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    Ogm nell’orto, ma non sull’etichetta

    Il processo che regola la valutazione del rischio e la successiva approvazione degli OGM negli Stati Uniti cambia ancora, portando grandi novità in favore delle coltivazioni geneticamente modificate. Fino ad oggi la coltivazione di nuove varietà gm doveva passare al vaglio dell’USDA, il Dipartimento dell’Agricoltura americano. Una volta ottenuta la sua approvazione, associazioni e organizzazioni della società civile avevano la facoltà di fare ricorso nel caso nutrissero dubbi sui risultati della valutazione. Nel lasso di tempo in cui il ricorso veniva espletato, la coltivazione era sospesa fino a che non fosse stata fatta chiarezza. Un paragrafo del nuovo Farm Bill (il piano quinquennale delle politiche agricole Usa) stravolge la situazione: la decisione dell’USDA ha decorrenza immediata e anche in caso di battaglia legale, si potrà comunque avviare la coltivazione e commercializzazione dell’OGM in questione.

    Notizie preoccupanti anche su un altro versante del Farm Bill: è stato respinto dal Senato il cosiddetto emendamento Sanders, che avrebbe concesso agli stati federali la possibilità di indicare in etichetta la presenza di ingredienti contenenti o derivati da OGM.

    Da ormai una decina d’anni, molti stati americani, Vermont e California in testa, stanno conducendo una dura battaglia affinché diventi obbligatorio indicare in etichetta la presenza di OGM, come già avviene nella Comunità Europea. Ma la Monsanto, sostenendo che gli stati non possiedono l’autorità per legiferare sul tema, ha addirittura minacciato il ricorso ad azioni legali contro lo stato del Vermont, colpevole di volere avanzare una proposta di legge in materia di etichette e OGM. La California, dal canto suo, ha in programma per novembre un referendum sul tema.

    E lo sforzo della Monsanto per accrescere la diffusione degli OGM non si ferma: è di questi giorni la notizia diffusa dalla Seed Library of Los Angeles, secondo la quale il colosso biotech americano avrebbe avviato un programma per vendere sementi geneticamente modificate direttamente ai consumatori, che potranno così coltivarle nei propri orti e giardini, aumentando vertiginosamente il rischio di contaminazione per le produzioni agricole circostanti, siano biologiche o convenzionali. Ovviamente, i primi semi a essere commercializzati per uso domestico saranno quelli di mais.

    Tutto ciò nonostante negli Stati Uniti vengano pubblicati, con frequenza sempre maggiore, nuovi studi scientifici che mettono in luce limiti e problemi della coltivazione di OGM. Un recente studio dell’Università dell’Arizona, ad esempio, evidenzia la comparsa di parassiti resistenti alle colture geneticamente modificate. La maggior parte di queste colture, infatti, è stata progettata per produrre tossine in grado di uccidere i parassiti, ma col passare del tempo questi ultimi tendono a manifestare resistenza a queste tossine. Secondo lo studio, inoltre, i parassiti si stanno adattando in modo inaspettato alle colture geneticamente modificate: confrontando i dati provenienti da parassiti resistenti ritrovati nei campi coltivati con quelli ottenuti nelle previsioni teoriche elaborate sulla base di analisi di laboratorio, i risultati ottenuti risultano essere molto diversi tra loro.

    La comparsa di resistenza nei parassiti non solo rende inutile la modificazione che è stata inserita nella pianta, ma richiede l’impiego di nuove sostanze chimiche per trattare le coltivazioni. Paradossalmente le colture gm erano state create per ridurre l’impiego di pesticidi e trattamenti chimici in campo, perché le tossine necessarie alla lotta ai parassiti venivano prodotte già dalla pianta stessa. Come spesso accade la realtà va oltre ogni previsione possibile e può portare a conseguenze inaspettate. In questo caso, ad esempio, l’impiego di nuovi trattamenti chimici nei campi può avere risvolti ambientali non trascurabili dal momento che le sostanze utilizzate sono spesso altamente tossiche e inquinanti.

    di Elisa Bianco e Arianna Marengo

    Fonte: Slow Food Italia

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