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    Torino: ciò che rimane delle Olimpiadi

    Palazzine colorate e sullo sfondo il rosso arco olimpico. Un quartiere dormitorio, già vanto dei XX. giochi olimpici invernali. Era il febbraio 2006 li organizzò Torino vincendo la gara di assegnazione al nastro finale con la svizzera Sion (53 voti a 36). Sono passati una manciata d’anni, l’eco olimpica è sparita, gli edifici costruiti per ospitare gli atleti invecchiati. I colori sulle facciate sbiadiscono, l’intonaco cade, le crepe si allargano. Una parte delle palazzine è stata rivenduta, alcune sono assegnate a società controllate e partecipate dal Comune, altre sono diventate case popolari, diverse sono rimaste vuote.

    Il 30 marzo una lunga colonna di africani, oltre 150, si sposta verso l’ex-Moi (Mercato ortofrutticolo all’ingrosso). Una marcia ordinata, qualche zaino sulle spalle e una specie di scorta di una trentina di giovani italiani in Comitato di solidarietà. I tempi cadenzati si smagliano quando la colonna arriva davanti a una palazzina blu. Una, due spinte e la serratura di un ingresso laterale cede. In pochi secondi decine di persone iniziano a correre per le scale, qualcuno urla, in tanti ridono. Sono profughi, rifugiati di guerra, buona parte di loro arriva da Tripoli, lì sono stati caricati sulle barche a viva forza dalle truppe di Gheddafi. Si trovavano in Libia per lavorare, operai edili, contadini proletarizzati a salario nelle imprese statali libiche, operai dei pozzi petroliferi statali, gastarbeiter e un manipolo di rifugiati politici fuggiti dalle guerre nei propri paesi. Sono i dannati della terra. Dalla Libia, dall’Egitto, dalla Tunisia, da dove la rivoluzione dei Gelsomini e i bombardamenti della Nato, la continua gigantesca proletarizzazione dei piccoli contadini li ha espulsi dalle campagne del mondo.

    I sei piani, due o tre appartamenti per piano, si riempiono. Alcune porte sono aperte, molte hanno la chiave nella toppa, altre vengono scassinate. Una mezza dozzina di persone per alloggio e non c’è spazio per tutti. Così, in fretta, si trova il modo di accedere a una seconda palazzina, anch’essa vuota, questa di color arancione e leggermente più grande. C’è già chi scrive il proprio nome sulla porta, mentre si discute sui compagni di alloggio con cui dividere casa. Il Comitato di solidarietà chiama tutti gli occupanti nel piazzale antistante le palazzine, coperto alla vista di chi passa per strada, ma non dagli sguardi dei vicini. I primi curiosi si affacciano alle finestre confinanti, fuori arriva la prima macchina della Digos, i servizi informativi della polizia di stato. Si sente il gracchiare di un megafono “mettiamoci in cerchio”, il messaggio viene ripetuto e tradotto in inglese, francese e arabo. Un ragazzo alto e vestito di nero parla piano, ma con tono fermo. È uno dei leader degli autonomi torinesi, quelli che si sono fatti le ossa con le battaglie studentesche e ora sono attivi nel movimento NoTav, nella vicina Valle di Susa. «È iniziata l’occupazione, ora dobbiamo seguire delle regole per l’assegnazione delle camere». Un lungo elenco viene stilato, ogni appartamento viene affidato a un gruppo, cercando di mantenere una certa unità dei paesi di provenienza. Agli edifici vengono fatti gli allacciamenti dell’acqua e della elettricità. Gli alloggi sono vuoti, senza mobili, nient’altro che i sanitari, niente acqua calda, ma gli occupanti sorridono, molti di loro dormivano per strada.

    Carlo, il suo telefono squilla di continuo: «L’unica regola che vale qui è dare da dormire a tutti». Si mescolano, corrono le lingue sul cavo telefonico, Carlo le cuce con la sua cadenza napoletana. È a lui che i rifugiati fanno riferimento sin dal primo giorno di occupazione. «La prima notte già oltre 200 persone. Poi è partito il tam tam. Abbiamo dovuto mandare via tante persone, gente che dorme per strada, nei vagoni alla stazione, i più fortunati nei dormitori comunali» oggi occupano più di 400 persone «la terza palazzina, questa grigia, è stata presa pochi giorni dopo. Tra il 5 e il 10% delle persone che vivono qui sono donne o bambini, quasi tutti appartengono a un gruppo familiare. Le donne sono tranquille, conta la casa. I mariti poco dopo essere arrivati diventano irrequieti».

     

    Chanya, Brah, Bishara

    Chanya della Nigeria ha i capelli cortissimi, una figlia per mano e l’altra legata dietro alla schiena con un telo colorato di cotone: «Sono sposata e ho da sola la responsabilità delle mie figlie. Sono qui dal primo giorno, dopo settimane mi hanno dato una stanza» il marito «viene a trovarci, ma non sta qui» continua «spero che qualcuno ci aiuti, qui siamo senza futuro, seguo le bimbe tutto il giorno, non ho tempo di cercare un lavoro. Il medico è lontano, mangio quello mi offrono e non posso mandare la più grande a scuola perché non ho la residenza». «Sono stato accerchiato, mi hanno fatto scendere dall’auto, ho visto mentre le davano fuoco. Preso dalla paura sono scappato». Brah è ivoriano, un pezzo d’uomo, piantato a terra con salde radici. Parla un buon italiano, lento e attento alle coniugazioni e alle concordanze, arriva dalla Libia. Si era rifugiato a Tripoli fuggendo precipitosamente dalla Costa d’avorio, insegnava francese e inglese in un collegio privato frequentato dai figli della borghesia tripolina. «Nei giorni dell’attacco alla Libia, finché Gheddafi è rimasto in città regnava una sorta di calma, quando il rais ha lasciato la capitale ho smesso di andare a lavoro. Poi mi hanno bruciato l’auto» Brah va vivere a casa di amici fuori città, ma «camminavo per strada e sentivo gli sguardi della gente. Si era diffusa l’idea che i neri stessero con Gheddafi. Che idiozia, vivevo il razzismo sulla mia pelle tutti i giorni, ero il primo a volere un paese più democratico» dopo nemmeno una settimana viene prelevato da un gruppo di agenti in divisa «sono uscito per fare la spesa e mi sono ritrovato stipato in una nave verso l’Italia». La traversata, i morti, le privazioni, le speranze e l’arrivo «altro non sono che la fotocopia delle storie di altre 60mila persone, che hanno fatto lo stesso viaggio». Sono arrivati lavoratori e fuggiaschi politici, per trasformarsi, nello stesso momento in cui mettevano piede in Italia in una fonte di reddito per associazioni e consorzi. Vive nell’edificio blu, ha una stanza per sé e la fidanzata, divano grande, letto matrimoniale, che sono privilegi, una piccola pila di libri e una serie di vestiti piegati ordinatamente a terra in un angolo. «Il 20 marzo 2008 sono uscito di casa per partecipare a una manifestazione e da allora non ho mai più rivisto nessuno della mia famiglia» non può rientrare in patria Bishara del Ciad – 26 anni, dolcevita grigio, giacca sportiva, 4 lingue, famiglia benestante – «le manifestazioni in Africa, non sono come qui. Se protesti sai che puoi perdere tutto e che non tornerai a casa come ne sei uscito. Sono stato arrestato durante una manifestazione, mi hanno incarcerato per 45 giorni – pane, acqua e latte come cibo – schiacciati in grandi celle. Le guardie ci prelevavano a turno e ci torturavano. Picchiati sotto le piante dei piedi, messi a testa in giù in secchi d’acqua» riesce a fuggire «uno dei guardiani che ci portava il pasto lasciò la porta aperta. Sono scappato, ma alcuni dei miei compagni di cella non ne hanno avuto la forza» non a casa «se ci fossi passato la mia famiglia ne avrebbe pagato le conseguenze. Mio padre è già stato in una prigione politica per 10 anni. Era un’importante commerciante, nel 1965 con l’inizio della guerra civile finisce in carcere e vi rimane fino a quando la Libia non invade il Paese». Nigeria, Niger, Camerun e le prigioni di Gheddafi «non avevo documenti, ero, come dicono qui, un clandestino. Dopo 10 mesi mi hanno rimesso in libertà» a Tripoli, in meno di un mese, trova un lavoro come elettricista «due mesi dopo scoppia la rivoluzione in Tunisia». Bishara si accovaccia sul fornellino da campo su cui sta scaldando l’acqua per il caffè «come lo fanno a casa mia, me l’ha insegnato halataca». Letteralmente la ‘sorella di mia madre’, nelle famiglie poligame le diverse mogli del padre. L’arrivo in Italia è uno shock «in Libia non c’era democrazia, ma c’era il lavoro. Qui è tutto il contrario: avete la democrazia, i diritti, ma niente lavoro» passa per la Sicilia e arriva a Torino, subito va a vivere in una delle case che da anni sono occupate da altri rifugiati politici. «In Africa nessuno dorme per strada, qui ci sono tantissime case vuote e molti senzatetto!» ha delle idee sul suo futuro «i nostri vicini hanno un lavoro, pagano affitto e bollette. Lo faremo anche noi. Adesso non abbiamo nulla, solo le nostre braccia» sorride «qualcuno ha anche un cervello!».

     

    Autogestione

    A oltre due mesi dall’inizio della occupazione, niente acqua calda, niente gas, materassi per tutti, le sedie che si contano sulle dita di una mano, niente tavoli, niente mobili. «Questo è il posto per chi non ha altra chance – spiega Carlo – all’inizio c’erano solo rifugiati dell’Emergenza Nord Africa, ma con le settimane sono venute a chiedere ospitalità altre persone, anche italiani». Un quarto dei residenti non sono quelli delle barche che hanno attraversato il Mediterraneo l’estate del 2011, c’è chi non ha il permesso di soggiorno, ci sono quelli che da anni galleggiano nel sistema dell’accoglienza. Gabriel è camerunense, parla un italiano svelto e pieno di accenti delle tante regioni che ha girato «sono in Italia da quattro anni. Sono arrivato come tutti a Lampedusa carico di sogni e di debiti accumulati per pagare la traversata del deserto prima e del mare poi». Abita al pian terreno della palazzina blu, ha un accesso riservato al suo appartamento, lo divide con altre sei persone «sembra più comodo degli altri, ma siamo schiacciati come sardine» e poi «non come quei bengalesi, loro hanno una camera dove adesso sono in 13, due per ogni materasso». Gabriel, atletico e ben vestito, ogni capo firmato, scelto con gusto, niente di quello che indossa è stato comprato, qualcosa scambiato, altro preso dai vestiti che vengono donati. «Prima Catanzaro, poi 3 anni a Napoli, da qualche mese sono a Torino. Il lavoro è sempre più difficile da trovare, faccio quel che posso, piccole cose, e non posso permettermi un affitto. Ho i documenti in regola, sono un rifugiato, vivo qui anche se è illegale. Le case sono vuote, sto cercando di arredare la mia camera. Ci starebbe bene un poster di Fabrizio Corona, lui è uno tosto che sa sempre come andare avanti». Appunto, è in carcere. Gabriel è un punto di riferimento, gli altri lo rispettano «nessuno comanda nessuno, ma ci sono delle regole, c’è la polizia che ci tiene d’occhio, non vogliamo arrivare agli sgomberi». Tanti dei 400 occupanti hanno vissuto in centri di accoglienza dal loro arrivo in Italia. Momen sviene dal Sudan, è stato per quasi 15 mesi in una comunità nelle campagne piemontesi «mi davano da mangiare, un pacco di sigarette ogni tanto e le schede per chiamare a casa. Se facevo qualcosa di sbagliato, mi toglievano i pochi extra che avevo. Ho smesso di uscire dalla mia camera, stavo nel letto, meno facevo, meno sbagliavo». A inizio marzo Momen con i suoi occhialoni e i capelli a spazzola si è ritrovato per strada, con in mano un assegno da 500 euro «il centro ha chiuso e io non sapevo ancora nulla dell’Italia, sono stato più di un anno ad Ivrea e non so che poche parole in italiano, ma da quando sono arrivato qui, alle palazzine, qualcosa è cambiato». Per lui come per molti altri occupare è stata una scelta per voltare pagina «posso ricominciare a fare qualcosa, sto riprendendo nelle mani il futuro». Bisogna salire fino al quarto piano dell’edificio grigio, per arrivare all’appartamento dove dorme Kareem, ghanese, passa le serate seduto alla finestra, guarda e aspetta «non controllo nessuno, ma è bene che qualcuno di noi sappia cosa succede qui dentro». Raccoglie il tappetino che ha appena usato per la preghiera e «siamo venuti qui tutti assieme e nessuno ci ha fermato perché eravamo tanti e decisi, se adesso iniziamo a vivere come tanti singoli, perdiamo la nostra forza. Non abbiamo piena consapevolezza di quello che abbiamo fatto, il comitato ci ha aiutato e tantissimi italiani ci mostrano la loro solidarietà, ma ora sta a noi fare nascere un progetto di autogestione che vada avanti da solo».

     

    Il magazzino

    Il cuore della struttura è stato, sin dalle prime settimane di occupazione, il magazzino. Qui a tutte e ore del giorno arrivavano beni di prima necessità. Vestiti, cibo in scatola, materassi, arredi, ma anche giochi per bambini e materiale didattico. Donazioni raccolte con una rete informale di volontariato e punti di raccolta in città. «La rivoluzione sta proprio nel metodo» dice Veronica, studentessa «niente più grandi consorzi o associazioni che forniscono ai rifugiati abiti e cibo gravando sulle casse statali, ma un’ampia rete di singoli che riesce a provvedere a tutto, o quasi, quello di cui i richiedenti asilo hanno bisogno». La porta del magazzino è chiusa con un grosso lucchetto, fuori cartelli con scritte in più lingue. «Dobbiamo andare a prendere un frigo» dice Nicola mentre estrae dal bagagliaio della sua auto una pila di vaschette di plastica «c’è quell’appartamento con tre donne nell’altra palazzina a cui le abbiamo promesse». Vanno, tornano, li aspetta una piccola folla. Tirano giù dall’auto una vecchia lavatrice, un frigorifero e un tavolo basso. «Tutto utilissimo» esclama Veronica «ma bisogna capire a chi darli. Come si può scegliere chi merita la lavatrice? Stiamo pensando di organizzare una lotteria, mettiamo in palio tutto». Tolto il lucchetto si spalancano le porte del magazzino: 100mq pieni delle cose più improbabili. «Quelle due cucine a gas non sappiamo se utilizzarle. Se lasciamo che se le portino negli appartamenti il rischio di incidente è altissimo». Nicola non sa se ridere o piangere mentre racconta che qualche sera prima un intero piano è stato evacuato per una bombola che perdeva. Ogni tre o quattro giorni la distribuzione dei beni che arrivano, principalmente cibo, ma anche vestiti, mobili e prodotti per l’igiene personale. Ogni piano per ognuna delle tre palazzine ha due referenti, che raccolgono tutto e poi lo distribuiscono. «Tutti hanno accesso alle scorte in modo uguale – spiega Carlo – secondo i propri bisogni e coordinare il tutto è uno sforzo enorme. Per questo stiamo coinvolgendo il più possibile gli occupanti. Bisogna bilanciare i gruppi nazionali, bisogna saper riconoscere i reali bisogni. C’è chi chiede per necessità, chi per vizio o per noia». Mohammed, una delle tre persone che hanno in custodia le chiavi del magazzino «non scelgo io a chi dare e cosa dare. Le decisioni vengono prese in assemblea, non faccio che eseguire quel che la maggioranza decide». Una volta la settimana, di solito nel week-end verso le sei di sera, gli occupanti si trovano per una riunione fiume. Tutti hanno il diritto di parola, di proporre qualcosa, di lamentarsi. Le decisioni vengono prese per alzata di mano e tutti le devono rispettare. Decide chi è presente, ma più che decidere si cercano soluzioni accettabili per tutti. «Non c’è una lingua che capiamo tutti» continua Mohammed «sono somalo e con tanti parlo italiano» fa una smorfia «mica posso parlare il maliano con i maliani, il nigeriano con i nigeriani e così via. Capirsi è un problema». Ibrahim anche lui somalo, una decina d’anni più anziano, quasi calvo, per i denti sporgenti sembra che sorrida sempre «per le cose importanti, come il cibo che viene raccolto, non possiamo fidarci, devono pensarci Carlo e quelli del Comitato». La discussione si anima, si forma un gruppo. Brah, il professore ivoriano «questa occupazione ci dà una grande possibilità. Chi ha capito può insegnare agli altri. Molti però sono diventati dipendenti, non sanno più prendere una decisione. E pensare che tutte le persone qui hanno rischiato la vita, attraversato guerre e mari». Il gruppo si allontana, Oscar, congolese, se ne va per ultimo «vado a dormire. Domattina prendo il treno per Saluzzo, stanno cercando braccianti lì. Adesso che ho un tetto sulla testa posso cercare un lavoro».

     

    Braccianti

    «L’inverno è stato lungo, è piovuto fino a pochi giorni fa. La frutta non è matura, bisogna aspettare» Patrick già contadino povero in Senegal, sistema un cartone in terra, sul piccolo pezzo di asfalto dove passerà la notte. «Mi hanno parlato di Saluzzo, hanno detto che qui si lavora fino a settembre, magari anche di più. Sono passato a Torino, alle case occupate, ho degli amici lì. Ma non hanno posto per me, quindi sono venuto qui con altri fratelli». Il cuneese è il frutteto del nord-ovest italiano: pesche, mele, prugne, kiwi. Da qualche anno la raccolta viene fatta da braccianti africani. «Sono stato a Rosarno fino a marzo, poi non c’era più lavoro» Babacar, senegalese ventitreenne, ha risalito la penisola chiuso nelle toilette dei treni regionali «in Calabria anche se lavori tanto non ti rimane molto in tasca. 30/35 euro al giorno e devi pagare il trasporto, il mangiare e anche il capo nero. Poi non si lavora tutti i giorni. Qui è diverso, sono già venuto l’anno scorso». Le paghe nel saluzzese sono più alte, non c’è il caporalato, ma i ritmi di lavoro sono ugualmente fiaccanti. «La mattina prendo le bici e vado a Lagnasco, 10 km, poi le patron ci porta nei campi, si lavora finché c’è luce. Riempio le cassette e le svuoto nel cassone, mille volte al giorno. Poi in bici torno qui a dormire. Sono talmente stanco che non mi accorgo nemmeno di non aver un materasso». I primi braccianti africani sono arrivati a Saluzzo cinque anni fa «erano poche decine, poi il numero è raddoppiato, lo scorso settembre erano almeno 400» spiega Walter che da sempre fa da intermediario tra i braccianti e istituzioni. «Siamo stati a Torino alla occupazione per spiegare la situazione. Eravamo preoccupati che corressero qui in massa. Il lavoro c’è, ma non per tutti e soprattutto mancano strutture di accoglienza». Il Comune e la Caritas mettono a disposizione un centinaio di posti letto, quest’anno la Coldiretti piazzerà a inizio luglio dei container che potranno ospitare 120 persone. «Chi viene qui ha i documenti in regola» continua «l’anno scorso i carabinieri hanno trovato due ragazzi tunisini senza permesso di soggiorno, li hanno portati subito al Cie (Centro d’Identificazione ed Espulsione) di Torino e sono stati espulsi in meno di una settimana. Il punto di ritrovo dei braccianti è il piazzale dietro il Foro Boario, ai margini della città. «Lontano dagli occhi dei miei ricchi concittadini» dice Walter. Teli di plastica, cartoni in terra, panni stesi ad asciugare al sole, qualche fuocherello che brucia sull’asfalto. «Non avevo mai visto niente del genere» Moussa e Idrissa sono burkinabè, uno parla l’altro annuisce «in Africa non si dorme così. Sono stato in Francia, e – indicando l’amico – lui con me, abbiamo lavorato in campagna per due anni, ma nessuno ci ha mai messo a dormire in un campo senza nemmeno un bagno. Non c’è nemmeno una fontana qui. Per prendere l’acqua dobbiamo andare in bici tre isolati più in là». Finisce il primo e Idrissa riprende il discorso «sono arrivato in Italia e subito mi hanno preso le impronte digitali. Adesso se mi fermano in Europa mi rimandano qui, ma in Italia non c’è lavoro, né casa» accende una sigaretta, aspira un paio di volte e la passa a Moussa «non abbiamo nulla, ma almeno lo dividiamo». La Caritas ha portato oltre un quintale di pasta e una cassetta di verdura. Le pentole sono piccole e l’acqua ci mette molto a bollire, ma l’unica cosa che non manca in questo campo di fortuna è il tempo, la preparazione del pasto impegna ore. Amadou viene dal Mali, parla sottovoce e solo se interrogato, dai suoi quasi due metri di altezza lo si sente appena. «Abbiamo una lista sulla quale scriviamo i nomi di chi arriva, serve per tenere in ordine tutto. Con i senegalesi che sono arrivati oggi siamo già più di 120». S’inginocchia e poi s’accovaccia in terra, è il suo turno di giocare a dama con una grande scacchiera fatta su un pezzo di legno di recupero «le regole sono quasi uguali alle vostre, ci sono solo più pedine». I commenti alla partita sono tutti in bambara, una delle lingue più diffuse nell’africa occidentale, i giocatori alzano gli occhi, una pattuglia dei carabinieri passa sulla strada. «Siamo qui per lavorare, la stagione deve ancora cominciare. Aspettiamo e durante il giorno andiamo a cercare qualche patron per lavorare. Fanno anche dei contratti, solo per un mese o due, ma solo ai primi, per chi arriva tardi sarà più difficile». La notte passa nel dormiveglia, il Sindaco ha firmato un’ordinanza che impone lo sgombero dell’area, ci si aspetta l’arrivo delle forze dell’ordine. Solo a mattinata inoltrata gli animi si rasserenano. «Se viene la polizia non faremo nulla» George, etiope, vent’anni, occhiali da sole, imitazione di un modello di Prada, le cuffie sempre sulle orecchie «possono portare via quello che vogliono, ma io rimarrò qui. Non ho altro posto dove andare, non ho altro da fare che trovare un lavoro. Se avessi un lavoro dormirei così? No, affitterei una casa, ma qui per un alloggio vogliono anche una cauzione. Dovrò lavorare tutta l’estate solo per avere i soldi sufficienti per l’anticipo dell’affitto di due mesi che mi hanno chiesto».

    di Cosimo Caridi
    foto di Cesare Quinto

    Fonte: Galatea.ch

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