• 21mar

    Riutilizzare e riusare piace agli italiani

    Se la riduzione dei rifiuti sta diventando sempre più un urgenza e una sfida obbligata, il riciclo e riutilizzo dei materiali si trasforma in opportunità. Come indica chiaramente anche l’Unione europea, che ormai da tempo inserisce il riuso dei materiali all’interno delle direttive in materia di rifiuti e nei piani nazionali di prevenzione.

    Parliamo di una realtà che ha sempre più seguito in Italia. Secondo il Rapporto stilato dal centro studi Occhio del riciclone, con il patrocinio morale del ministero dell’Ambiente, nel 2013 il 48% degli italiani sono ricorsi al mercato dell’usato, il 41% dichiara di volerlo fare. La crisi economica ha sicuramente sviluppato un nuovo stile di vita rivolto quindi al riutilizzo dei materiali che, tempo fa, sarebbero stati destinati alle discariche, ma come dichiarano studiosi e sociologi che hanno partecipato alla stesura del rapporto, è una prassi destinata a consolidarsi e crescere.

    Per la prima volta sono stati misurati, con metodo scientifico (da Odr e Mercatino Srl) peso e impatti ambientali del riutilizzo degli operatori dell’usato. Come indicato nel rapporto, su 210 negozi conto terzi presi a campione, risulta una media di beni avviati a riutilizzo pari a cento tonnellate all’anno, che corrispondo a 475 tonnellate di CO2 equivalente non immesse. Un grosso beneficio per l’ambiente se si pensa che ne esistono circa 4mila, con un recupero di migliaia di tonnellate di rifiuti ogni anno. Ma non solo. Sono più di 3mila gli esercizi commerciali che operano nel mercato dell’usato (leader la Lombardia con 517 imprese attive, seguita da Lazio e Toscana), con l’impiego di circa 80mila persone. Un indotto che però si conosce solo parzialmente a causa dei limiti imposti dalle leggi, soprattutto locali, “che mantengono il 70% degli operatori nel sommerso e non tiene conto degli ambulanti professionisti”, evidenzia Antonio Conti della rete Onu (Rete nazionale operatori dell’usato). Ecco che il mercato dell’usato diventa importante anche per il tessuto socio economico. Opportunità lavorativa anche per precari e cassaintegrati che a Milano e Roma, in particolare, ha visto la nascita di cooperative all’interno di fabbriche dismesse e poi riconvertite, dove si lavora per il recupero soprattutto di elettrodomestici da rimettere nel mercato (la Maflow di Trezzano sul Naviglio e Officine Zero di Casalbertone nella Capitale).

    “Servono però semplificazioni normative”, sottolinea Conti, incalzato anche dal presidente di Federambiente, Gianluca Cencia. Insieme stanno avviando delle sperimentazioni che colleghino proprio il mondo delle imprese che operano con rifiuti, e la Rete Onu. “Per ora siamo riusciti ad organizzare delle giornate dell’usato che hanno riscosso molto successo – dice Cencia -, ma per il 2014 dobbiamo fare di più”. Creare quindi una vera e propria rete che tolga a tutti gli effetti i materiali che possono essere destinati al riciclo, dal possibile conferimento in discarica, e destinarlo all’approvvigionamento degli operatori dell’usato. Torino su questo si è dimostrata all’avanguardia. Da anni infatti ha istituito le Aree di libero scambio non professionale dell’usato, avviando una sperimentazione interessante, ma destinata a crescere offrendo opportunità anche per i soggetti ormai fuori dal mercato del lavoro.

    E l’esperienza del capoluogo piemontese, regolato con una delibera comunale, potrebbe fungere da apripista per gli altri comuni d’Italia che decidano di sostenere il riutilizzo e l’usato, come chiesto dall’Ue che lo inserisce nei piani nazionali di prevenzione dei rifiuti. Precisamente nell’art.3 della direttiva CE 98/2008.

    La Rete è riuscita instaurare un tavolo di lavoro con il ministero dell’Ambiente per la promulgazione di una legge che regolamenti l’intero settore con le sue molteplici sfaccettature e potenzialità, “ma i passi da compiere sono ancora tanti – continua Conti – e, in particolare, aspettiamo che la preparazione al riutilizzo sia regolamentata dai decreti ministeriali annunciati dalla legge 205 del 2010”. L’obbiettivo è quello di instaurare un consorzio “che possa facilitare la diffusione di una mentalità, stili di vita e politiche più eco sostenibili”, conclude Conti.

    Veronica Altimari

    Fonte: La Stampa

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  1. 24 marzo 2014 alle 07:28

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