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  • 31gen

    I cristiani devono impegnarsi per l’obbiezione alla crescita

    Dal 18 al 20 novembre si è svolto a Lione il convegno sulle convergenze e le divergenze tra il cristianesimo e l’«obbiezione alla crescita». Al termine del dibattito, si è registrato un consenso nell’affermazione che tutti gli studi ambientali portano alla constatazione dei limiti delle risorse del pianeta. Tuttavia le risposte che vengono date, come lo sviluppo sostenibile o la «green economy» sono del tutto insufficienti per far fronte all’altezza della posta con cui si deve confrontare la nostra società. Questi approcci si rivelano troppo sovente misure d’accompagnamento a una logica che ci conduce verso la rovina, mentre è proprio questa logica che occorre rimettere in discussione: è di una vera rottura che c’è bisogno. Infatti il capitalismo, il produttivismo, la crescita e lo sviluppo (sia pure verdi e durevoli) sono inseriti nella stessa logica, quella della mancanza di limiti che è alla base delle crisi in cui affonda la nostra società.

    Ma il rifiuto della mancanza materialista di limiti non è il cuore della dottrina cristiana? I cristiani non possono più tacere per non essere complici di questa logica della dismisura, a meno di tradire il Vangelo. Essi devono essere in prima linea a fianco di tutti gli obbiettori alla crescita. Certo, con tutta una componente del movimento ecologista esistono divergenze, ma non devono mascherare che ciò che ci unisce è più importante di ciò che ci divide. I cristiani non possono restare sordi alle proposte formulate dal movimento della decrescita. Al contrario, l’importanza di questa riflessione apre al cristianesimo nei paesi ricchi un’opportunità per interrogarsi, prendere iniziative, rigenerarsi.

    Nella Chiesa cattolica, il Papa e i vescovi francesi si sono pronunciati con determinazione, in particolare dopo il 1982 con la pubblicazione dal parte della Conferenza episcopale francese del documento «per nuovi stili di vita», a favore di stili di vita più sobri e soddisfacenti a fronte dei modelli proposti dalla società dei consumi. Noi abbiamo in effetti la speranza che una vita più sobria sarà migliore, perché la causa delle nostre sofferenze attuali sono insite nell’appiattimento della vita sul materialismo.
    Di conseguenza è nell’applicazione collettiva di una vita sobria che tutti i cristiani, di tutte le Chiese, (le istituzioni e i laici), devono impegnarsi. Questo non si può fare senza rimettere in discussione la perdita del senso di responsabilità generato dalla scienza, dal neo-liberalismo, dalla centralità dell’economia e dal mito della crescita infinita in un modo dalle risorse finite.

    È fuori da queste illusioni che è urgente trovare soluzioni concrete alla disoccupazione, alla crisi della finanza e dell’economia, alla crescita del precariato e allo sviluppo delle diseguaglianze all’interno delle nazioni e a livello planetario. Guardiamo le cose in faccia, rifiutando la negazione dei limiti fisici del nostro ambiente: è nell’ambito della diminuzione delle disponibilità di energia e dell’uscita dalla crescita che noi dobbiamo, lo vogliamo o no, trovare delle risposte sociali, imprenditoriali e ambientali affinché ognuno possa vivere con dignità. Partendo da questa realtà noi siamo obbligati a una riflessione morale e strutturale sulla nostra società in tutte le dimensioni della vita individuale e collettiva.

    Comunicato del 29 novembre 2011 di “Cristiani e picco del petrolio” (Francia)

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