• 25gen

    L’età della crescita è finita

    La crisi pare infinita, e anche l’ex Segretario Usa al Tesoro parla di “Grande stagnazione”.
    La proposta degli economisti ortodossi resta quella di promuovere la ripresa della crescita imponendo
    investimenti in tecnologia -come i Google Glass-, non necessariamente produttivi. Una sorta di “keynesismo
    terminale” che non tiene conto dei limiti del Pianeta. Il commento di Mauro Bonaiuti
    Il 14 novembre scorso – davanti alla platea degli esperti del del Fondo Monetario Internazionale,
    riunito per la sua 14 riunione annuale, – Larry Summers, uno dei più scaltri e influenti economisti
    americani, ex Segretario del Tesoro, ha pronunciato un discorso per molti versi eccezionale in cui, per la
    prima volta in contesto ufficiale, si è parlato esplicitamente di “stagnazione secolare” o come qualcuno l’ha
    ribattezzata di “Grande stagnazione”: a cinque anni dalla Grande Recessione – dice Summers – nonostante il
    panico si sia dissolto e i mercati finanziari abbiano ripreso a salire, non c’è alcuna evidenza di una ripresa
    della crescita in Occidente. Il discorso di Summers è stato ripreso da varie testate economiche (Financial
    Times, Forbs, e in Italia da Micromega e la Repubblica) oltre che dal premio Nobel Paul Krugman, che già
    da qualche tempo andava sostenendo tesi assai simili dal suo blog sul New York Times.
    Nonostante il discorso di Summers e la conferma di Krugman abbiano ovviamente provocato molte reazioni,
    le loro affermazioni non hanno ricevuto sostanziali smentite, soprattutto da parte dei responsabili delle
    istituzioni economiche americane e occidentali. Insomma, la notizia è ufficiale: l’età della crescita potrebbe
    essere davvero finita e parlarne non è più eresia. Come ex-eretico, dunque, sento l’urgenza di intervenire su
    un tema che avevo anticipato nel mio ultimo libro La grande transizione seppure partendo da premesse
    molto diverse da quelle di Summers e Krugman.
    L’analisi del problema
    Chiariamo per cominciare come Summers e Krugman giungono alle loro conclusioni. Va detto innanzitutto
    che, nonostante qualche cenno al rallentamento dell’innovazione e della crescita demografica, le ragioni
    profonde del declino delle economie occidentali avanzate restano sullo sfondo. Il punto di partenza di
    Summers è pragmatico. Poichè i flussi finanziari rappresentano ormai le interconnessioni indispensabili al
    funzionamento del sistema economico, il collasso della finanza del 2007 ha comportato una sostanziale
    paralisi del sistema. È un po come se, argomenta Summers, in un sistema urbano venisse d’improvviso a
    mancare l’80% della corrente elettrica. Tutte le attività ne risulterebbero paralizzate. Quando tuttavia la
    corrente elettrica viene ripristinata, ci si aspetterebbe un ripresa dell’attività economica su livelli maggiori di
    quelli anteriori alla crisi: questa ripresa non c’è stata. Come si spiega questa ripresa deludente? Secondo
    Summers e Krugman, le trasformazioni strutturali del sistema hanno portato il tasso di interesse naturale,
    cioè il tasso che mantiene in equilibrio i mercati finanziari e garantisce condizioni prossime alla piena
    occupazione, a divenire stabilmente negativo. Per quanto incredibile possa sembrare, i due grandi
    economisti ci stanno dicendo che, per convincere le imprese ad investire in misura sufficiente da garantire la
    piena occupazione, bisognerà non solo offrire loro denaro a costo zero, ma addirittura far sì che possano
    renderne meno di quanto è stato prestato.
    In altre parole, dunque, Summers e Krugman ci stanno dicendo che le condizioni strutturali del sistema
    economico sono tali per cui le imprese si aspettano mediamente che il valore di ciò che viene prodotto e
    venduto sia inferiore al costo di produzione (una volta dedotto una sorta di profitto normale). Naturalmente
    questo potrebbe sembrare un problema innanzitutto delle imprese, se non fosse che viviamo ormai in una
    “società di mercato” e dunque i redditi nelle loro diverse forme, e con essi la nostra vita materiale in quasi
    ogni sua forma, dipendono ormai interamente dalla possibilità che la macchina economica continui a girare.
    La tentazione tecnocratica
    Anche il non economista potrà a questo punto intuire che qualcosa di potenzialmente molto pericoloso si
    intravede in questa rappresentazione del prossimo futuro. La possibilità di realizzare investimenti profittevoli
    è infatti la molla fondamentale dell’attività capitalistica e dire che per convincere gli imprenditori ad investire
    sarà necessario offrire loro tassi di interesse negativi, sostenendo inoltre che questo non è uno spiacevole e
    temporaneo inconveniente ma “un inibitore sistemico dell’attività economica”, significa riconoscere
    implicitamente che il capitalismo è ormai un sistema entrato nel reparto geriatrico e che per mantenerlo
    attivo è necessario offrirgli dosi di droga finanziaria almeno costanti (ma di fatto crescenti).
    Su questo ultimo punto Krugman è esplicito: “Ora sappiamo che l’espansione del 2003-2007 era sostenuta
    da una bolla speculativa. Lo stesso si può dire della crescita della fine degli anni ’90 (legata alla bolla della
    new-economy). Nello stesso modo anche la crescita degli ultimi anni dell’Amministrazione Reagan fu guidata
    da una ampia bolla nel mercato immobiliare privato”. La conclusione è chiara: “no buble no growth” cioè
    senza speculazione finanziaria non c’è più crescita, e lo stesso Summers avverte che i provvedimenti presi
    per regolamentare i mercati finanziari potrebbero essere controproduttivi, rendendo ancora più alti i costi di
    finanziamento per le imprese.
    Naturalmente Krugman e Summers si guardano bene dal trarre conclusioni pessimistiche sulla salute di
    lungo termine del capitalismo, come evitano con cura di allargare l’analisi sulle cause del malessere
    economico fino a comprendere tutti quei costi sociali ed ambientali che non rientrano nel calcolo degli
    indicatori economici tradizionali. Tuttavia, anche limitando l’analisi a questi aspetti economici, lo scenario
    presentato è estremante serio e foriero di conseguenze. Questo quadro si chiarisce ulteriormente
    analizzando le proposte di intervento pensate dai due economisti, che indicano come sarebbe
    concretamente possibile rianimare un’economia nelle nuove condizioni di tasso di interesse naturale
    stabilmente negativo. La prima proposta suona come una revisione in salsa tecnocratica dei
    tradizionali incentivi keynesiani alla spesa. Secondo Krugman si potrebbe decidere, ad esempio, di dotare
    tutti gli impiegati di Google Glass (una sorta di occhiale multimediale) e altri strumenti che consentono
    di essere perennemente connessi ad internet. Anche se poi ci si accorgesse che si tratta di una spesa
    inutile, questa decisione politica sarebbe comunque positiva in quanto costringerebbe le imprese ad
    investire… Ovviamente sarebbero preferibili spese “produttive”, ma nello scenario attuale non si può andare
    tanto per il sottile: anche spese improduttive sono meglio di niente.
    Ma questo evidentemente non può bastare. Di fronte a un tasso di interesse naturale stabilmente negativo
    occorre spingersi oltre. Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario,
    eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti
    questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la
    moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito,
    appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso
    di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza
    infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo)
    consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti.
    Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi
    risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e
    surrettizio. Se queste sono le idee che sorgono alla “coscienza di un liberale” (per riprendere il titolo della
    rubrica di Krugman) per far fronte all’incapacità ormaicronica del capitalismo di crescere, non è difficile
    immaginare cosa, a partire dalla stessa lettura della realtà, potrebbe venire in mente a chi, per tradizione, ha
    sempre auspicato risposte tecnocratiche e autoritarie alle crisi del capitalismo. E’ evidente che, una volta
    imbracciata questa logica, tutto si giustifica, e anche le normali libertà, come quella di decidere come e dove
    impiegare i propri risparmi, divengono sacrificabili sull’altare di qualche punto percentuale di PIL. La
    prospettiva è chiara: tutti, volenti o nolenti, credendoci o meno, si dovrà partecipare al nutrimento forzoso –
    per via finanziaria – della macchina capitalista. Quanto detto è sufficiente a capire su quale sentiero si
    potrebbe incamminare il “riformismo post-keynesiano” (con l’appoggio degli ex neoliberisti alla Summers)
    nell’era dei rendimenti decrescenti. Il tutto è tanto più serio in quanto ci troviamo di fronte non ad una crisi
    congiunturale, per quanto grave, ma ad un processo di rallentamento strutturale e, sopratutto, progressivo. E
    qui veniamo al secondo punto fondamentale.
    Rendimenti decrescenti e l’impossibile ritorno al passato
    Anche se si decidesse che il funzionamento della macchina economica è l’interesse supremo cui tutto è
    sacrificabile, dove ci porterebbe questa scelta? Cosa dire della base materiale ed energetica su cui fondare
    il rilancio della crescita? Su questo naturalmente i due economisti non spendono una sola parola. Perché è
    evidente che per quanto affidato alla finanza, un ritorno della crescita significa nuove risorse naturali da
    utilizzare, prodotti da vendere per poi gettare rapidamente, tutto per tenere in movimento – da una bolla
    speculativa all’altra – la macchina economica globale. Qui si evidenzia la differenza incolmabile tra
    il keynesismo terminale di Krugman e il rilancio del sistema industriale immaginato (peraltro con ben altre
    finalità) negli anni Trenta da Keynes. Quello che gli economisti tardo keynesiani sembrano non capire è
    quanto il contesto sia completamente mutato rispetto all’età della crescita: dove possiamo oggi costruire
    case o infrastrutture per rilanciare occupazione e consumi, dove trovare nuove risorse energetiche e materie
    prime a buon mercato, come creare nuovi consumatori offrendo loro modelli di vita capaci di trasformare in
    pochi anni intere società? Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta
    anni in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli
    investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la
    riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese
    agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di
    una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata
    sostanzialmente sui servizi. E sopratutto, cosa che manca completamente nell’analisi di Summers e
    Krugman, si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.
    I rendimenti decrescenti, inoltre, non comportano solo una riduzione dei rendimenti dell’attività economica
    quanto, piuttosto, un generale aumento del malessere sociale, e questo a causa dell’aumento di svariati
    costi, di natura sociale ed ambientale, legati sopratutto alla crescente complessità della megamacchina
    tecnoeconomica, che ricadono come “esternalità” sulle famiglie e sulle comunità e che non rientrano nel
    calcolo degli indici economici. Occorrerà dunque ragionare in termini ben più ampi, non solo in termini di PIL,
    ma della capacità delle politiche di generare benessere e occupazione stabili (e in condizioni di sostenibilità
    ecologica e non solo economica). In conclusione, benché sia un fatto di per sé eccezionale che i sostenitori
    dello status quo (sia di ispirazione neoliberista che keynesiana) siano disposti ad ammettere,
    pragmaticamente, la “fine della crescita”, questi non sono disposti a riconoscere che le loro proposte per
    tenere in vita il sistema sono ormai entrate in rotta di collisione con la libertà democratica (oltre che, da
    tempo, con la sostenibilità ecologica). Il passaggio non traumatico dalla “grande stagnazione” ad una società
    sostenibile richiede un ripensamento ben più profondo e radicale dei valori e delle regole di funzionamento
    della nostra società, una “grande transizione” che si lasci alle spalle questo modello economico e i problemi
    – sociali, ecologici, economici – creati dall’ineliminabile dipendenza del capitalismo dalla crescita.

    Mauro Bonaiuti

    fonte: Altraeconimia.it

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