• 08feb

    Claudio Sacchetto, un nome da ricordare

    Si chiama Claudio Sacchetto. E’ uno di quei politici che portano la cravatta verde. I politici in genere non si distinguono gli uni dagli altri. I leghisti di solito sì, per gli indumenti che indossano. Claudio Sacchetto è l’attuale Assessore Regionale all’Agricoltura, Caccia e Pesca della Regione Piemonte.

    È dal 1987 che la popolazione piemontese ha diritto di andare alle urne per ridurre drasticamente il fenomeno della caccia: diminuire il numero delle specie  cacciabili, vietare la caccia di domenica, evitarla su terreni innevati, ed altro ancora. Allora la giunta di centro sinistra ritenne di impedirglielo cambiando la legge (si chiama democrazia: si legge “fascismo”).

    Sono trascorsi 25 anni, e, dopo che la magistratura ha sancito che quell’operazione era perfettamente illegittima, ora che il TAR Piemonte sta per nominare un commissario ad acta che indica il referendum, visto che la Regione si ostina a non adempiere, cosa fa questo Sacchetto con la cravatta verde? Presenta un emendamento a proposta di legge, che prevede l’ampliamento delle specie cacciabili da 29 a 39, l’introduzione della caccia con l’arco; l’ampliamento dei periodi di caccia e la caccia in deroga alle specie protette dalla Comunità Europea. Surreale. La gente chiede/ha il sacrosanto diritto che si voti e lui cosa fa? Propone una legge che non solo non recepisce i quesiti referendari, ma peggiora la disciplina. Ripeto: surreale. E, udite udite, cosa sta scritto sul suo sito:

    “Solo con una nuova normativa potremo finalmente lasciarci alle spalle una legge oramai superata e dotare il Piemonte di una regolamentazione moderna, portandolo sotto questo punto di vista in linea con le altre regioni italiane. In questo modo si può evitare il referendum, risparmiare una cifra che si aggira intorno ai 20 milioni di euro e, soprattutto, rispettando la legge, dare dignità ai cacciatori, sempre più al centro di un accanimento mediatico e non solo che non è giustificabile in alcun modo. La nuova normativa deve contemplare la caccia non come attività da relegare e soffocare, ma nel rispetto delle regole, deve valorizzarne il ruolo di promozione turistica, di difesa dell’agricoltura dalla fauna selvatica in eccesso, di antica tradizione della nostra terra.
    Sono convinto che la libertà di ciascuno deve finire dove inizia quella degli altri, allo stesso modo penso che la democrazia indiretta, al pari (e non meno) di quella diretta, debba poter essere garantita con tutte le forze: a questo proposito sto lavorando con il massimo impegno nel mio ruolo di Assessore Regionale all’Agricoltura, Foreste, Caccia e Pesca nel tentativo di raggiungere un risultato costruttivo; attacchi continui mirati, volti solo a screditare spesso conoscendo poco la materia, non fanno il bene del Piemonte. Posizioni ambientaliste intransigenti di principio non possono guidare la regolamentazione della caccia: al residente in centro città probabilmente egoisticamente non importa del ruolo dell’attività venatoria nel contenimento della fauna selvatica e inconsapevole protesta, ma ai titolari delle 67 mila aziende agricole insediate in Piemonte interessa la possibilità di non vedere i propri appezzamenti disastrati ogni anno dagli ungulati. ”

    Non credo che sia il caso di commentare. Mi limito a sottolineare il passo evidenziato in grassetto. Sono 25 anni che il popolo piemontese ha il diritto di esercitare la democrazia diretta ed i politici al governo, prima vestiti di grigio ed ora di verde glielo impediscono, facendosi forza della democrazia indiretta.

    Diceva il compianto Giorgio Bocca: “Ma la democrazia dov’è? Che democrazia è questa autoritaria che si va affermando nel nostro Paese?”.
    Per quanto mi riguarda, un rimpianto. I paesi sono tutti più o meno uguali, il capitalismo domina dappertutto, ma almeno se fossi nato chessò in Svezia, in Olanda, non mi vergognerei come invece sono costretto a fare ormai da tempo.

    Fonte: ilfattoquotidiano.it

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