rinnovo delle commesse da parte delle aziende multinazionali per cui lavorano. Solo liberandosi dai vincoli della globalizzazione e producendo per il mercato locale in cui inserite, solo offrendo prodotti finali ad acquirenti del territorio in cui operano, queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza. Le piccole e medie aziende che hanno fatto questa scelta hanno accresciuto i loro utili pur vendendo i loro prodotti a prezzi più bassi di quelli praticati dalle società multinazionali, hanno usato processi produttivi meno inquinanti e aumentato il numero dei dipendenti, contribuendo in questo modo alla crescita della domanda. Una rete di piccole e medie aziende operanti in mercati locali adeguati ad assorbire l’offerta dei loro prodotti non solo è in grado di fare a meno di sussidi statali, quindi non aggrava il debito pubblico, ma contribuisce a realizzare l’autosufficienza dei territori in cui operano e a consolidare la loro resilienza agli shock della crisi economica e della crisi energetica, di cui non si sono ancora dispiegati appieno gli effetti. Pressoché tutti gli oggetti e i servizi necessari a una vita in linea con gli standard di benessere che caratterizzano i paesi industrializzati possono essere offerti dalle piccole e medie aziende distribuite sul territorio italiano, che solo nella prospettiva devastante della globalizzazione possono essere considerate fattore di debolezza, mentre invece nel contesto di una politica economica finalizzata a consolidare l’autosufficienza e la resilienza delle realtà locali costituiscono uno straordinario punto di forza.

    Queste considerazioni non hanno la pretesa di costituire una proposta politica alternativa agli slalom tra misure restrittive per arrestare la deriva dei debiti pubblici e misure espansive per rilanciare la crescita in cui si dibatte il blocco di potere fondato sull’alleanza tra le grandi aziende operanti sul mercato mondiale e i partiti di destra e di sinistra che si alternano ai governi dei paesi industrializzati. Ancora non esiste un blocco di potere alternativo in grado di scalzare quell’alleanza e, quindi, non c’è possibilità di superare la crisi in corso, che è destinata ad aggravarsi progressivamente e a concludersi con un crollo rovinoso. Tutto lascia credere che questo esito sia ormai inevitabile. Che sia solo una questione di tempo. Se la prima a precipitare sarà la crisi climatica, sarà difficile trovare una via di scampo. Se invece la crisi climatica verrà ritardata dalla crisi economica o dalla crisi energetica, coloro che non si sono lasciati abbindolare dalla gigantesca opera di disinformazione e propaganda svolta dai mass media, e sono più di quanti si creda, possono evitare di rimanere sepolti dalle macerie. Per potersi salvare occorre sganciarsi dal sistema economico e produttivo fondato sulla crescita della produzione di merci, organizzando reti di economia, di produzione e di socialità alternative, in grado di funzionare autonomamente e di rispondere ai bisogni fondamentali della vita con le risorse dei territori in cui insistono. Come è sempre stato nella storia umana. Sulla capacità di resistere in un periodo di transizione che sarà inevitabilmente drammatico, sui patrimoni dei saperi e del saper fare accumulati e implementati nel corso delle generazioni, sulla capacità di trasformare con rispetto, efficienza e intelligenza le risorse della natura, sulla capacità di costruire rapporti improntati al rispetto reciproco, è possibile riavviare una nuova fase della storia umana. Perché storica e non congiunturale è la portata della crisi in atto. È la crisi di un modello economico che non ha più futuro, che non può essere riorganizzato e migliorato ma deve essere sostituito.

    Marano di Valpolicella (VR), 24/09/2011

     

    The following two tabs change content below.

    Questo articolo è stato curato dalla nostra redazione nazionale. Se siete un blogger, un circolo o fate parte di una associazione e volete contribuire con dei vostri articoli scrivere a : mdfredazione@gmail.com

Leave a Reply