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    Totò Delfina e i posti di lavoro di Padoan

    Napoli, 19 ottobre 2014

     

    Cara Delfina,

    guai in vista. Il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, presentando oggi in un’intervista televisiva la legge di stabilità appena approvata dal governo, ha dichiarato: «immaginiamo 800.000 posti di lavoro in tre anni, ma potremmo anche sbagliarci per difetto». Appena ho letto sul Fatto Quotidiano questa frase mi è venuto spontaneo dire a voce alta: «Aglio, fravaglio, fattura ca nun quaglio, corna, bicorna, capa r’alice e capa r’aglio». Poi sono andato in bagno e ho sputacchiato tre volte dentro il water facendo con tutte e due le mani tre volte le corna con le dita rivolte all’ingiù. Gennarino mi ha guardato con gli occhi sbarrati e mi ha detto: «Papà ti senti bene?». «No – gli ho risposto – quando i governi le sparano così grosse c’è solo da aspettarsi che la situazione economica stia peggiorando e bisogna fare subito gli scongiuri». Non mi è sembrato convinto della risposta e se n’è andato nella sua cameretta sua scuotendo la testa.

    Già l’8 aprile, nel Documento di Economia e Finanza, il ministro aveva previsto un incremento del Pil dello 0,8 per cento e il presidente del Consiglio aveva chiosato con aria sorniona che sperava di essere smentito in positivo. Appena cinque settimane dopo i dati Istat documentavano che se l’erano immaginato anche quella volta perché, proprio mentre  stavano sproloquiando in conferenza stampa con tanto di slides, il Pil nel primo trimestre dell’anno era diminuito dello 0,1 per cento. E due mesi dopo le previsioni indicavano che si sarebbe ridotto dello 0,4 per cento alla fine dell’anno. A me uno spiritello maligno dice che sarà di più. Forse il gatto e la volpe non ricordano di aver appena scritto, nell’aggiornamento al Documento di Economia e Finanza, che le previsioni di crescita formulate per l’anno successivo dai governi che si sono succeduti dal 2006 al 2013 sono risultate sovrastimate in media del 2,2 per cento. Forse non ricordano nemmeno che il primo a promettere il «dimezzamento del tasso di disoccupazione con la creazione di almeno un milione e mezzo di posti di lavoro» era stato Silvio Berlusconi, che l’aveva sottoscritto firmando nello studio di un presentatore televisivo un contratto con gli italiani, l’8 maggio 2001, cinque giorni prima delle elezioni politiche. I risultati di quella sparata li abbiamo sotto gli occhi. In fin dei conti loro si sono modestamente limitati a dimezzare l’aumento dell’occupazione che immaginano di ottenere.

    Il più modesto di tutti è stato il vivace Enrico Letta, che si è accontentato di immaginare 200 mila assunzioni di giovani in un anno, investendo 800 milioni euro in detrazioni fiscali alle aziende che li avessero assunti. A consuntivo le assunzioni a tempo indeterminato sono state 22 mila, poco più di 1/10 del previsto. Ci siamo già dati la spiegazione di questo fallimento. Le aziende assumono solo se ricevono ordini che non possono evadere con i dipendenti in organico. Ma se non hanno ordini, non assumono anche se lo Stato riduce le tasse sul lavoro. E una riduzione delle tasse non aumenta la domanda complessiva, perché riduce certamente la domanda pubblica, ma solo probabilmente fa crescere la domanda privata. Per far aumentare l’occupazione occorre una politica industriale che indirizzi gli investimenti nei settori dove ci sono cose utili da fare che non si fanno: la riduzione degli sprechi di energia, la riduzione dei rifiuti, il risanamento idrogeologico, la tutela ambientale. Soltanto le attività che riducono la crisi ecologica consentono di superare la crisi economica, perché la riduzione degli sprechi e la prevenzione dei danni, oltre a essere utili in sé, fanno risparmiare dei soldi e con i soldi che si risparmiano si ammortizzano gli investimenti necessari a ridurre gli sprechi e a prevenire i danni, senza accrescere i debiti pubblici e/o privati. Questo è l’unico circolo virtuoso che si può avviare oggi nei paesi industriali avanzati.

    Quando ero bambino, se facevo degli errori mia mamma mi diceva «Sbagliando s’impara». Si vede che le mamme del gatto e della volpe non hanno insegnato la stessa cosa ai loro figli, perché come credi che abbiano immaginato gli 800.000 posti di lavoro in tre anni? Nello stesso modo in cui li ha

    immaginati Enrico Letta: riducendo le tasse agli imprenditori che assumono. Il 13 ottobre la volpe, intervenendo all’assemblea della Confindustria di Bergamo ha dichiarato che nella legge di stabilità ci saranno: «incentivi che permetteranno per un triennio di non pagare contributi a chi fa assunzioni a tempo indeterminato». E ha specificato: «Togliamo per i nuovi assunti l’articolo 18 e togliamo il peso fiscale per i primi tre anni. […] Tutti parlano dell’articolo 18. Invece 18 sono i miliardi che taglieremo come tasse tra la legge di Stabilità per il 2014 e quella per il 2015. Di questi 18 miliardi, 10 andranno a finanziare in modo stabile il bonus degli 80 euro, mezzo miliardo in detrazioni fiscali per le famiglie, e il resto andrà in due misure: incentivi che permetteranno per un triennio di non pagare contributi per chi fa assunzioni a tempo indeterminato» e il resto per la riduzione dell’Irap, da cui verrà abolita la componente lavoro, che vale circa 6,5 miliardi di euro. Dopo aver precisato che questa è la più grande riduzione delle tasse mai fatta in Italia, ha detto agli imprenditori: «Ora non avete più alibi».

    Io ho tanto l’impressione che anche stavolta la riduzione delle tasse alle imprese con la motivazione di favorire gli investimenti sia l’alibi per effettuare un trasferimento di denaro dai redditi più bassi a quelli più alti. E che l’abolizione dell’articolo 18 con la motivazione di accrescere la competitività delle imprese italiane nei confronti dei paesi dove il costo del lavoro è più basso, sia un altro alibi per dare più potere agli imprenditori sui loro dipendenti, perché comunque non basterebbe a rendere il costo del lavoro in Italia concorrenziale col costo del lavoro nei paesi dell’Europa dell’est e della Cina, se sono vere le cifre fornite dal capo del personale della Volkswagen nell’intervista che tu hai riportato nella tua ultima lettera. Lo dimostra l’entusiasmo con cui il presidente di Confindustria ha accolto queste misure senza pronunciarsi sulle prospettive di un incremento dell’occupazione. Che anche Bankitalia non vede, come ha dichiarato il vicedirettore generale dell’Istituto, Luigi Federico Signorini, in una audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, poiché le previsioni del governo, pur essendo dal suo punto di vista sostanzialmente condivisibili, presuppongono un punto di svolta imminente nell’attività di investimento che però «non appare scontato alla luce della persistente debolezza degli indicatori di fiducia delle imprese».

    Quanto alle possibilità di una crescita della domanda, la deflazione sta peggiorando. Secondo i dati Istat a settembre l’inflazione è diminuita  dello 0,4 per cento su base mensile e dello 0,2 per cento su base annua. Più di quanto indicassero stime provvisorie. Tutto lascia prevedere che anche stavolta le rassicurazioni sull’aumento dell’occupazione servano a ritardare la percezione di un peggioramento in atto. Come faccio a spiegarglielo a Gennarino che non sono ascito pazzo se mi sono messo a fare gli scongiuri? Mala tempora currunt.

    Sono sempre più convinto che tu e la tua famiglia abbiate fatto la scelta giusta. Vivere lontano dalle città, dipendere il meno possibile dal denaro, autoprodurre, acquistare direttamente dai produttori, acquistare oggetti prodotti col più basso impatto ambientale, non seguire le mode, ridurre i consumi energetici eliminando gli sprechi, creare legami comunitari, non comprare il televisore o buttarlo se si ha, vivere con lentezza, oziare, preferire la bellezza all’utilità. Il vostro è il vero edonismo.

    Un abbraccio

    Totò

     

     

     

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