• 23apr

    La mercificazione e i suoi derivati

    Come già fece notare Ivan Illich, la mercificazione, in particolare del lavoro, induce a credere che per poter fare qualsiasi cosa, anche soltanto per far fronte ai nostri bisogni personali, occorra rivolgersi ad un professionista qualificato.

    Eppure se ci pensiamo, per fare qualsiasi cosa per noi stessi basta soltanto impegno e buona volontà. Per esempio, molti non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di poter compilare da soli le dichiarazioni dei redditi anche se potrebbero farlo. Basterebbe soltanto leggere le istruzioni e metterle in pratica.  LEGGERE. CAPIRE. PENSARE. FARE ATTENZIONE. PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITÀ.

    La mercificazione di qualsiasi servizio impigrisce, inebetisce, illudendoci di poter semplificare la nostra vita e di edulcorarla, come lo zucchero di Mary Poppins. Con i soldi, ci si crede di poter mandar giù qualsiasi pillola amara.

    Il denaro ci affranca dalle nostre responsabilità. Paghiamo e tutto si risolve. Paghiamo e non dobbiamo poi far nulla. Paghiamo il costo di fare e di conseguenza spendiamo di più perché risparmiare costerebbe troppo.

    Sembra un paradosso: spendere di più per non risparmiare. Spendere è infatti facile. Richiede soltanto un atteggiamento “passivo”, mentre il risparmio un atteggiamento “attivo”. E quindi, in un certo senso costa di più. Implica un costo non monetario e che quindi non può essere mercificato. Pertanto appare difficile risparmiare in un mondo dove vige la legge della mercificazione. Il risparmio appare filosofia o addirittura religione, destinata soltanto ai credenti praticanti.

    E se improvvisamente ci trovassimo tutti senza soldi: nessuno ci pagasse più per le nostre competenze e noi non potessimo pagare gli altri per i servizi di cui avessimo bisogno, allora che si farebbe? LEGGERE. CAPIRE. PENSARE. FARE ATTENZIONE. PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITÀ, AUTOPRODURRE E SCAMBIARE.

    E poi, sono davvero i soldi che ci servono per vivere? Non è forse un lavoro, un impegno o un’attività ciò che cerchiamo? Pensiamo davvero che siano i soldi che ci alzano dal letto al mattino, e non la nostra energia o la nostra motivazione? Se essa dipende dai soldi, è soltanto perché lo crediamo o perché siamo condizionati dal crederlo. Ma è il lavoro che ci rende attivi, non il denaro. Ma allora, perché non possiamo lavorare per vivere potendo permetterci ciò di cui abbiamo veramente bisogno? Forse perché abbiamo mercificato anche il lavoro, intendendolo di fatto quale attività retribuita in termini monetari. Ma se estendessimo la definizione di lavoro a qualsiasi attività che dia al lavoratore una remunerazione, non necessariamente in denaro, ma in termini di utilità personale, forse ci sarebbe lavoro per tutti.

    La disoccupazione attuale è preoccupante, se non pericolosa. Occorre intervenire. Ma se non si può assumere tutti, perché non si hanno i soldi per pagarli, non sarebbe neanche impossibile trovare un posto ad ognuno se li si remunerasse tramite dei ticket non monetari che garantissero al lavoratore accesso a servizi o beni di cui necessitano: spesa al supermercato, biglietti per il trasporto pubblico, abbonamenti in palestra, al cinema, ai musei o persino visite nelle strutture sanitarie. Ciò indurrebbe anche le aziende locali di vari settori a cooperare per poter garantire uno scambio di servizi differenziato. Qualcuno lo sta già facendo, ma al momento appare come “creatività imprenditoriale” o iniziativa personale, piuttosto che come valida alternativa al lavoro retribuito in denaro.

    Oltre al fatto che si stimolerebbe un atteggiamento più partecipe del lavoratore, verrebbe anche rivalutato il suo tempo. Tempo, che la mercificazione ha svalutato. Tempo che viene impiegato per soddisfare un bisogno, anziché per produrre un reddito.

    Al momento, i disoccupati che non vogliono rimanere passivi in casa possono svolgere attività di volontariato, anche in maniera informale, pur di non restar lontani dal mondo del lavoro o da un ambiente sociale. Certamente il volontariato è un’occasione per acquisire competenze nuove e per allargare il cosiddetto “network professionale”. Ma nella sostanza non offre al volontario alcuna possibilità di usufruire di servizi o beni necessari per poter vivere. Ed allora il volontario, non avendo lavoro retribuito in nessuna forma, potrebbe sentirsi quasi “sfruttato”, pensando addirittura che, non solo il suo tempo impiegato nell’attività non giova per la sua vita, ma anzi è addirittura costoso per la sua sopravvivenza, nonostante possa essere gratificante per sé e “proficuo” per l’altra parte. Ovviamente, diversa è la situazione di un lavoratore retribuito che dona il suo tempo libero al volontariato. Per questi, il ticket è già l’esperienza che acquisiscono.

    Un sistema di scambio di beni e servizi richiede in primo luogo iniziativa, immaginazione, COOPERAZIONE ma soprattutto BUON SENSO, PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA’, FARE ATTENZIONE, PENSARE, CAPIRE, LEGGERE, ma, ahimè, anche un intervento istituzionale.

    Ed allora confidiamo in un governo e nella sua politica. La politica dovrebbe essere un bene, non una merce che paghiamo con le tasse. Infatti non è aprendo il portafoglio che conferiamo la responsabilità governativa, ma tramite il nostro voto. Il voto è un gesto attivo. Occorre LEGGERE. CAPIRE. PENSARE. FARE ATTENZIONE. PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA’ . Capire, anche se effettivamente forse qualcosa ci sta sfuggendo.

    Stefania Di Gangi

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