• 26nov

    Dalla Turchia alla Basilicata, il territorio vittima delle fossili

    Con l’approvazione dello Sblocca Italia (o Sblocca Trivelle, come lo ha ribattezzato Greenpeace) e del suo articolo 38 saranno semplificate le autorizzazioni per numerosi progetti di trivellazioni petrolifere, da nord a sud.

    In Basilicata sembra che da quando le trivelle hanno iniziato a lavorare, circa vent’anni fa, ne siano successe di tutti i colori. Dall’inquinamento del sottosuolo e delle falde acquifere in Val d’Agri, alla moria di animali nei pascoli e nel lago Pertusillo, alla vegetazione che non cresce più. Migliaia di agricoltori hanno abbandonato le loro terre (oltre 24 mila aziende agricole in dieci anni hanno chiuso, il 31,9 per cento, con punte del 60 per cento nell’area della Val d’Agri, per un totale di 25 mila ettari in meno di superficie coltivata).

    Numeri che pesano e che spiegano perché l’opposizione sia trasversale e coinvolga anche i vescovi della Basilicata che hanno espresso l’auspicio che “ogni attività che interessa e interesserà il nostro territorio risulti compatibile con lo sviluppo autoctono della regione, con la valorizzazione delle sue tante valenze umane, ambientali ed economiche”.

    La battaglia lucana ricorda quella della Turchia dove cinquemila ulivi sono stati sradicati per far posto ad una centrale a carbone, nonostante la popolazione locale li presidiasse per difenderli da ben 52 giorni, e a dispetto di una sentenza del Consiglio di Stato che chiedeva di fermare il progetto.

    Le foto che arrivano da Soma mostrano i braccianti feriti, i contadini che piangono abbracciati ai loro ulivi («sono i miei figli», diceva un’anziana). E infine le piante sradicate e gettate fra le zolle. A prendere le parti degli abitanti del villaggio è stato anche il vice primo ministro Numan Kurtulmus, secondo il quale “l’ambiente non può essere lasciato nelle mani del capitalismo selvaggio”.

    L’abbattimento violento e gratuito ai danni di ulivi secolari è stato consumato nell’illegalità: gli uliveti erano infatti protetti da una norma che limita l’installazione di siti industriali a non meno di tre chilometri dalle colture.

    Ma la cosa più triste è che in Turchia come in Italia, con lo Sblocca Italia, prevalga sempre la logica che estrarre o consumare combustibili fossili, responsabili dei cambiamenti climatici, sia la priorità. E non la difesa del territorio, dell’agricoltura e dei prodotti tipici. Un vecchio modello di economia che non ci porta da nessuna parte e accelera solo la distruzione del nostro maggior tesoro.

    Fonte: LaStampa.it

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