• 09set

    Petrolio, economie emergenti più assetate dei paesi industrializzati

    La domanda di petrolio nei Paesi in via di sviluppo ha superato per la prima volta quella delle nazioni di lunga industrializzazione. A rivelarlo è un rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) : principale autorità globale in campo energetico, la Iea associa questa svolta storica alle “increspature” create sui mercati mondiali dal boom nella produzione di combustibili fossili negli Stati Uniti d’America. Che, nell’ultimo decennio, hanno accresciuto enormemente la loro produzione. Secondo le previsioni, entro i prossimi 5 anni gli Usa produrranno anche più oro nero dei Paesi dell’Opec, cartello economico i cui membri controllano circa il 78% delle riserve mondiali di petrolio. Un trend che, prevedono gli studiosi, interesserà anche la produzione di gas da scisti, già passata dal 2000 al 2010 da 10 a 140 miliardi di metri cubi. Buone notizie per l’economia Usa, ma non per l’atmosfera terrestre: a tutto ciò, avverte la Iea, corrisponderà un drastico aumento delle emissioni di CO2.

    Gli scenari globali, oggi, cambiano anche nel settore petrolifero. Mentre gli Stati Uniti da primi importatori mondiali di oro nero ne diventano esportatori, sorpassando i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di petrolio (Opec), le economie emergenti hanno più sete di greggio di quelle più avanzate ed energivore. Due svolte storiche in un colpo solo, insomma, dovute tanto alla diversa situazione dell’economia globale quanto all’esplosione dello sfruttamento di gas da scisti (quello intrappolato nella porosità della roccia sotterranea) negli Usa. Proprio lì, ad oggi, oltre 1000 unità in grado di perforare fino a 10 mila pozzi all’anno forniscono tanto shale gas da soddisfare quasi un quarto del fabbisogno statunitense di gas naturale. Ma se da una parte i prezzi di quest’ultimo sono colati a picco, portando a un massiccio abbandono del carbone nella produzione di elettricità, dall’altra le ripercussioni per l’ambiente possono comunque essere drammatiche, a livello di emissioni di gas serra e di contaminazione delle falde acquifere.

    Le nuove riserve americane di combustibili fossili stanno dando molto ossigeno all’economia Usa, per motivi che vanno dall’abbassamento dei costi all’aumentata indipendenza energetica, ma soprattutto per le crescenti esportazioni verso le economie emergenti, in particolare asiatiche. Che, proprio in quest’ultimo periodo, hanno portato la loro richiesta di greggio a livelli inimmaginabili fino a pochi anni fa, anche se non ancora giunti al loro limite. Di conseguenza, per la Iea è necessaria una “generale ristrutturazione delle capacità di raffinazione globali”, ma anche dei “modi in cui il petrolio verrà immagazzinato e trasportato” da un punto all’altro del pianeta. L’agenzia prevede dunque l’apertura di molte nuove raffinerie sui continenti nordamericano e asiatico (Medio Oriente incluso) a scapito di quelle europee, destinate invece a ridursi ulteriormente.

    Alle buone notizie per la crescita economica orientale e d’Oltreoceano, però, corrisponde il rovescio della medaglia: la CO2, ricorda la Iea, non bada ai confini nazionali, e ciò che può essere vantaggioso per una manciata di nazioni può arrecare danni enormi all’intero ecosistema terrestre. Se il trend attuale non cambierà, avverte l’agenzia, la temperatura media del pianeta potrebbe innalzarsi nei prossimi anni di 6 gradi centigradi, limite oltre il quale gli scienziati prevedono il caos. Un caos che rischia di non essere solo climatico e ambientale, ma anche economico e sociale. Basti pensare all’impatto delle cosiddette “migrazioni climatiche”, già in corso, che porteranno centinaia di migliaia di persone a doversi trasferire da un Paese all’altro.

    Secondo Maria van der Hoeven, direttore esecutivo della Iea, la buona notizia è però che tutto ciò sta aiutando ad alleviare un mercato che per molti anni è stato in difficoltà: “La tecnologia che sblocca la miniera d’oro [del gas da scisti, ndr] in posti come il North Dakota è e sarà applicata altrove, portando a un ampio riesame delle riserve”, ha affermato presso il Summit londinese del gigante petrolifero Platts. Ma così come le aziende dovranno ripensare le loro strategie, “le economie emergenti diventeranno le protagoniste del settore della raffinazione e della domanda”, aggiunge van der Hoeven. Ma puntualizza: “Non tutte saranno vincitrici”. E a quanto pare non lo sarà neppure l’ambiente.

    Andrea Bertaglio

    Fonte: La Stampa

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Discussion One Response

  1. 19 ottobre 2013 alle 00:16

    Assurdo: la tecnologia per estrarre gas e petrolio da scisti (fracking) è dannosissima per l’ambiente e pericolosa. Dov’è la buona notizia?

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