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    Delfina e Totò e la buona politica

    Napoli, 13 settembre 2014

     

    Cara Delfina,

    martedì scorso, 9 settembre, si è squarciato un velo davanti a nostri occhi e abbiamo scoperto una  verità amara, una tremenda verità che nessuno di noi avrebbe mai voluto sentire, lo sbruffoncello per primo: gli italiani vanno a puttane meno del previsto, si drogano troppo poco e non comprano abbastanza sigarette e superalcolici di contrabbando. Forse ne comprano meno che in passato anche legalmente, perché purtroppo certi vizi stanno diminuendo. E così non ci sarà nessuna ripartenza col botto, come aveva annunciato, come al solito sottotono, l’arrogante tiradritto, perché gli introiti di quelle attività che ci si ostina, non so con quali motivazioni, a definire ancora illegali, hanno fatto crescere il pil così poco che il rapporto col deficit è diminuito di appena lo 0,2 per cento, scendendo dal 3,7 al 3,5. Non abbastanza per consentire al governo di indebitarsi ulteriormente con l’illusione di dare una spinta alla crescita dell’economia. Veramente già il 23 giugno i gufi annidati nell’ufficio studi della Banca d’Italia avevano avvertito che non bisognava farsi troppe illusioni. Uccellacci del malaugurio. Tutta colpa loro se il botto non c’è stato? Però, benedetto ragazzo, avresti anche potuto immaginarlo che le perdite, specie del potere e del cavalierato, causano depressione e la depressione può ridimensionare drasticamente la domanda di servizi della prostituzione. E avresti dovuto far capire con discrezione alle forze dell’ordine che ogni partita di droga sequestrata sarebbe stato un colpo inferto alla crescita e una stilettata al tuo cuore generoso.

    Come se non bastasse, i dati sull’andamento del pil nel terzo trimestre di quest’anno indicano che «balliamo intorno allo zero», ha detto lo spaccamonti davanti a un piatto di tortellini, nel salotto di Porta a Porta (da quando si serve la cena in salotto e non in sala da pranzo o, più modestamente, in cucina come facciamo noi?). E anche se pensa positivo, ha ammesso di non essere ottimista, perché «i dati macroeconomici ancora nel 2014 non saranno entusiasmanti» e il pil si ridurrà dello 0,2 per cento. Ma ha aggiunto che «l’Italia ha fatto -2,4 nel 2012 e -1,9 nel 2013», per cui «abbiamo frenato la caduta». Si è vantato di essere riuscito a frenare, anche se aveva sbandierato ai quattro venti che avrebbe schiacciato il pedale dell’acceleratore, ma ha aggiunto: «l’anno prossimo cresciamo, a patto di mettere le risorse di Draghi su cose concrete». Vorrei vedere che le mettesse su cose astratte. Dai, un po’ di lucidità. Ma sarebbe opportuno che ci spiegasse quali siano queste cose concrete e quali le taumaturgiche risorse di Draghi.

    Insomma, prima ci ha detto che saremmo ripartiti col botto, poi il botto è diventato un tonfo, cioè le previsioni di crescita che erano state fatte non si sono verificate e il pil è diminuito ancora una volta,  ora pretende di rassicurarci dicendo che le previsioni attuali indicano che l’anno prossimo crescerà. Pensa di essere originale? Crede di essere il primo a dirlo? Quante volte l’abbiamo sentita sta storia da quando è iniziata la crisi sette anni fa? Da allora Berlusconi, Monti e Letta, la Banca d’Italia e l’Istat, l’Unione Europea e la Banca Europea, l’Ocse e il Fondo Monetario Internazionale, ce l’hanno ripetuta a raffica e ogni volta che hanno annunciato la ripresa, il pil è diminuito. Non che la cosa sia di per sé negativa. Pensa se la crescita diminuisse perché la smettiamo di buttare un terzo del cibo, di sprecare i due terzi dell’energia, o di produrre armi. Sarebbe una decrescita selettiva e controllata che migliora la qualità della vita. Non è questa, purtroppo, la situazione che stiamo vivendo, perché sta diminuendo la produzione di tutto in maniera incontrollata e aumenta la disoccupazione. Una situazione così gli economisti non l’hanno mai chiamata decrescita, ma recessione. E sta volta non sanno come venirne fuori. Quando annunciano che la crescita sta per ripartire, e lo fanno con una frequenza nevrotica, lo dicono perché ci sono peggioramenti in corso e pensano in questo modo di tranquillizzare l’opinione pubblica. Ogni volta che sentiamo ripetere questa giaculatoria bisogna fare gli scongiuri e pregare il Padreterno. L’ho documentato ritagliando da tre anni gli articoli di giornale sulla crisi. Non l’ho fatto quando il primo ministro era Berlusconi perché sarebbe stato come impegnarsi a dimostrare che la neve è bianca. Ho iniziato con Monti perché veniva presentato da tutti come un tecnico preparato e una persona sobria. Uno di cui ci si poteva fidare. Ma quando ad aprile del 2012 è andato dai cinesi e dagli indiani a raccontare che la crisi in Italia era finita e avevamo cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel, ho capito che anche la sua faccia era una maschera della commedia dell’arte, come quella di chi lo aveva preceduto e di chi l’avrebbe seguito. Nei giorni seguenti, come volevasi dimostrare, tutti i fondamentali dell’economia sono peggiorati. In una prossima lettera ti spedirò una Breve storia del governo guidato dal sagace Mario Monti, prima nominato senatore a vita e subito dopo incaricato di formare l’esecutivo, dal perspicace Giorgio Napolitano. A seguire farò altrettanto col governo del vivace Enrico Letta e del capace Matteo Renzi.

    Ma un volto umano e un animo schietto, che so, come quelli di padre Zanotelli o di Gino Strada, in politica non ci capitano mai, nemmeno per caso?

    Ora ti saluto perché s’è fatto tardi e devo andare alla riunione del nostro gruppo d’acquisto solidale Ifriarielli. Però, quanto mi piacerebbe avere un orto come quello che avete voi, uscire dalla porta di casa e andarmi a raccogliere la verdura da mettere in tavola. Mangiare sano senza far crescere il pil. E non pagarci l’Iva senza evadere le tasse!

    Un abbraccio a te, Battista e i ragazzi

    dal vostro Totò con Filomena e Gennarino

     

    P. S. Ho avuto dei contrattempi che mi hanno impedito di spedire subito la lettera, così faccio in tempo ad aggiungere qualche riflessione sulle previsioni aggiornate delle prospettive economiche dei paesi europei, rese pubbliche ieri, 15 settembre, dall’Ocse. Non «balliamo intorno allo zero», come ha minimizzato il  piè veloce, che in un attimo ha trasformato in mille i cento giorni di cui ha bisogno per rivoltare l’Italia come un calzino, ma intorno al -0,4 per cento. Il 2014 sarà il terzo anno consecutivo di recessione. Se tieni conto che a maggio le previsioni elaborate dallo stesso istituto indicavano per l’Italia una crescita dello 0,5 per cento, l’arretramento complessivo previsto è stato dello 0,9 per cento in quattro mesi. Non male per uno che va di corsa. Chissà, probabilmente è un gambero da corsa. Ma niente paura, il suo ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ci ha rassicurati subito, dicendo a Porta a Porta che «il pil risalirà già dall’anno prossimo e in misura crescente negli anni successivi». Dopo averlo sentito sono andato a guardare i miei ritagli di giornale e ho visto che il 30 aprile 2012, quando era capo economista dell’Ocse, mentre tutti i fondamentali dell’economia andavano giù, aveva dichiarato alla stampa: «il momento peggiore sembra superato». E in effetti il pil quell’anno diminuì del 2,4 per cento. Domattina andrò subito a comprare una sfilza di cornetti, perché quello, come tutti i suoi colleghi economisti che ci hanno governato in questi ultimi anni, porta sfiga.

    Se penso che alle elezioni europee il partito dello spocchioso arrogante ha avuto il 41 per cento dei voti espressi dai votanti, che sono stati il 58,68 per cento degli aventi diritto al voto, quindi in realtà è stato votato dal 24 per cento degli elettori, ne deduco che:

    1. in Italia il numero dei creduloni, ma creduloni creduloni a cui anche il guitto più sgarrupato   riesce a far credere di tutto, è molto alto;
    2. per fortuna c’è anche un numero non trascurabile di non creduloni: probabilmente la maggior parte del 5,30 per cento dei votanti che hanno annullato la scheda o votato scheda bianca, più una parte, che non so quantificare, del 41,32 per cento che non è andato a votare;
    3. i non creduloni non si sentono rappresentati politicamente da nessuno dei partiti esistenti.

       

       

     

     

     

     

     

     

     

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