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    Erich Fromm. Il manifesto dell’essere

    Le nostre coscienze non possono non essere scosse dalla constatazione che, più cresciamo e diventiamo superuomini e più siamo disumani.

    Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace 1952

    “Avere o essere?” di Erich Fromm (1900/1980) è un testo pubblicato nel 1976, imprescindibile per quanti vogliano iniziare a leggere e capire la società in cui viviamo. L’egoismo e l’avidità sono sempre state presenti nel cuore umano? Quando l’uomo ha iniziato a tradire la sua natura profonda? E per quale ideale l’ha barattata? Esiste una via per uscire da questa impasse economico-ecologica? Avere o Essere?

    A questo ordine di domande lo psicologo francofortese cerca di dare una risposta, organizzandola in quattro parti: un’introduzione su “La Grande Promessa” dell’Illuminismo, la differenza tra Avere e l’Essere, l’analisi di queste due modalità esistenziali ed infine la proposta radical-umanista di una nuova società. Erich Fromm cerca di leggere il cristianesimo delle origini con la stessa curiosità che dedica al Capitale di Marx, alle opere del mistico tedesco Eckhart, senza però tradire le sue origini ebraiche. La sua proposta trascende ogni ideologismo religioso o politico; con pazienza analitica e semplicità espositiva stila un elenco delle caratteristiche che deve riscoprire l’Uomo se vuole continuare a vivere nel rispetto di se stesso e della Terra:

    Disponibilità a rinunciare a tutte le forme di avere, per essere senza residui.
    Sicurezza, sentimento di identità e fiducia fondati sulla fede in ciò che si è, nel proprio bisogno di rapporti, interessi, amore, solidarietà con il mondo circostante, anziché sul proprio desiderio di avere, di possedere, di controllare il mondo, divenendo così schiavo dei propri possessi.
    Accettazione del fatto che nessuno e nulla al di fuori di noi può dare significato alla propria vita, ma che questa indipendenza e distacco radicali dalle cose possono diventare la condizione della piena attività volta alla compartecipazione e all’interesse per gli altri.
    Essere davvero presenti nel luogo in cui ci si trova.
    La gioia che proviene dal dare e condividere, non già dall’accumulare e sfruttare.
    Amore e rispetto per la vita in tutte le sue manifestazioni, con la consapevolezza che non le cose, il potere e tutto ciò che è morto, bensì la vita e tutto quanto pertiene alla sua crescita hanno carattere sacro.
    Tentare di ridurre, nel limite del possibile, brama di possesso, odio e illusioni.
    Sviluppo della propria capacità di amare, oltre che della propria capacità di pensare in maniera critica senza abbandonarsi a sentimentalismi.
    Capacità di rinunciare al proprio narcisismo e di accettare le tragiche limitazioni implicite nell’esistenza umana.
    Fare della piena crescita di se stessi e dei propri simili lo scopo supremo dell’esistenza.
    Rendersi conto che, per raggiungere tale meta, sono indispensabili la disciplina e il riconoscimento della realtà di fatto.
    Rendersi inoltre conto che una crescita non è sana se non avviene nell’ambito di una determinata struttura, ma in pari tempo riconoscere le differenze tra la struttura intesa quale un attributo della vita e l’”ordine” inteso quale un attributo della non vita, di ciò che è morto.
    Sviluppare la propria fantasia, non come una fuga da circostanze intollerabili,  bensì come anticipazione di possibilità concrete, come un mezzo per superare circostanze intollerabili.
    Non ingannare gli altri, ma non lasciarsene neppure ingannare; si può accettare di essere definiti innocenti, non ingenui.
    Conoscere se stessi, intendendo con questo non soltanto il sé di cui si ha nozione, ma anche il sé che si ignora, benché si abbia una vaga intuizione di ciò che non si conosce.
    Avvertire la propria identità con ogni forma di vita, e quindi rinunciare al proposito di conquistare la natura, di sottometterla, sfruttarla, violentarla, distruggerla, tentando invece di capirla e di collaborare con essa.
    Far proprio una libertà che non sia arbitrarietà, ma equivalga alla possibilità di essere se stessi, intendendo con questo non già un coacervo di desideri e brame di possesso, bensì una struttura dal delicato equilibrio che a ogni istante si trova di fronte alla scelta tra crescita o declino, vita o morte.
    Rendersi conto che il male e la distruttività sono conseguenze necessarie del fallimento del proposito di crescere.
    Rendersi conto che solo pochi individui hanno raggiunto la perfezione per quanto attiene a tutte queste qualità, rinunciando d’altro canto all’ambizione di riuscire a propria volta a “raggiungere l’obbiettivo”, con la consapevolezza che un’ambizione del genere non è che un’altra forma di bramosia, un’altra versione dell’avere.
    Trovare la felicità nel processo di una continua, vivente crescita, quale che sia il punto massimo che il destino permette a ciascuno di raggiungere, dal momento che vivere nella maniera più piena possibile al singolo è fonte di tale soddisfazione, che la preoccupazione per ciò che si potrebbe o non si può raggiungere ha scarse possibilità di rendersi avvertita.

    Le indicazioni di Fromm sono le parole di un ottimista scettico, consapevole del potere delle grandi aziende mondiali, le quali difficilmente vogliono privarsi degli elevati profitti trimestrali in nome di alti valori etico-religiosi; altresì consapevole dell’apatia e dell’impotenza della gran massa della popolazione, che anche se organizzata in gruppo non è capace di rimanere in tensione per lunghi periodi di tempo.

    L’ansia, la depressione, la disoccupazione non sono mali eccezionali della nostra società, bensì i pilastri su cui poggia il potere: un popolo impaurito e ansiogeno non va da nessuna parte e chiede solo un luogo sicuro ed al riparo dell’Altro; un popolo depresso non riesce a vedere la luce in fondo al tunnel, non crede di meritarsi una vita dignitosa e quieto china il capo ed obbedisce alle istruzioni; un popolo disoccupato è facilmente ricattabile data la sua vulnerabilità economica. La dignità è merce rara che può permettersela solo chi ha soddisfatto le primarie necessità esistenziali (nutrimento, riscaldamento, protezione); ma queste sono elargite dalla stessa società malata in modo tale che il fruitore non possa rendersi autonomo bensì sempre più schiavo del sistema: quanti riescono ad autoprodursi il cibo? Quanti sono autonomi per il riscaldamento della propria casa? Quanti sono ancora capaci di costruirsi il proprio ambiente abitativo, quale tipico orgoglio della famiglia contadina?

    Gli ansiosi, i depressi ed i disoccupati non sono la malattia della società, anzi possono essere l’antidoto al “malessere del secolo”, in quanto sperimentatori viventi della disumanità del sistema capitalistico. Si può credere in Buddha o in Marx, si può essere ebrei o atei, ma la base comune che vede Fromm è il genuino socialismo umanistico che sostiene tanto la saggezza laica quanto la religiosità non istituzionalizzata; un cambiamento radicale dell’uomo verso l’abbandono dell’alienazione, verso la creazione dell’alternativa al caos, “la sintesi tra il nucleo spirituale del mondo tardo medievale e lo sviluppo del pensiero razionale e della scienza”.

    Erich Fromm, tale alternativa, propone di chiamarla città dell’essere.

    Cfr. Erich Fromm, Avere o essere? (1976)

    di Luca Barbirati

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