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    Totò Delfina e la lettera speciale al governo Renzi su economia e TFR

    Pubblichiamo di seguito una nuova corrispondenza tra Delfina e Totò su temi di scottante attualità. Per questa nuova corrispondenza siamo stati un pò più lunghi perché abbiamo pensato di far seguire un dettagliato documento sulla situazione economica attuale. Documento anche questo curato da Maurizio Pallante – che scrive anche le corrispondenze. Preghiamo pertanto, tutti coloro che leggeranno, di conservare questa lettera speciale e di approfondirla e di diffonderla il più possibile.

    Napoli, 4 ottobre 2014

    Cara Delfina,

    la revisione al Documento di Economia e Finanza presentata alla fine di settembre dal premier Renzi e dal suo Ministro del Tesoro, l’economista con curriculum internazionale Pier Carlo Padoan, contiene un’ammissione che potrebbe sembrare clamorosa, anche se in realtà è solo una conferma di quanto ogni persona normodotata aveva già ripetutamente constatato: tra il 2006 e il 2013 le previsioni di crescita formulate dal Ministero del Tesoro per l’anno successivo a quello in corso sono state sempre sovrastimate, e non di poco: in media del 2,2 per cento. Più di quanto non siano state sopravvalutate nello stesso periodo da tutti gli altri istituti di ricerca, nazionali e internazionali, che auscultano ansiosamente ogni minimo battito cardiaco del sistema economico: Bankitalia, Istat, Confindustria, Ocse e chi più ne ha più ne metta. Come mai? Tre sono le interpretazioni possibili.

    La prima è che gli economisti e gli statistici siano incompetenti. Tutti e totalmente incompetenti. Oddio, le loro facce non sono delle più sveglie. Più che facce sembrano maschere della commedia dell’arte. Ma resta il sospetto che a Roma si esprime con la domanda: “ce fai o ce sei”? Se “ce sei”, è meglio che ti limiti a fare danni a casa tua, ma se non arrivi a capirlo da solo dovrebbe esserci qualcuno incaricato di accompagnarti con dolcezza, ma con fermezza alla porta. Macché. Li fanno girare da un’istituzione all’altra, a fare le stesse diagnosi sbagliate e a prescrivere le stesse terapie sbagliate con un cappello diverso.

    Se, invece, “ce fai”, stai consapevolmente imbrogliando la popolazione per far credere che le tue terapie per curare la crisi siano efficaci e stiano dando risultati positivi, che l’economia riparte, anzi è già ripartita e si vede la luce in fondo al tunnel, per cui vi abbiamo fatti neri, continuiamo a farvi neri, però le previsioni dimostrano che ne valeva la pena (vostra). Guido Tabellini, l’ex rettore della Bocconi, la principale fucina in cui li plasmano in Italia prima di completare la cottura negli Stati Uniti, assunto come consulente dall’attuale premier, l’ha detto con chiarezza il 17 agosto: bisogna

    abbassare i salari anche sotto i minimi contrattuali e abbassare le tasse alle imprese, che potranno così diventare più competitive a livello internazionale. Togliere i soldi ai poveri per darli ai ricchi, per consentire ai ricchi di diventare più ricchi vendendo all’estero i loro prodotti, per cui chi se ne frega se in conseguenza della diminuzione dei salari venderanno di meno sul mercato interno. In pratica, bisogna abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per eliminare le norme che tutelano dai licenziamenti senza giusta causa e incentivare le aziende multinazionali a fare investimenti in Italia, andando in giro per il mondo a raccontare che il nostro paese ha cambiato verso, i sindacati non contano più e la crescita finalmente sta ripartendo, come documentano tutte le previsioni. E invece no. Anche questa volta non è ripartita, ma sta ripartendo e si vede la luce in fondo al tunnel, come documentano tutte le previsioni. La stessa solfa ripetuta senza variazioni per otto anni di seguito, durante i quali sono cambiate solo le maschere della commedia dell’arte che la ripetevano con le stesse parole. In confronto Pulcinella e Arlecchino sono dei dilettanti.

    Naturalmente si può prendere in considerazione una terza ipotesi, quella del mix tra il “ce sei” e il “ce fai”. In questo caso, dal momento che è osservabile una costante coincidenza temporale tra gli annunci delle previsioni di crescita e l’aggravamento di tutti i fattori di crisi (diminuzione del Pil e della produzione industriale, aumento del tasso di disoccupazione generale e giovanile, aumento dello spread tra i buoni del tesoro italiani e i bund tedeschi, crollo della Borsa, diminuzione della vendita di automobili), si può ragionevolmente dedurre che i “previsori”, ovvero gli economisti, gli statistici, i ministri del Tesoro, i ministri del Lavoro, i primi ministri e, più in generale, i governi che si sono succeduti dal 2006 a oggi, portino sfiga, per cui ogni volta che quelli in carica parlano, non ci resta che pregare San Gennaro e prendere in mano un cornetto.

    Dopo otto anni di questa solfa, finalmente è arrivato l’outing: abbiamo sempre sopravvalutato le previsioni. Forse cominciano a rendersi conto che la loro credibilità è arrivata al livello di quel ragazzo che a forza di burlare i vicini gridando “al lupo!, al lupo!” quando il lupo non c’era, non fu creduto quando lo gridò perché c’era davvero e fu lasciato da solo col lupo che lo sbranava. O forse cominciano a rendersi conto che le misure tradizionali di politica economica, le uniche che riescono a concepire, non sono in grado di rilanciare la crescita, l’unica prospettiva che rientra nel loro breve orizzonte mentale. A non capirlo è rimasto solo lo spianatutti, che non essendosi accorto del 41 per cento degli elettori che non è andato a votare, confonde il 41 per cento dei votanti per lui col 41 per cento gli aventi diritto al voto e col 24 per cento effettivo dei consensi si crede onnipotente. Certo, ha asfaltato i secondi, che, altrettanto convinti della propria onnipotenza, erano sicuri di arrivare primi e si sono fermati alla metà dei suoi voti. Ha asfaltato gli avversari interni, caricando sul suo carro gli opportunisti che prima erano contro di lui e lasciando a piedi in mezzo alla strada quelli che non potevano farlo. Tenterà di asfaltare i sindacati che si oppongono ai suoi tentativi di far pagare ai lavoratori i costi delle misure con cui i suoi consiglieri economici pensano di rilanciare la crescita. Ma le cause oggettive della crisi non sono così facili da asfaltare come le imbarazzanti mediocrità dei suoi concorrenti politici, più preoccupati dei propri privilegi che del bene comune. Hanno la durezza dei fatti e da otto anni resistono a tutti i tentativi di rimuoverle. Davanti al rodomonte che proclamava di abbatterle come birilli, una al mese, non hanno fatto nemmeno una piega. Le sue panzane non le hanno nemmeno scalfite. Ottanta euro in più in busta paga sotto forma di detrazione fiscale, ha proclamato con l’aria soddisfatta dell’attore protagonista che, oplà, svela un coup de theatre davanti agli spettatori attoniti aspettandosi un lungo ohhhhh. Ma se si ritrovano in busta paga sotto forma di detrazione fiscale, ammesso che vengano spesi e facciano crescere la domanda privata, di certo fanno diminuire della stessa cifra la domanda pubblica. Hai sentito fare questa banale constatazione da qualche economista, o dai suoi avversari politici? Se non l’hanno fatta loro, si poteva pensare che la facessero i beneficiari del gruzzolo a un mese dalle elezioni che lo avrebbero fatto sentire onnipotente? E sulla base di quale principio d’equità ne sono stati esclusi i percettori di un reddito annuo inferiore agli 8.000 Euro e i disoccupati? La stessa idea di equità in base alla quale dice di voler abolire le tutele che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori garantisce agli occupati a tempo indeterminato per equipararli ai precari? Non sarebbe più equo estendere ai precari le tutele degli occupati?

    Mi fermo qui, cara Delfina, perché tutto il resto che vorrei ricordarti in proposito l’ho elencato in un pro-memoria, che ti accludo, sull’andamento della crisi economica dal giorno in cui l’asfaltatore è diventato primo ministro e sugli esiti delle misure di politica economica che ha adottato con l’aiuto del suo fido scudiero al Ministero del Tesoro.

    Un abbraccio

    tuo Totò

    Breve storia della crisi durante il governo guidato dal loquace Matteo Renzi, incaricato di formare l’esecutivo dal perspicace Giorgio Napolitano.

    Il 22 febbraio 2014 entra in carica il governo guidato da Matteo Renzi.

    Il 12 marzo, dopo due giorni di votazioni, la Camera dei Deputati approva in prima lettura la nuova legge elettorale Italicum. Numerose polemiche per la sostanziale identità con il Porcellum (abnorme premio di maggioranza, elevate soglie di sbarramento, mancata introduzione delle preferenze). Il Consiglio dei Ministri vara un decreto-legge sui contratti a termine e un disegno di legge delega sul lavoro denominato Jobs Act. In conferenza stampa il presidente del Consiglio annuncia «la svolta buona»: 100 giorni di lotta durissima per cambiare, nel mese di aprile la pubblica amministrazione, nel mese di maggio il fisco, nel mese di giugno la giustizia. Annuncia inoltre una riduzione del carico fiscale di 80 euro al mese ai lavoratori dipendenti e assimilati con un reddito netto compreso tra gli 8 e i 24 mila euro all’anno.

    L’8 aprile il Consiglio dei ministri approva il relativo decreto-legge e il Documento di economia e finanza, che prevede un incremento del PIL dello 0,8 per cento nell’anno in corso (il governo Letta aveva previsto l’1 per cento) e dell’1,3 per cento nel 2015. Nonostante la crescita, si prevede anche un aumento del tasso di disoccupazione al 12,8 per cento. In conferenza stampa il premier afferma: «Questo è un documento molto serio e molto rigoroso. Credo che dobbiamo alla storia anche personale di Padoan il rispetto che si deve a previsioni che io ho definito rigorose, lui mi ha corretto con serie». E, riferendosi al fatto che la crescita presunta è inferiore rispetto alla previsione del precedente governo, aggiunge: «Spero sarò smentito in positivo. Chi tra voi immaginava di poter utilizzare questa occasione per dire ‘ma guarda i numeri sono ballerini’, si scontra con un dato di fatto. E cioè che diamo numeri seri».

    Cinque settimane dopo, 16 maggio, l’Istat comunica che nel primo trimestre dell’anno il Pil italiano è tornato a scendere, anche se di un marginale -0,1 per cento rispetto al trimestre precedente, ma del -0,5 su base annua, vanificando le aspettative su una ripresa ormai imminente. «Non mi faccio facili illusioni quando il Pil è +0,1 per cento, non mi deprimo quando, come oggi, è -0,1 per cento. Valuteremo con grande attenzione i dati Istat che sicuramente non ci fanno piacere, commenta il premier Matteo Renzi, che si dichiara in ogni caso «molto fiducioso, ottimista» sull’economia italiana, perché, ancora una volta, «i numeri sono molto incoraggianti».

    Dal 22 al 25 maggio si svolgono le elezioni europee, in cui il PD ottiene il 40,8 per cento dei voti, il doppio del risultato elettorale ottenuto dal secondo partito, il Movimento 5 stelle. Ma la percentuale dei votanti è appena del 58,68 per cento, per cui il consenso reale è del 24 per cento degli elettori.

    Il 4 giugno Confindustria rende noto che mentre i volumi della produzione industriale mondiale tra il 2000 e il 2013 sono cresciuti del 36 per cento, il nostro paese è «in netta controtendenza» con una riduzione del 25,5 per cento. Dall’inizio della crisi Sono state chiuse 100.000 aziende e si è perso un milione di posti di lavoro. Nella graduatoria dei maggiori paesi industrializzati l’Italia è stata superata dal Brasile ed è scesa dal settimo all’ottavo posto.

    Il 28 giugno si registra il flop del bonus giovani del precedente governo Letta: solo 22.000 assunti, invece dei 200.000 che erano stati previsti stanziando lo scorso agosto 800 milioni di euro. [Risposta alla domanda del 26 giugno 2013: sembrerà strano, ma un’azienda che non ha ordini in portafoglio non viene incentivata ad assumere da una riduzione delle tasse sulle nuove assunzioni.]

    A conferma di quanto dichiarato dal presidente del Consiglio nella conferenza stampa dell’8 aprile sulle previsioni rigorose e i numeri seri, sfuma definitivamente l’incremento del Pil del +0,8 per cento previsto dal DEF per il 2014 e, a fortiori, la speranza di una smentita in positivo. Secondo l’Istat la crescita sarà dello 0 per cento. È diminuita anche l’inflazione, perché i consumi non sono cresciuti nonostante il bonus di 80 euro stanziato dal governo. Bankitalia e Confindustria valutano che l’effetto espansivo è stato praticamente nullo (+0,2 per cento sui consumi, +0,1 per cento sul Pil nel biennio 2014-2015) e confermano i dati Istat sulla stagnazione. Tuttavia prevedono, tanto per cambiare, che in futuro il Pil crescerà anche più di quanto precedentemente previsto, questa volta dell’1,3 per cento nel 2015, contro l’1 per cento stimato a gennaio.

    Il 30 giugno l’Istat conferma che il Pil nel primo trimestre 2014 è diminuito dello 0,1 per cento rispetto al periodo precedente e dello 0,5 per cento su base annua. L’economia è tornata a scendere dopo il +0,1 per cento congiunturale dell’ultimo trimestre 2013. Il tasso di disoccupazione a maggio raggiunge il 12,6 per cento, con un aumento di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e di 0,5 punti nei dodici mesi. Rispetto al massimo storico del 12,7 per cento raggiunto a gennaio e febbraio, l’Istituto mette in evidenza un leggero miglioramento. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è stabile al 43 per cento: in calo di 0,3 punti percentuali su aprile, ma in crescita di 4,2 punti su base annua. In termini assoluti i disoccupati sono 3.222.000, gli occupati 22.300.000 (61.000 meno dello scorso maggio).

    Non riuscendo i governi in nessun modo a far ripartire la crescita, l’istituto di statistica dell’Unione europea elabora una revisione del sistema di calcolo del Pil (Sec 2010) introducendo tra le attività che concorrono a definirne l’ammontare: i servizi della prostituzione, il contrabbando di alcol e tabacco, il traffico di droga. Su questa revisione Matteo Renzi fonda la speranza di una ripartenza col botto dopo le vacanze estive, come dice allusivamente ai mass media. Invano il 23 giugno l’ufficio studi di Bankitalia aveva provato a frenare gli entusiasmi prevedendo che il ricalcolo «Avrà di sicuro un effetto sui livelli assoluti del Pil, ma non sul tasso di variazione. La dinamica congiunturale resta quella». L’arma segreta, che più volte ha fatto prefigurare alla fantasia del premier una sorpresa positiva nell’ultimo trimestre dell’anno, potrebbe rivelarsi spuntata.

    Il 1 agosto l’infaticabile Presidente del Consiglio illustra in conferenza stampa le linee guida di un decreto legge battezzato Sblocca Italia, destinato, nelle sue intenzioni, a facilitare l’esecuzione di grandi opere pubbliche non ancora avviate, opere edili e infrastrutture, snellendo le procedure e sottraendo agli enti locali ogni potere decisionale in merito.

    Il 6 agosto l’Istat comunica che nel secondo trimestre il prodotto interno lordo italiano è calato dello 0,2 per cento. Poiché nel primo trimestre la diminuzione era stata dello 0,1 per cento, l’Italia è di nuovo in recessione, dopo esserne uscita solo alla fine del 2013. La variazione del Pil acquisita per il 2014, cioè quella che si avrebbe se fino a fine anno non ci fossero variazioni, è pari al -0,3 per cento e costituisce il livello più basso registrato negli ultimi 14 anni.

    Anche Germania e Francia oscillano tra calo del Pil e stagnazione. Il Pil tedesco diminuisce per la prima volta dal 2012, facendo registrare un -0,2 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo. Il dato è peggiore delle attese che indicavano una possibile flessione del -0,1 per cento. In Francia l’economia non ha avuto incrementi per due trimestri consecutivi. Le attese erano di un incremento dello 0,1 per cento. Crescita 0 per tutta l’area euro nel secondo trimestre.

    Le successive smentite delle sue previsioni rigorose e dei suoi numeri seri, inducono il ministro Padoan a dire: «Il Pil non basta più, il benessere dei cittadini ha più dimensioni». [Versione aggiornata della favola della volpe e l’uva: dopo aver posto a fine della politica economica la crescita del Pil, non esserci riuscito e dubitando di riuscirci in futuro, il ministro s’accorge che non è così importante.] Il guaio è che la diminuzione del Pil farà salire il rapporto deficit/Pil a un livello più alto rispetto al 2,6 per cento che il governo aveva inserito cinque mesi prima nel Documento di economia e finanza. Quindi non sarà possibile aumentare il debito per sostenere la crescita. A complicare le cose ci si mette anche la deflazione. Alla fine d’agosto l’indice dei prezzi al consumo misurato dall’Istat segna un calo dello 0,1 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Non accadeva dal 1959, però allora l’economia era in forte espansione e la variazione dei prezzi al ribasso avvenne in una fase di tassi negativi durata sette mesi e non sette anni. Gli 80 euro in più nelle buste paga non sono serviti a rilanciare la domanda, ma l’evidenza non impedisce al premier di sostenere che gli effetti espansivi si vedranno in futuro.

    Il 29 agosto Il Consiglio dei Ministri approva il decreto legge Sblocca Italia

    A metà settembre l’Istat presenta i valori del Pil degli anni precedenti, ricalcolati col nuovo sistema che include le attività illegali. E, finalmente, senza che sia cambiato nulla nell’economia reale, il Pil cresce. Nel 2011 risulta di 1.638,9 e non di 1.579,9 miliardi di euro come precedentemente indicato, con un incremento di 59 miliardi, pari al 3,7 per cento. Ma il rapporto deficit/Pil è migliorato molto meno delle aspettative: solo di 0,2 punti, scendendo dal 3,7 al 3,5 per cento. Nei due anni successivi gli incrementi apportati al Pil dalle attività illegali non riducono le variazioni percentuali sull’anno precedente: nel 2012 la diminuzione sul 2011 scende dal -2,4 al -2,3 per cento, nel 2013 rimane invariata al -1,9 per cento sul 2012.

    Tornando alla dura realtà del presente, le previsioni dell’Ocse valutano che il Pil italiano nel 2014 farà registrare una flessione più alta del previsto, raggiungendo il -0,4 per cento, invece del +0,5 per cento che aveva previsto a maggio e del +0,8 per cento previsto dai calcoli seri del governo.

    Di ritorno dal G20 in Australia, il 24 settembre il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan dice in un’intervista: «Per definizione una crescita nominale così bassa, data da crescita reale negativa [come dire, per fare un esempio che non c’entra niente, che un minus habens ha un’intelligenza reale negativa] e inflazione molto bassa, è un problema in più per la dinamica del debito. Se la crescita nominale fosse più in linea con gli obiettivi della Bce, l’Italia vivrebbe su un pilota automatico. Il nostro surplus strutturale al netto degli interessi, più tassi d’interesse ragionevolmente bassi sul debito e una crescita nominale superiore al 2 per cento, sommando un po’ di crescita reale e un po’ di inflazione, darebbero risultati chiari: il debito sarebbe in calo a velocità più che soddisfacente». [«Se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un tram» era più facile da capire e più efficace, ma non l’ha inventata un economista, per di più con esperienza internazionale].

    A settembre i prezzi al consumo si riducono di un ulteriore 0,1 per cento. Nella fascia d’età dai 15 ai 24 anni il tasso dei disoccupati sale al 44,2 per cento (+1 per cento sul mese precedente, +3,6 per cento su base annua). Secondo l’Istat il Pil dovrebbe registrare una nuova flessione anche nel terzo trimestre. Il governo rivede le stime di crescita dell’economia: dal +0,8 al -0,3 per cento nel 2014, ma, tranquilli, nel 2015 risalirà, un po’ meno del previsto, ma risalirà: dello 0,6 anziché dell’1,3 per cento. Il rapporto tra deficit e Pil sarà al 3 per cento nel 2014, la soglia limite prevista dagli accordi europei, e al 2,9 per cento nel 2015.

    Per aumentare la domanda e rilanciare la crescita il premier propone di mettere nella busta paga dei lavoratori dipendenti del settore privato il 50 per cento del Trattamento di fine rapporto, pari a una somma che oscilla tra i 50 e i 100 euro al mese a seconda dello stipendio lordo iniziale.

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Discussion One Response

  1. 9 ottobre 2014 alle 09:39

    Finchè si continuerà ad anteporre nell’azione politica (ed economica) il soldo alla persona e finchè varranno, ovunque, considerati criteri quantitativi rispetto a criteri qualitativi (es istruzione universitaria), il risultato sarà una sostanziale cecità sui problemi reali.
    Quanto scritto trova tutta la mia approvazione. Postilla su questione TFR: siamo di fronte ad un potenziale disastro sociale. Non parlo del presente, ma di quello che sarà il futuro di padri di famiglia che non saranno in grado nemmeno di dare la mancia ai loro figli o un aiuto per la formazione di una nuova famiglia. Il famoso tesoretto delle famiglie destinato a svanire per sempre.
    Credo sia importante informare l’opinione pubblica di quanto può accadere: non servono rissose mobilitazioni pubbliche circensi, e nemmeno partiti autoreferenziali (ormai demodè). La crisi della rappresentanza è dato attuale e culturale! Solo la cultura e la curiosità possono fare dell’uomo qualunque, un attore politico e sociale. A presto. RC

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