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  • 31dic

    Un’arte che è un augurio

    Non è mai semplice formulare degli auguri che non siano banali, retorici e scontati. Non è detto dunque che l’impresa riesca. Tuttavia è giusto e doveroso rivolgere ai tanti lettori di questo nostro spazio, dei sentiti auguri.

    Solitamente queste sono le ore in cui si tentano bilanci e nuovi propositi. Non so perché vi sia questa tendenza che attraversa e sfiora un po’ tutti noi. Personalmente non amo molto fare bilanci né propositi che durano lo spazio di una notte. Credo che i propositi veri, nella vita delle persone siano davvero pochi e di qualità. Sono quelli che solitamente segnano una svolta, sono sentiti fortemente dentro e soprattutto non possono essere legati ad una sola data.

    Per cui nessun bilancio e nessun buon proposito da fare.

    Vorrei in questo breve spazio tentare una riflessione su un tema molto sottaciuto ma che sta crescendo in maniera pericolosa. E in modo pericolosamente silenzioso. La rabbia.

    Se in questi giorni si tende ipocritamente ad essere più buoni – come le marionette – c’è da dire che complice anche la crisi economica, la rabbia e la violenza sta guadagnando terreno senza che molti se ne accorgano.

    Sicuramente aprendo un giornale o una stazione radio o un sito web di informazione, possiamo imbatterci in episodi di cronaca nera che hanno per oggetto vittime innocenti e per soggetti persone armate di tanta rabbia repressa o mal gestita.

    Dinnanzi a tali casi siamo subito portati ad emettere un giudizio di sdegno e di condanna. Ed è giusto e doveroso. Tuttavia, sovente commettiamo l’errore inconscio di pensare che un tale atto ed un tale evento non potrà mai toccare o sfiorare le nostre persone. Ne come soggetti aggressivi né – si spera – come vittime dirette o indirette.

    Forse per scaramanzia o meglio ancora per una forma di difesa, siamo portati ad escludere tale epifania di male nella nostra esistenza. E speriamo che sia sempre così.

    Tuttavia l’epifania grossa del male, trova mille forme per portare avanti il suo lavoro. Ed un bacino a cui si alimenta e cresce è appunto il sentimento della rabbia e dell’aggressività. Ora chi di noi, anche il più buono o mansueto, non ha provato almeno una volta tale sentimento? Direi che nessuno ne è escluso. Fa parte di noi e il nostro compito è appunto quello di accettarlo, vederlo e abbracciarlo. Senza reprimerlo e senza far finta che non vi sia. Pena l’esserne travolti improvvisamente.

    La rabbia è un sentimento che ha sicuramente qualcosa da dirci, ma che se non ben incanalato può essere causa di enorme sofferenza per noi e per coloro che vivono accanto a noi.

    Primo elemento dannoso della rabbia è la mancanza di comunicazione. Quando due persone arrabbiate tentano di parlare, sembra solo una gara a chi urla di più per mostrare le proprie ragioni. Si tende alla distruzione dell’altro e non a comprendere le ragioni altrui.

    Un secondo elemento delle persone travolte da questo sentimento manifestano è un pessimismo cosmico. Sembra che non vi sia più speranza per nulla e niente, che tutto sia destinato ad un oblio certo. Manca il senso della vita e il continuo cercare senza mai trovare, può sfociare in astio verso il mondo e in coloro che lo abitano.

    Un terzo elemento di tale manifestazione è l’invidia e la gelosia verso chi ce l’ha fatta o chi sembra andare avanti nella vita. Allora il sentimento di rabbia si autoalimenta alla foce dell’impotenza apparente nel non saper o poter cambiare le cose, fino ad una escalation che porta all’esplosione violenta.

    Un quarto elemento è anche la chiusura al mondo esterno. La mancanza di comunicazione, di fiducia nel futuro e l’incapacità a gioire della vita per se stessa, portano inevitabilmente ad una chiusura progressiva dentro se stessi. E la mancanza di un vero confronto e di una sana comunicazione sono l’habitat naturale e ottimale per farsi le proprie verità, costruire i propri nemici, rimuginare su singoli episodi.

    Oggi, questi brevi tratti appena accennati, sono sempre più diffusi e accentuati anche dalla crisi economica. Possiamo dire che “il re è nudo”. Una volta crollato quasi definitivamente il mito del benessere solo attraverso il tanto avere, il denaro e il potere, ci si riscopre impreparati antropologicamente alle nuove sfide che il terremoto umano sta attraversando. Vengono fuori tutte le nostre fragilità umane. La vera precarietà.

    La crisi economica sfocia inevitabilmente in quella umana. Anzi ne affonda le radici. Non stupisce quindi la possibilità di un abbruttimento umano. E’ una possibilità. Ma può essere anche una valida occasione per ripensare alcuni aspetti umani trascurati per troppi anni.

    Cosa vi è dietro una persona arrabbiata con se stessa e con il mondo? Solo o principalmente cattiveria? Sono convinto che dietro certa aggressività vi si celi molta sofferenza e un immenso bisogno di amore e protezione. Le persone più difficili da amare sono quelle che ne hanno più bisogno.

    E allora cosa fare, prima a partire da noi stessi per poi giungere agli altri? Credo che innanzitutto vadano recuperati alcuni legami fondamentali con se stessi e con la natura. Con se stessi cercando di trovare sempre più spazio durante il giorno per rientrare in se stessi, per evitare il frammentarsi interiore che è causa sempre di male e di malattie (corpo e mente non sono mai scisse!).

    Con la natura, perché è verissimo che noi siamo ciò che mangiamo, e spesso noi mangiamo rabbia e violenza. Senza voler essere uno spot per vegetariani e vegani (non lo sono ma li rispetto tantissimo e li stimo) , se approfondissimo come vengono “allevate” certe carni che mangiamo anche in questi giorni di festa, potremmo capire che stiamo mangiando la rabbia e la violenza instillata  da noi uomini e subita da questi poveri esseri. Basterebbe vedere come sono trattate le galline per produrre più uova. Oppure vedere come sono violentate giovani mucche e i loro vitellini, per sfamare i nostri cenoni. Sono animali che muoiono spesso arrabbiati e letteralmente impazziti per i trattamenti “sanitari” che ricevono da noi umani.

    Quando finiscono nei nostri piatti, noi mangiamo carne, molecole arrabbiate, aggressive. Noi siamo ciò che mangiamo.

    Ecco allora che la nostra attenzione deve ritornare su questi due punti almeno, per esercitare la nostra responsabilità, per curare il vero benessere nostro e di tutti gli abitanti della terra.

    Per fare questo però bisogna sviluppare una capacità fondamentale. La compassione. Questa non è la pietà di cui noi occidentali siamo bigottamente strapieni. La compassione, anche etimologicamente è cum-patire, con-patire, soffire con. E’ la capacità di sapersi immedesimare nelle sofferenze altrui. La capacità di saper ascoltare profondamente e di mettersi al posto, nella situazione altrui. La capacità di ascolto dell’altrui sotria e dell’altrui sofferenza senza giudizio e senza condannare la persona. La possibilità di farsi porto sicuro, con calma, per le altrui sofferenze. Questo spegne le rabbie e le aggressività nostre e di coloro a cui teniamo particolarmente.

    La compassione è la capacità che ci rende donne e uomini veri, che fa scendere all’essenziale della vita. E’ un vero atto terapeutico per chi lo pratica e per chi lo riceve.

    E’ il passaggio fondamentale per instaurare quella rivoluzione culturale che ognuno di noi deve mettere in atto nelle propria vita.

    E’ un’arte che va imparata. E’ l’augurio sincero per ogni giorno delle nostre vite.

    Alessandro Lauro

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Discussion One Response

  1. 3 gennaio 2015 alle 15:35

    Tutto perfetto. Grazie.
    E quando smetterai di mangiare
    cadaveri tu starai meglio e io
    ti vorro’ ancora piu’ bene.
    rosella

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