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    Valorizzare il pensiero critico

    Sono indubitabili gli aspetti positivi che hanno decretato il successo delle tecnologie informative e comunicative. La possibilità di archiviazione dei dati è infinita e vi si accede rapidamente,  la loro catalogazione è semplice così come la loro condivisione, anche in tempo reale. Tuttavia è necessario essere consapevoli delle evidenti criticità.

    Una prima criticità riguarda l’eccesso di stimolazione, determinato dal sovraccarico di informazione (information overload), che può indurre stress negativo e assuefazione, oltreché  il cosiddetto “errore di conferma” (confirmation bias). Quest’ultimo è la incapacità di analizzare le tante informazioni con la conseguenza che si ha la tendenza a rimanere legati ad un’idea che ci si è fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando evidenze successive contraddicono quella iniziale.[i] Oramai la velocità dei processi informativi ha superato le capacità di elaborazione della mente umana.

    A fronte di queste criticità, c’è da chiedersi se non avesse avuto ancora una volta ragione l’umanista radicale Ivan Illich quando negli anni ‘70 elaborò il concetto di controproduttività strutturale. Cosa dice Ivan Illich? Troppe informazioni, che non si possono né porre in un ordine gerarchico né verificare perché appunto “troppe”, equivalgono paradossalmente ad un’assenza di informazione. Se così stanno le cose, in una società di mercato dove la salute viene sempre più confusa con la possibiltà di accedere a trattamenti sanitari e dove la sanità si trasforma in sanità di mercato, non viene il sospetto che la rete rappresenti una opportunità di consumo sanitario? Un esempio: l’OMS ha calcolato che nel 2007 ci sono stati 400.000 morti in seguito all’assunzione di farmaci acquistati su Internet in assenza di prescrizione medica.[ii] C’è una evidente sproporzione di impegni politici, economici ed umani fra quelli che sono destinati a ridurre la domanda sanitaria, ad esempio con la prevenzione primaria, rispetto a quelli destinati ad aumentare l’offerta sanitaria. Quasi tutte le risorse vengono destinate  a incrementare la produttività sanitaria ed il mercato sanitario. Non sarebbe invece auspicabile, perché più ragionevole e conveniente, un impegno per demedicalizzare la vita delle persone?

    Una seconda criticità riguarda la figura del medico. Si assiste al passaggio del medico “scrivo per me” a quello del medico “scrivo per gli altri”.[iii] Il medico “scrivo per me” ascolta, prende appunti ed entra in relazione con il malato per capire il “malato”. Il medico “scrivo per gli altri” e’ cosi’ definito perche’ sa che mentre digita sul computer potra’ essere letto, anche in tempo reale, da altri soggetti, medici e non medici (altre figure sanitarie, amministrativi, dirigenti, manager). E’ anche un medico “scrivo per gli altri” perche’ obbligato ad utilizzare programmi preconfezionati e standardizzati che sono stati preparati per elaborare statistiche e valutare la appropriatezza amministrativo/economica dell’atto medico.

    Stiamo assistendo ad un cambio di modelli o, come scriveva Thomas Kuhn, ad un salto di paradigmi che forse prelude ad una rivoluzione della sanita’ e della medicina. Si tratta di progresso, se per progresso si intende rendersi migliori e migliorare il mondo, o piuttosto non si rischia di passare dalla relazione unica e irripetibile con il paziente al formalismo?

    Tuttavia, la più importante criticità dell’era del Web 2.0 è antropologica, ed emerge da quanto scrive Alberto Contri nella postfazione del libro “Sanità e Web” di Walter Gatti. In veste di docente universitario, ecco come racconta la sua esperienza: “La maggioranza degli studenti ha una cultura a macchia di leopardo, i loro neuroni sembrano sconnessi gli uni dagli altri, la loro capacita’ di concentrazione e’ notevolmente ridotta. Il loro linguaggio e’ smozzicato, sincopato, sostanzialmente privo di struttura, cosi’ come il loro pensiero.”[iv]

    Sono parole amare dalle quali emerge sostanzialmente un problema: la prima generazione di individui cresciuta nel Web sembra avere smarrito il pensiero critico. Forse, per ridurre i rischi legati all’utilizzo delle tecnologie informative e comunicative, non è necessario il tanto suggerito “bollino blu” di qualità (Chi lo decide? Quale criterio? Chi controlla il controllore?), quanto sviluppare e valorizzare il pensiero critico, a partire dalla scuola.

    di Nick Sandro Miranda

    [i] Fondazione Zoè, La comunicazione della salute, Stefano Ivis e Anna Rebecca Lovisatti, La comunicazione nel Web, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, p.227

    [ii] Fondazione Zoè, La comunicazione della salute, Maria Giovanna Ruberto, Giorgio Ferrari, Effetti della tecnologia nella comunicazione medico-paziente, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, p.131

    [iii] Fondazione Zoè, La comunicazione della salute, Stefano Ivis e Anna Rebecca Lovisatti, La comunicazione nel Web, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, p.226

    [iv] Walter Gatti, Sanità e Web, Editore Springer, Milano 2012, p.325

    Fonte: Omc Udine

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