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    Suicidi di lavoro

    Nelle ultime settimane è stato posto in risalto nei mass media il fenomeno dei lavoratori e degli imprenditori che si sono tolti la vita a causa della perdita del lavoro e dei debiti. Uccisi dalla crisi, si dice. Non entro nel merito delle motivazioni personali di ciascuno, ma vorrei invece tentare un approfondimento sul contesto che favorisce o quantomeno consente questi suicidi.

    Mi sembra che due elementi che caratterizzano la nostra società abbiano come risvolto l’attaccamento al lavoro che può risultare fatale: il ruolo e il denaro.

    Il primo elemento riguarda il ruolo dei maschi nella società patriarcale. Da una breve ricerca in internet non sono riuscito a trovare donne che si siano suicidate per motivi di lavoro nell’ultimo anno, mentre sembra siano stati una settantina gli imprenditori (e lavoratori) maschi suicidi. Addirittura le vedove hanno svolto una manifestazione di ricordo e protesta a Bologna il mese scorso. I ruoli che i maschi hanno dovuto (e voluto) vestire per secoli comprendono il recupero dal mondo esterno delle risorse necessarie a sé e alla propria famiglia per sopravvivere. Esiste una divisione dei compiti per cui l’uomo segue la vita fuori della casa e la donna dentro: e l’uomo si occupa più del “fuori di sé”, la donna del “dentro di sé”. La perdita del ruolo equivale ad una perdita di identità che l’uomo è tanto meno abituato a gestire in quanto la sua “specializzazione” è gestire conflitti all’esterno di sé e non interni come quelli di identità.

    Oggi tali ruoli e i conseguenti stereotipi sono in buona misura superati ma non per tutti e non per tutti nella stessa misura. Coloro che non hanno fatto un lavoro di analisi cercando di riposizionarsi nel post-patriarcato sono più soggetti a elementi che lo mettono in discussione.

    Il secondo elemento di riflessione è dato dalla constatazione che nella nostra società è necessario non tanto fare delle attività, quanto fare delle attività retribuite con denaro. Chi lavora ma non riceve un salario (come ad esempio una persona che accudisce i genitori anziani gratuitamente, per amore) non è socialmente considerato. Anche io per definirmi ho bisogno di dire quale lavoro retribuito faccio: trovo difficile dire “faccio il papà” oppure “faccio il volontario in ambito ambientale”.

    Ritengo verosimile pensare che le persone che hanno deciso di togliersi la vita, oltre alle principali motivazioni di ordine prettamente economico (non ho i soldi sufficienti a pagare l’affitto e a mangiare) abbiamo anche pensato che non potevano farcela perché non avevano un lavoro retribuito, l’unico che ti assegna il ruolo con cui ti presenti in società.

    Eppure, raramente da noi ma più frequentemente in altre società, si può ottenere di che vivere anche senza scambi monetari. Credo che questo sia un elemento critico su cui riflettere: la nostra dipendenza dal denaro anche quando non ne abbiamo bisogno perché confondiamo la soddisfazione dei nostri bisogni con l’acquisto di merci che ci dicono essere indispensabili per noi.

    La difficoltà a gestire il proprio ruolo in assenza di un lavoro e la definizione di lavoro come quello che si vende e si compra nel mercato sono, a mio modo di vedere, concause dell’ansia e della disperazione di molti.

    Marco Sacco

    Fonte: Ricostituente

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