• 26giu

    Enel in Guatemala: poco ‘Green’, molto ‘Power’

    Se in Italia Enel, costretta ancora una volta ad abbandonare l’opzione nucleare ha deciso di puntare quasi tutto sul carbone, provocando secondo Greenpeace “una morte prematura al giorno e 1.8 miliardi di euro di danni ogni anno”, in altre parti del mondo la sua vocazione green sembra destinata a crescere ulteriormente.

    Sì, perché mentre sia nel Belpaese che in Europa l’Ente nazionale per l’energia elettrica ha completamente abbandonato la sostenibilità nelle sue attività (quando ha acquisito la società spagnola Endesa, Enel ha tenuto per sé gli impianti a carbone e le vecchie centrali nucleari cedendo l’intero parco eolico), in America latina la parola d’ordine è e rimane ‘idroelettrico’.

    Una bella notizia, verrebbe da pensare, se non fosse che il megacantiere che sta portando alla realizzazione a San Juan Cotzal, in Guatemala, di una delle centrali idroelettriche più grandi del mondo è stato aperto, già nel 2005, senza consultare gran parte delle popolazioni indigene locali. Eppure la dichiarazione Onu sui diritti dei popoli indigeni e la convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro parlano chiaro: si deve garantire il diritto di consultazione delle comunità per tutti i progetti che insistono sul loro territorio.

    Nonostante il regolare ottenimento dei permessi necessari, infatti, Enel ha iniziato sette anni fa la sua opera “senza interpellare le comunità ancestrali che da 2.500 anni vivono in quei territori e che si sentono storicamente padroni di fiumi e montagne”. A denunciarlo è Alessandro Di Battista, autore di un’intervista ad alcuni esponenti delle popolazioni di quella zona pubblicata sulle pagine del blog di Beppe Grillo: “Enel è entrata a Cotzal in silenzio, forte dell’autorizzazione ottenuta dal vecchio sindaco Josè Perez Chen e dal governo del Guatemala”.

    “L’Enel non ha coinvolto le popolazioni indigene, ma ha scelto come interlocutori Josè Perez Chen e Pedro Brol”, precisa Di Battista: “Il primo, l’uomo che diede l’ok ai lavori, dopo essere stato fermato per contrabbando di legname attualmente si trova in carcere con l’accusa di aver istigato i suoi uomini al linciaggio di un poliziotto. Il secondo, latifondista proprietario della tenuta San Francisco dove passano i macchinari Enel, paga una miseria decine di bambini costretti dalla fame a raccogliere il suo caffè”.

    Delle personcine a modo, insomma, probabilmente convinte del fatto che le popolazioni Maya locali avrebbero accettato che il ‘progresso’ di stampo occidentale sfondasse la loro porta di casa per civilizzarli una volta di più. Ma così non è stato, perché ben 28 comunità indigene su 36 stanno lottando da anni affinché “l’energia che ti ascolta” di Enel li possa fare almeno partecipare alle decisioni più importanti, se non alla divisione dei guadagni.

    Ma Enel non ha mai risposto agli appelli di queste popolazioni ed ha continuato i suoi lavori come fatto dall’inizio. Non solo, in seguito ad alcune proteste dei contadini della zona, che hanno bloccato il passaggio di alcuni mezzi diretti verso il cantiere, il governo ha inviato centinaia di soldati in assetto antisommossa, tre elicotteri e ha posizionato un nido di mitragliatrice nella scuola di San Felipe Chenla, il villaggio più battagliero fra tutti quelli coinvolti. Accusando però i leader contadini locali di terrorismo.

    Una situazione destinata a non cambiare. Anzi, a peggiorare ulteriormente, dato che fra poco il mega-impianto idroelettrico italiano sarà in grado di produrre energia, e quindi soldi, a cui il governo guatemalteco darà sicuramente più importanza di quella che secondo lui potranno mai meritare le comunità di contadini Maya e Ixiles.

    Enel però ci tiene a lavarsi la coscienza, smorzare le polemiche e non avere troppi problemi. Quindi avanti con il social washing. “Enel promette progetti, un pozzo, una scuola, una strada asfaltata per ripulirsi la coscienza e ammansire la popolazione”, accusa Di Battista: “Non è un caso che Enel Cuore onlus finanzi progetti di sviluppo solo nei Paesi dove è presente il gruppo Enel. Far del bene è importante, ma lo è ancor di più far vedere che loro sono i buoni”.

    Per essere considerati ‘i buoni’, però, non basta sbandierare la difesa dell’ambiente. E i Conquistadores, responsabili del più grande genocidio della storia, sono nei libri di storia a ricordarcelo: cambiano i tempi, e cambiano gli ipocriti metodi di conquista. Cambia anche l’avidità umana, che è riuscita addirittura a peggiorare, e a travestirsi meglio di un tempo. Le multinazionali di Paesi ‘civili’ come il nostro (per il 31% Enel appartiene agli italiani) stanno infatti dimostrando che si può andare oltre anche in quello, generando il malinteso che confonde e mischia ‘sviluppo’ e ‘conquista coloniale’.

    Fonte: Il Cambiamento

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