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  • 07gen

    Delfina, Totò, L’Ilva e Taranto.

    Taranto, 3 gennaio 2015

     

    Cara Delfina,

    ti scrivo dal quartiere Tamburi di Taranto, proprio a ridosso dall’acciaieria dell’Ilva, dove Filomena, Gennarino ed io siamo ospiti di amici. Il primo impatto che abbiamo avuto arrivando è stato quello di una qualsiasi periferia urbana. Triste e anonima come tutte le altre. Scatolette squadrate di case a due piani allineate nei primi anni sessanta ai due lati della strada principale, un rettifilo che arriva dal centro della città e finisce in uno slargo che è difficile chiamare piazza, dove, davanti alla facciata della chiesa, c’è il capolinea dell’autobus. Basta però fare due passi per rendersi conto che non si tratta di una periferia urbana qualsiasi. Gli scatoloni squadrati di quattro o più piani costruiti nella seconda metà degli anni sessanta e negli anni settanta hanno ricoperto solo una delle due aree ai lati del rettifilo, perché l’altra, a ridosso della fila di scatolette a due piani e di un piccolo cimitero, è delimitata dalla lunga e alta recinzione metallica dell’acciaieria, schermata da una rete a maglie fitte. A quella rete è affidato il compito di trattenere entro il perimetro della fabbrica le polveri che il vento solleva da una collinetta di 68 ettari, formata dagli scarti di lavorazione degli altiforni e chiamata impudentemente parco minerario. Come se la parola parco fosse in grado di esorcizzare la nocività di quelle polveri e la rete avesse il potere di impedire la loro diffusione tra le case del quartiere e nei polmoni dei suoi abitanti. Ma quella che entra nei polmoni non si vede e quella che si deposita sulle facciate delle case viene pudicamente nascosta dall’ampia gamma delle sfumature di rosso con cui sono state appositamente dipinte.

    Non sono così ingenuo da scandalizzarmi per il fatto che la parola parco, che indica un’area naturalistica tutelata, o una grande superficie di territorio progettata per ospitare esclusivamente alberi, arbusti e prati, sia stata utilizzata da qualche farabutto per definire un luogo in cui l’inorganico ha soppiantato l’organico e lo soffoca, si producono e si utilizzano sostanze nocive, si scaricano nell’aria, nel suolo e direttamente in mare sostanze di scarto inquinanti. Mi scandalizza che questo uso della parola per esprimere il contrario del suo significato, che questo ossimoro così spudorato, non sia percepito come tale e sia penetrato nel linguaggio comune senza suscitare resistenze da parte di chi sa bene che quella collina non è un parco, ma una discarica a cielo aperto di materiali nocivi di cui ogni giorno respira le polveri. E chiama con naturalezza parchi eolici le file di tralicci alti più di cento metri che a pochi chilometri di distanza riempiono di materiali inorganici i terreni agricoli e ne alterano i profili, chiama parchi fotovoltaici le spianate di ferro e silicio che hanno soppiantato le produzioni agricole di cui i loro antenati hanno vissuto per secoli, tanto ci sono i parchi commerciali, dove si possono comprare la frutta e la verdura coltivate dall’altra parte del mondo.

    «Non mi sembra il problema più grave – mi ha detto il mio amico – in fin dei conti si tratta solo di parole. Il nostro problema più grave sono i tumori». Secondo l’indagine denominata Sentieri (Studio  Epidemiologico Nazionale dei Territori e Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento), coordinata dall’Istituto Superiore di sanità e presentata al Ministero della Salute il 18 settembre 2012, l’incidenza dei tumori nell’area circostante il sito dell’Ilva è stata maggiore del 15 per cento rispetto alla media rilevata in 44 dei 60 SIN, Siti d’Interesse Nazionale per le bonifiche ambientali (i siti più inquinati d’Italia) nel periodo 2003-2009, con un picco del 30 per cento in più per i cancri al polmone. Si sono inoltre registrati: un eccesso di decessi per malattie respiratorie acute tra il 50 per cento negli uomini, e il 40 per cento nelle donne; un aumento del 10 per cento nella mortalità per le malattie dell’apparato respiratorio; incrementi significativi di contrazione di malattie per tutte le cause nel primo anno di vita dei bambini; livelli di diossina nel sangue degli allevatori di masserie nelle vicinanze dell’Ilva «consistentemente più elevati di quelli osservati a distanze maggiori». Dati legati all’inquinamento prodotto dall’acciaieria, come ha sottolineato il rapporto: «Molteplici studi di monitoraggio ambientale e campagne di misura delle emissioni industriali effettuati nell’area di Taranto  hanno evidenziato un quadro di inquinamento ambientale diffuso, ma anche il contributo rilevante del polo industriale cittadino, in particolare il complesso dell’Ilva, ai livelli ambientali di inquinanti di interesse sanitario». I nostri amici, che fanno parte del comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, sostengono che la tutela della salute, soprattutto quella dei bambini, è più importante dei posti di lavoro. Che non si può continuare a subire il ricatto di essere costretti a scegliere tra la vita e l’occupazione, che occorre realizzare delle bonifiche radicali e sostituire i cicli di lavorazione nocivi con processi di produzione e tecnologie non inquinanti.

    Ammesso che ciò sia tecnicamente possibile, una scelta di questo genere comporta un ribaltamento di valori rispetto a quelli perseguiti da un sistema economico e produttivo che ha finalizzato l’economia alla crescita della produzione di merci. Fino a quando si continuerà a confondere la parola lavoro con la parola occupazione, ovvero a credere che non lavora chi fa qualcosa di utile per sé e per la propria famiglia ma non riceve in cambio un reddito monetario perché non vende ciò che fa né la sua capacità di lavorare, pensando che invece lavori solo chi riceve un salario in cambio di ciò che fa, anche se quello che fa non ha nessuna attinenza con la soddisfazione delle sue necessità vitali, o addirittura danneggia la propria salute e i luoghi in cui vive, finché nell’immaginario collettivo il significato della parola lavoro sarà questo, la costruzione di un impianto siderurgico sarà considerata una benedizione e l’abbattimento di decine di migliaia d’ulivi per fargli posto non sarà considerata una perdita. Fino a quando si continuerà a credere che prima dell’acciaieria, che ha compromesso l’agricoltura e la pesca, ha inquinato le acque, l’aria e i suoli, ha distrutto la bellezza di un paesaggio unico al mondo e la bellezza che vi avevano aggiunto col loro lavoro le generazioni precedenti, gli abitanti della provincia di Taranto erano poveri perché avevano pochi soldi, dimenticando che non avevano bisogno di comprare tante cose perché erano capaci di prodursele col loro lavoro, si disprezzerà il passato e le sue persistenze, lasciandole marcire senza rimpianti. E il presidente della Regione, capo del partito più a sinistra nel Parlamento, si potrà permettere di solidarizzare col capo del personale dell’acciaieria per lo «scatto felino» con cui ha tolto il microfono a un giornalista che si permetteva di fare domande scomode all’amministratore delegato, senza timore di essere preso a calci nel sedere dai suoi elettori.

    Siamo andati a fare un giro in città. Il borgo antico, costruito sulla piccola penisola incuneata tra il golfo del mare grande e i due golfi del mare piccolo intrecciati come il simbolo dell’infinito, è in una condizione di degrado che stringe il cuore. Antichi palazzi con le facciate di pietra calcarea in totale abbandono: molte finestre chiuse da muri, persiane e portoni sbilenchi, ringhiere dei balconi arrugginite e divelte, modanature slabbrate e corrose. Il primo colpo l’ha ricevuto negli anni ottanta dell’Ottocento, dalla botta di modernità arrivata in conseguenza dell’unità d’Italia con la costruzione dell’Arsenale Militare Marittimo nel mare piccolo, il taglio dell’istmo che lo collegava all’entroterra, la costruzione del ponte girevole sul canale e di importanti edifici pubblici e privati nel borgo nuovo. La seconda botta di modernità, che l’ha avviato definitivamente al declino, l’ha colpito negli anni sessanta del secolo scorso, con la costruzione dell’acciaieria più grande d’Europa e di una raffineria da parte di due imprese statali, l’Italsider e l’Agip. Una scelta condivisa da tutte le forze politiche, che individuavano nell’industrializzazione del mezzogiorno un obbiettivo fondamentale per la crescita dell’economia nazionale. I due impianti industriali occupavano una superficie più ampia di quella della città e davano lavoro, direttamente e nell’indotto, a più di 40.000 persone. Sarebbe bastato molto meno per convincere la popolazione che si stava aprendo un futuro di abbondanza e benessere, che sarebbero finite le ristrettezze e la miseria del passato, che un operaio valeva più di un contadino e la regolarità di decine di migliaia di salari a fine mese valeva l’abbattimento di decine di migliaia di ulivi, la distruzione delle masserie, lo stravolgimento degli habitat marini, le limitazioni alla pesca, all’agricoltura e all’allevamento. Che il fumo delle ciminiere era il profumo del progresso e i mobili di fòrmica erano migliori dei mobili di legno perché si puliscono più facilmente con lo spray pubblicizzato in televisione da una simil-casalinga con ostentato accento milanese, ma soprattutto perché sono nuovi; che il cemento armato è più solido della pietra calcarea e il borgo nuovo, con tutti quei palazzi moderni – struttura in calcestruzzo, tamponature in foratini e tapparelle di plastica – dove si ammassavano coloro che erano usciti dalla miseria perché a fine mese ricevevano un salario che bastava appena a comprare quello che i loro padri non dovevano comprare perché lo autoproducevano, non poteva rimanere privo di una cattedrale nuova, coerente col nuovo modo di costruire. Come si potevano ancora soddisfare le esigenze spirituali in una cattedrale barocca del settecento, nel borgo vecchio, da cui chi poteva scappava via? Occorreva affidare la progettazione di una concattedrale a un architetto milanese esperto in cemento armato, a cui fu offerta l’opportunità di sfogarsi, allineando una serie di sfilze di enormi pali di calcestruzzo traforati da rombi scontornati da strisce di ferro colorate di verde, che già dieci anni dopo avrebbero avuto bisogno di una manutenzione per la quale però non bastavano le offerte dei fedeli, che erano più ricchi dei loro padri ma preferivano spendere i loro salari nei supermercati.

    So che condividi queste mie valutazioni, Delfina, ma non siamo in molti a pensarla così. Anche se, a dire il vero, il numero delle persone che si stanno liberando dai condizionamenti mentali della modernità aumenta, suscitando le reazioni isteriche di chi pensava che avessero uniformato il modo di pensare e l’immaginario collettivo. Per screditarci ci accusano di essere conservatori, o peggio ancora reazionari. Di far finta di non sapere che nelle società pre-moderne si soffriva la fame, la durata della vita era più breve, c’erano limitazioni e disagi che oggi non sarebbero più accettati. Di essere ingenui e sognatori, o in malafede. Di non avere una mentalità scientifica e di non conoscere la storia. Di voler imporre limitazioni alla libertà di scelta delle persone e riduzioni forzate dei consumi. Di voler fermare il progresso e tornare indietro. «Ma il progresso non si ferma e indietro non si torna», dicono con toni che non ammettono discussione, senza rendersi conto che in questo modo sono proprio loro a limitare quella libertà di scelta che pretendono di difendere. Entrare nel merito della discussione se si stava meglio prima o si sta meglio adesso, richiederebbe molto tempo, perché bisognerebbe analizzare dove si sono registrati dei miglioramenti e dove ci sono stati dei peggioramenti. E in ogni caso molte di queste valutazioni rispondono a criteri soggettivi. Qui, nel quartiere Tamburi, dove gli effetti negativi della modernità, dell’ideologia del progresso e della tecnologia usata come strumento di dominio sulla natura si sono manifestati con la massima intensità, mi sono rafforzato nell’idea che i limiti delle società premoderne, con un’economia prevalentemente agricola, poco tecnologizzate, sottoposte a rigidi vincoli comunitari, dovevano essere talmente forti da non far vedere i problemi creati dai cambiamenti economici e sociali che hanno consentito di superarli. Quindi non mi sento un conservatore che rimpiange il passato. Ma il cambiamento che è avvenuto era l’unico cambiamento possibile? È stato un miglioramento totale? Mi basta guardare dalla finestra, vedere la polvere rossa accumulata sui davanzali e immaginare quella che mi è entrata nei polmoni in questi giorni, vedere il fumo che esce dalle ciminiere dell’acciaieria, lo sbuffo che sale in cielo quando vengono effettuate le colate, ricordare i racconti delle mamme con i bambini ricoverati nei reparti oncologici degli ospedali, leggere le denunce degli studiosi dei fondali marini, per sostenere che il cambiamento è stato devastante. E se si fa un bilancio, gli aspetti negativi superano quelli positivi. Non mi sento pertanto nemmeno progressista. Credo che ci sarebbe stato bisogno di un cambiamento diverso da quello che c’è stato e continua, giorno dopo giorno, incessantemente a esserci. Anziché finalizzarle ad accrescere la produttività, si potevano indirizzare le innovazioni tecnologiche a ridurre il consumo delle risorse e le emissioni inquinanti. Non c’è solo l’alternativa tra andare avanti sulla strada dei decenni passati o tornare indietro a quello che c’era prima. Bisogna essere decisamente ottusi per non capire che c’è anche la possibilità di andare avanti in una direzione diversa. Dalla finestra di questa casa vedo la rete che dovrebbe difendere i polmoni degli abitanti del quartiere Tamburi dalle polveri del parco minerario, il pennacchio di fumo che esce senza interruzione da una ciminiera, gli scatoloni dipinti di rosso, dove si vive con la preoccupazione costante di avvertire all’improvviso un dolore che non si capisce come possa essere arrivato ma non sembra intenzionato ad andarsene più. E penso che non sia stato un progresso lasciare andare in rovina il borgo vecchio e la coltura dei mitili per questo quartiere e quella fabbrica. Quanto meno quel modo di vivere e lavorare aveva futuro. Questo no.

    Ti lascio Delfina, perché i nostri amici hanno pensato di portarci a Martina Franca. Lì, ci hanno detto che il centro storico, urbanisticamente e architettonicamente molto simile al borgo vecchio di Taranto, pur essendo stato circondato da concrezioni successive di edifici moderni negli anni del boom economico, è stato conservato con cura ed è di una bellezza struggente. Sta a vedere che ritorno a casa più conservatore che progressista.

    Un abbraccio

    tuo Totò

     

     

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