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  • 21dic

    Uno scambio “ribelle” su un possibile nuovo modello

    DOMANDA:
    Gentile Federico Zamboni, vorrei invitarLa a configurare il seguente scenario, ovvero se oggi l’Italia, decidesse di uscire dall’euro e dalla CEE, ovvero sottrarsi ai vincoli della BCE dietro la quale, come voi sostenete si nascondono alcuni padroni del mondo…(Per me, e lo sottolineo, non ci sono padroni del mondo ma strutture di potere economico che oggi traggano il maggior guadagno dal mercato attraverso disdicevoli speculazioni. E lo fanno perché la politica non è in grado di edificare gli opportuni paletti)
    Vediamo:
    Per decreto: da oggi l’euro non ha più corso legale in Italia. Vengono stampate le nuove lire. Il paese si appropria della sua sovranità monetaria. Stampa denaro rispetto il PIL, perchè ora, finalmente ha una banca nazionale che non appartiene ai privati ma alla collettività. Si dichiara insolvente rispetto al debito contratto in euro. Ci rimettono i cittadini italiani che hanno acquistato i titoli di stato e pazienza.. ci può stare.. 
    Le banche e i paesi che hanno acquistato il nostri titoli, molte straniere perché gran parte del nostro debito è in mano ad investitori stranieri, non prendono più una lira, o meglio un euro. La conseguenza, ma noi siamo contenti, è che molte banche falliscono. Il fallimento si ripercuote su banche estere e parte l’effetto domino, perché il sistema bancario si sa, è concatenato in rapporti di dare avere e l’evento determinato dalla nostra nazione si espande in Europa, poi in America ed a catena in tutto il mondo. Perché lo sappiamo. Ormai è tutto globalizzato. Al fallimento delle banche consegue il collasso del sistema del credito, Le aziende non hanno più denaro e quindi falliscono. Molti i licenziamenti. Famiglie in vera povertà. Altro che macelleria sociale. Un vero e proprio mattatoio con un numero elevatissimo di vittime. Lo scenario potrebbe essere quello del primo dopoguerra. se non peggiore.
    La moneta nazionale si svaluta e quindi importare materie prime diventa difficile. Solo a titolo esemplificativo il petrolio. L’attuale prezzo della benzina sarà solo un piacevole ricordo. Però con una moneta debole le esportazioni hanno la meglio. Evviva.
    Rimane da superare la credibilità per un paese responsabile di una crisi mondiale, ma tantè.. se c’è guadagno ed il prezzo è buono.. si acquista. Il Mercato non ha morale.
    La svalutazione fa si che chi aveva 100 si troverà il valore di 50 (calcolo ottimista). Così gli stipendi. Ovviamente i mutui edilizi contratti dalle famiglie in euro saranno ripagati in lire al valore dell’euro. Le banche nazionali rimaste (purtroppo qualcuna è sopravvissuta) si troveranno crediti inesigibili e falliscono anch’esse. Ma quei crediti verranno assorbiti da altre strutture finanziarie sicuramente estere. Ulteriore disoccupazione e chiusura delle aziende sempre per l’impossibilità di accedere al credito. Gli ospedali si fermano, trasporti viabilità e via dicendo.
    Anche nel caso che in cui il sistema del credito sia effettuato dalla nostra Banca Nazionale, la stessa non avrebbe la forza di far fronte a tutte le richieste perché la necessità del credito è aumentata in modo esponenziale in seguito alla svalutazione. E infatti: poiché non abbiamo una autonomia energetica, dovremo contrattare il prezzo dell’energia e comunque di materie prime essenziali con stati esteri e per far ciò dovremmo richiedere l’intervento del FMI. E dopo quanto successo non è detto che lo accordi.
    Eh sì, perché, ATTENZIONE, il sistema mica è morto. E’ semplicemente ferito perché non è stata concertata una decrescita tra i diversi stati del mondo. E tale decisione, o la si prende all’unanimità o non la si prende. Perché sarebbe impossibile attuarla.
    In altre parole, quanto oggi sta avvenendo in Europa, già in Grecia ed oggi in Italia (e poi Spagna e Portogallo) non può essere affrontato in modo disgiunto dal contesto storico ed economico complessivo. Alla decrescita si arriverà o subito dopo l’implosione, o appena prima grazie ad una concertazione tra le nazioni e soggetti virtuosi che abbiano elaborato il tracciato dell’oggi.
    Qualsiasi altra mossa sarebbe, a mio parere un inutile sacrificio umano. Poiché, quanto succede oggi e succederà nei prossimi anni, è nulla a confronto.
    Quello che oggi sta accadendo in Europa evidenzia i limiti strutturali del mercato ma non la sua fine. Perché oggi ci sono molti mercati del sud del mondo che crescono e cresceranno ancora per gli anni futuri.
    E’ cosa giusta la critica, ma credo che sia cosa ancor più giusta il perseguire il minor danno sperando e reclamando una inversione di direzione, tanto più quanto più cresce la consapevolezza. Viceversa, mi sembra un gioco al massacro.
    giovedì, dicembre 15, 2011 | Andrea Samassa
    RISPOSTA
    Le questioni che solleva Andrea sono estremamente complesse e per rispondere in modo esauriente ci vorrebbe come minimo un lunghissimo articolo (ovvero un mini saggio, magari a più mani) che ci riserviamo di inserire in uno dei prossimi numeri del mensile. Per ora, invece, ci limiteremo all’essenziale.
    Cominciamo da una premessa: è impossibile anche solo ipotizzare un modello diverso da quello attuale se, innanzitutto, non si è pronti a ripensare da cima a fondo il nostro rapporto con la realtà. Non è che possiamo immaginarci di conservare i “vantaggi” del liberismo finanziarizzato e consumista senza subirne anche gli svantaggi. O, per meglio dire, le conseguenze. Che non sono solo quelle manifeste, e misurabili immediatamente in termini economici, ma anche quelle più nascoste, e striscianti, che immiseriscono l’esistenza individuale e collettiva riducendola a una lotta immorale, fratricida e senza esclusione di colpi in nome del denaro e di altri vizi come la notorietà mediatica.
    Allo stesso modo, sarebbe folle credere di poter smantellare un sistema che si è strutturato sull’arco di almeno due secoli e mezzo (ovvero dalla rivoluzione industriale in poi, ma sull’inizio del processo ci sono amplissimi margini di discussione) con l’atto unilaterale di un singolo Stato. Istituzioni sovrannazionali come l’Onu, l’Fmi, e in tempi più recenti il Wto, sono lì apposta per impedirlo. E al di là di questo genere di enti c’è effettivamente un intreccio quanto mai ramificato di relazioni che si dipanano in tutto il pianeta, o quasi. 
    A proposito: Andrea sottolinea che a suo giudizio «non ci sono padroni del mondo ma strutture di potere economico che oggi traggano il maggior guadagno dal mercato attraverso disdicevoli speculazioni. E lo fanno perché la politica non è in grado di edificare gli opportuni paletti», ma resta da spiegare come mai si siano verificati dei cambiamenti così omogenei e così strutturali, con delle escalation che si sviluppano coerentemente sull’arco di moltissimi anni. 
    La domanda che bisogna porsi è stringente: perché mai al crescere degli interessi in gioco dovrebbe fare riscontro una minore complessità del disegno strategico? Il dato di fatto è che lobby di rilievo assai minore ricorrono a ogni sorta di pressione, anche illegale, e che nell’ambito del crimine organizzato ci sono collegamenti internazionali del tutto convergenti. Potrà anche darsi, come sostiene Howard Zinn nella sua Storia del popolo americano riguardo al dissidio tra i coloni e la monarchia inglese, che non si tratti di un piano prestabilito ma di un «accumulo di risposte tattiche», eppure il risultato è analogo. Una miriade di comportamenti (e di condizionamenti) che vanno nella medesima direzione. 
    Se non si vuole parlare di “padroni del mondo”, nel senso di poche decine di persone che decidono per tutti gli altri e li comandano a bacchetta, si deve prendere atto che esiste una ragnatela vischiosa e onnipresente che sta plasmando il mondo in base ai suoi obiettivi, e a scapito della stragrande maggioranza degli esseri umani. Un’azione combinata, capillare, invasiva, che per un verso si impone con la forza  dei soldi e che per l’altro manipola in profondità le coscienze e l’immaginario – in quella che è stata efficacemente definita la “colonizzazione dell’inconscio”.
    Venendo al tema del default, quindi, va da sé che non è certo una soluzione miracolistica e che le ripercussioni, specie rimanendo intrappolati in questo modello di produzione e di consumo (e di speculazione), sarebbero pesantissime. O addirittura incalcolabili, se per caso l’insolvenza di un singolo Paese come l’Italia innescasse il famigerato “effetto domino” su scala planetaria. 
    Scrive Andrea: [in una situazione di questo tipo] «Al fallimento delle banche consegue il collasso del sistema del credito, Le aziende non hanno più denaro e quindi falliscono. Molti i licenziamenti. Famiglie in vera povertà. Altro che macelleria sociale. Un vero e proprio mattatoio con un numero elevatissimo di vittime. Lo scenario potrebbe essere quello del primo dopoguerra. se non peggiore».
    A mio avviso c’è un errore, ed è un errore fatale: si persiste nel dare per scontato che vi sia una insormontabile coincidenza fra denaro e ricchezza. Mentre invece si dovrebbe capire che la vera ricchezza – il cibo, le risorse naturali, la tecnologia come patrimonio comune, e l’immensa capacità di lavoro e di solidarietà degli esseri umani – non solo continuerebbe a esistere ma ne uscirebbe rafforzata. Perché eliminando il massimo profitto e tutto l’armamentario capitalista si eviterebbero anche gli immani sprechi che ci sono oggi e le spaventose differenze di reddito, anteponendo finalmente il bene comune alla folle supremazia di pochissimi.
    Federico Zamboni
     
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