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    I semi della ricostruzione

    Popoli di frontiera, in prima linea non solo contro la fame, ma anche contro la perdita di tradizione e identità. Cinque voci per cinque Paesi, cinque storie uniche eppure interconnesse. E come elementi in comune la rinascita attraverso il cibo.

    Questo racconto (ascoltato Salone del Gusto e Terra Madre) inizia in Bosnia, a Srebrenica, dopo il massacro di migliaia di musulmani bosniaci nel luglio 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. E continua con il viaggio di 48 vacche di razza Rendena partite dalle loro stalle trentine per arrivare a Sucésca, sparuta comunità montana nella municipalità di Srebrenica: la transumanza della pace è il progetto voluto da Gianni Rigoni Stern per piantare il primo seme della ricostruzione nelle comunità agricole bosniache devastate e spopolate dalla guerra.

    Una ferita diversa ma che ha messo duramene alla prova le popolazioni è quella che ha segnato l’Emilia con i due sismi più recenti. A dare voce (e risposta) a questa tragedia è stato Giovanni Cuocci, cuoco che nella sua Lanterna di Diogene di Solara di Bomporto vicino a Modena coinvolge ragazzi affetti da malattie come sindrome di Down e paralisi cerebrale infantile nei lavori dell’orto, della fattoria e dell’osteria: un seme prezioso nelle mani dei giovani disabili, che il terremoto lo vivono dentro di sè ogni giorno.

    Durissima la testimonianza di Don Maurizio Boa, attivo nella città di Kent in Sierra Leone: il Paese, ricco di legname pregiato, bauxite, diamanti, oro e ferro, è potenzialmente ricchissimo, ma viene tenuto in un costante stato di povertà e guerra civile dagli interessi dei grandi gruppi internazionali, che ne saccheggiano continuamente le risorse con la compiacenza di politici corrotti. Una luce di speranza viene invece dall’iniziativa dei contadini della regione del Bio Bio in Cile, devastata da un terremoto e da un incendio negli scorsi due anni.

    Qui la dittatura militare sta tentando di instaurare monocolture intensive, che minacciano le varietà colturali indigene e che centralizzano e industrializzano i processi produttivi, togliendo lavoro a intere comunità agricole. Una minaccia alla quale i piccoli coltivatori rispondono con il progetto Semillas de Solidaridad; attraverso questa iniziativa i contadini condividono liberamente tra di loro i semi caratteristici del proprio territorio e tutti i segreti per conservarli e utilizzarli seguendo tradizione e sostenibilità.

    Ha chiuso l’incontro la commovente testimonianza di Yoko Sudo, rappresentante (e fiduciaria) della comunità Slow Food attiva nella zona di Fukushima, esempio conosciuto di quanto la fiducia nel nucleare e il consumo di energia a ritmi sempre più intensi abbia deviato l’uomo su un binario morto, lontano dal suo legame con la terra e con la natura. Al centro del messaggio di Yoko c’è stata l’ammissione della colpa che hanno le nostre generazioni di aver vissuto fino a oggi con una visione del mondo che non tiene conto dell’eredità che lasceremo ai nostri figli. Una responsabilità immensa, che si riflette prima di tutto nell’agricoltura, attività che non riguarda e non deve riguardare solo gli uomini che coltivano e consumano il cibo, ma che coinvolge molte altre vite. In questo modo Yoko ci ha ricordato il vero senso della figura del contadino: non semplice produttore di cibo, ma garante della salute della terra e custode della biodiversità. Probabilmente il più essenziale e universale tra i semi della ricostruzione che forse rappresentano l’inizio di un nuovo modo di vedere il mondo.

    di Paolo Tosco

    Fonte: Slowfood.it

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