• 05giu

    Decrescita e bisogni speciali

    In questo articolo vorrei riflettere sul paradigma culturale della decrescita in relazione a tematiche quali la disabilità o, per estensione, le disuguaglianze sociali in termini di bisogni individuali.

    Mi riferirò ai disabili (ma, per estensione, anche alle persone disagiate) con il termine “persone con bisogni speciali o particolari”, prendendo spunto dall’americano “people with special needs”.

    Infatti tali persone differiscono dalla norma soltanto per i bisogni, le attenzioni e le cure particolari di cui necessitano.

    Ma siamo veramente in grado di prenderci cura di queste persone se la nostra mente è ottenebrata dall’ossessione che il nostro Paese, così come altri, oramai non cresce più?

    Infatti la grande preoccupazione è soltanto quella di non poter disporre di risorse monetarie necessarie per poter garantire a tali persone un’esistenza dignitosa.

    Effettivamente, se ci pensiamo bene, attualmente anche le esigenze “normali” non sono poi tanto diverse, in termini di costo. Se le persone con bisogni speciali necessitano di mezzi di trasporto particolari, nemmeno noi siamo da meno quando necessitiamo di un automobile o di un mezzo privato tutto per noi, in un certo senso “speciale”. E se ci chiediamo quanto costiamo e come valutiamo il nostro “costo” allora entra in gioco lo stipendio che percepiamo: più il nostro reddito è elevato, maggiori saranno i costi per mantenerne il relativo status sociale. E di conseguenza valutiamo il “costo” di una persona con bisogni speciali in funzione della pensione, o dei sussidi, che percepisce. Maggiori saranno le entrate e maggiori i suoi costi.

    Eppure,  la differenza tra una persona ed un’altra in termini di bisogni individuali e quindi di relativi costi, dovrebbe essere di natura fisiologica: dipendere cioè dalla costituzione fisica, dalla salute, dal proprio bioritmo … Invece tale differenza è dettata dai media, dal marketing, dalla cultura, dalle politiche … Differenze che formalmente non vengono imposte, ma che di fatto accettiamo assorbendole.

    Ma una volta sottratto il nostro costo cosa rimane? Dovrebbe rimanere il nostro “valore umano”: la nostra creatività, i nostri valori, il nostro impegno, tutte qualità che non stimiamo correttamente se ci valutiamo come percettori di reddito e come consumatori.

    E se non riusciamo a valutare correttamente i nostri bisogni individuali, come possiamo valutare correttamente i bisogni di una persona con esigenze particolari? Tale persona necessita in primo luogo del nostro “valore umano”. Minore è infatti la nostra valorizzazione come individui e maggiore sarà il costo sociale attribuito a tale persona. Pertanto se vogliamo ridurre i nostri costi, e di conseguenza i costi sociali, dobbiamo valutarci come singoli individui.

    Nella società, spesso vengono frustrati comportamenti che richiedono notevole “valore umano” e responsabilità. Spesso infatti una famiglia con un componente con bisogni speciali si rivolge ai servizi sociali per poter far fronte alle propria difficoltà. Ma spesso, anziché incoraggiare la convivenza del familiare all’interno della propria famiglia, viene proposta “l’ospedalizzazione” ovvero l’inserimento del familiare in una struttura residenziale. La famiglia viene rassicurata perché non dovrà sostenere oneri aggiuntivi, essendo la retta di ricovero dipendente dalle possibilità economiche del familiare.

    Ma siamo sicuri che la famiglia sia preoccupata esclusivamente dell’aspetto economico e non voglia ricevere ulteriore supporto e instaurare un rapporto di fiducia e collaborazione con le persone che curano l’assistenza del familiare? Se ci pensiamo, le difficoltà maggiori che si incontrano con una persona con bisogni speciali, sono più frequentemente di tipo sociale che economico. Eppure vengono sempre più proposte cure “disumane”, sempre più povere di ciò che rende valore all’assistenza di una persona con bisogni speciali: l’affetto familiare.

    La famiglia spesso si trova costretta a scegliere tra curare a tempo pieno l’assistenza delle persone con bisogni speciali oppure a delegarne completamente la cura, limitandosi a pagare la retta di ricovero. Il paradigma della decrescita promuove le cure familiari e i gruppi di auto-mutuo aiuto tra persone che condividono la stessa esperienza. Nulla di tutto ciò aumenta il PIL, ma crea “valore umano”.

    Attualmente, è prassi pensare esclusivamente in termini di budget. Chi cura l’assistenza di una persona con bisogni speciali propone una spesa giustificandola alla famiglia con la frase “tanto i soldi in cassa ci sono” e non con la frase “la spesa è utile per migliorare la qualità di vita della persona, in quanto mirata al soddisfacimento dei suoi bisogni individuali.”

    E allora perché non mettiamo davanti a qualsiasi ragionamento contabile la vita? Impariamo a capire di cosa abbiamo veramente bisogno e a valorizzarci come persone, come esseri speciali. Dopodiché potremmo osservare gli altri e capirne le esigenze individuali.

    Ci accorgeremo che siamo tutti uguali perché abbiamo lo stesso obiettivo: vivere, ma ognuno di noi si differenzia per le capacità e lo stile che adopera per realizzarlo. La realizzazione individuale dipende comunque dall’interazione con gli altri individui che hanno bisogno di noi, così come noi abbiamo bisogno di loro. In fondo siamo tutti persone con bisogni speciali.

    Riflettiamo su ciò di cui abbiamo bisogno e su ciò che possiamo dare in cambio. Portiamo all’esterno ciò che abbiamo dentro, anziché portare dentro ciò che vediamo all’esterno. Acquisendo consapevolezza della propria individualità e delle differenze di bisogni tra noi e gli altri, forse potrebbe aiutarci a non trasformarle in disuguaglianze.

    Stefania Di Gangi

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