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  • 15apr

    Gli integralisti del vuoto (a perdere) e i palloni color rosso sangue

    Parlare di qualcosa quando tutti ne parlano è pura e banale ridondanza; parlarne per dire qualcosa che gli altri non dicono è già qualcosa di più. Ma farlo quando tutti hanno smesso di parlarne conferisce all’argomento un significato ulteriore, quello della permanenza nel tempo. Significa porlo al di fuori della cultura del consuma e getta che pervade anche l’informazione, perfino la cultura. Parliamo dunque, qui e adesso, dei campionati del mondo di calcio. Perché quello che vi accade supera l’esile dimensione dell’effimero e del contingente e getta un’ombra sinistra sull’intera nostra sociocultura.<br>

    Il mio primo ricordo di essi risale agli anni ’80 quando vivevo a Pisa nelle vesti di uno “studentino” (ci chiamavano così gli autoctoni) più o meno di belle speranze. Accadde che un giorno, uscito di casa, mi trovai a camminare per le strade deserte di una città che appariva completamente spopolata e su cui gravava un silenzio che altrove avrei percepito come magnifico ma che lì, dove non avrebbe dovuto esserci, appariva pesante, tetro, innaturale. Camminai per svariati minuti, una strada dopo l’altra, incontrando ovunque la stessa immobilità e lo stesso silenzio. Poi da ogni direzione, da ogni casa, da ogni finestra esplose una cacofonia improvvisa e unanime di urla frenetiche, sguaiate, selvagge, che scemò lentamente fino ad affondare nuovamente nel pesante, rigido silenzio di prima, rotto ogni tanto da qualche vomito estemporaneo di urla isolate, stridule o gutturali, in cui a malapena si riusciva a distinguere una traccia di parole articolate. L’atmosfera era spettrale, sinistra, mi sembrava di essere, più che nell’ormai nota Toscana, fra i muri inverosimili di R’Lyeh, la città infernale dei racconti di Lovecraft. L’esplosione di urla si ripeté una decina di minuti dopo, e poi ancora, due, tre, quattro volte. Infine, magicamente, le strade tornarono a popolarsi. La partita si era conclusa.<br>

    Fu in quegli stessi anni, forse in quegli stessi giorni, che inciampai nella prima pagina di un quotidiano, non importa quale: in certe circostanze, lo sappiamo bene, sono tutti uguali. In alto, a tutta pagina, a caratteri giganteschi, c’era il titolo della drammatica notizia del giorno: “Italia, fine di un sogno”. Il dramma spaventoso cui era devoluto cotanto spazio e cotanto pathos era la sconfitta della squadra italiana di calcio e la sua eliminazione dai campionati mondiali. Nella stessa pagina, ma in fondo, c’era un altro titolo su appena tre colonne, piccolo, dimesso, assediato da tutti i lati da colonne e colonne di cronache e commenti, che immaginai tragici e angosciosi, sulla partita perduta. Il titolo diceva: “Terremoto in Iran, 6000 morti”. Una notiziola di nessun conto, cosa volete che siano una manciata di cadaveri, iraniani per di più, di fronte alla catastrofe che ci ha colpiti?<br>

    Sempre in quegli anni, per l’esattezza il 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles, poco prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool, i cosiddetti “hooligans” del Liverpool massacrarono 39 persone. La partita si disputò lo stesso e i torinesi non esitarono a invadere ugualmente le strade per festeggiare la vittoria della Juventus. Ancora una volta: chi se ne frega dei morti? L’importante è vincere la partita.<br>

    Pochi anni dopo, il 15 aprile 1989, nello stadio di Hillsborough a Sheffield (Inghilterra) riescono a fare ancor “meglio”: i morti questa volta sono 96. Schiacciati, soffocati dalla folla impazzita. Succede che la partita sta per iniziare ma l’ingresso nello stadio avviene con esasperante lentezza. Di questo passo il fischio di avvio avverrà quando migliaia di persone saranno ancora fuori. Il nervosismo fra la folla cresce. Gli organizzatori allora pensano di aprire alcuni cancelli, verso cui la folla si precipita. Ma ciò si rivela un errore perché quei cancelli conducono a una strettoia. E qui si scatena l’inferno. 96 morti abbiamo detto. Per non perdere l’inizio di una partita. Colpa degli organizzatori, scrivono i cronisti. O non piuttosto di un fanatismo collettivo che non conosce freni? A nessuno sembra inaccettabilmente incongrua la proporzione fra l’esilità della causa e la sfrenata violenza del comportamento della folla. Perché cosa è più terribile dell’entrare nello stadio a partita già iniziata? È ovvio che la folla si sia comportata così anziché dire: pazienza, l’inizio lo vedremo domani in televisione. E qui non possiamo nemmeno dire che si tratta di frange particolarmente violente di una tifoseria “estrema”. Qui dobbiamo dire, come dei gioiosi torinesi il giorno della strage di Bruxelles, che si tratta di gente qualsiasi: del vicino di casa, di quel tale appena incrociato per strada. Di gente orrendamente qualsiasi.

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    Andiamo avanti e giungiamo all’anno 2012 d. C., cioè all’altro ieri e a trent’anni di distanza da quella prima pagina che ho descritto sopra. E si replica. La squadra italiana di calcio giunge questa volta alla finale ma non riesce a tener testa alla squadra avversaria, la Spagna mi pare. Perde. Perde clamorosamente, perde disperatamente, perde tragicamente, luttuosamente, irrevocabilmente. Proprio come trent’anni fa. “La Spagna entra nella storia” si legge, nuovamente a caratteri enormi, sulla prima pagina di un quotidiano. Perché la storia, si sa, è fatta di partite di calcio. Sono proprio identiche, le prime pagine di oggi, a quell’altra vecchia di tre decenni, compresa la presenza, di lato, o sotto, insomma nella posizione defilata delle notiziole di nessun conto, di un titolino minuscolo: “Kenia, scorre il sangue dei cristiani”. Questa volta i morti sono “solo” 17 oltre tutto, e meno male che sono cristiani, fossero stati induisti o musulmani non avrebbero avuto nemmeno il beneficio di quel trafiletto.<br>

    Ma i campionati del 2012 di morti se ne sono lasciati alle spalle molti di più: 20.000 dicono alcuni. Sono i randagi massacrati dalle “autorità” ucraine perché non offendessero con la loro antiestetica presenza gli sguardi sensibili delle tifoserie internazionali. Ma nuovamente, chi se ne frega! La partita innanzi tutto. E poi, sono solo animali, no? Come quelli massacrati a Pechino qualche anno fa in occasione delle olimpiadi.<br>

    Ma quarant’anni fa i campionati del mondo furono giocati con altrettanta indifferenza nell’Argentina del dittatore Videla, dove i cadaveri erano umani, e dove dunque il grigio paravento dello specismo, la scusante ottusa del “sono solo animali” non aveva appigli di sorta. Anche lì dunque la filosofia del «chi se ne frega di…!» fu quella che alla fine si ritenne cosa buona e giusta sbattere in faccia al mondo.<br>

    Anche nell’Ucraina di oggi, come nella Cina delle recenti olimpiadi e nell’Argentina che fu dell’ormai deposto ma impunito Videla, pare che i diritti umani siano roba da trafiletto, se è vero che i premier italiano e spagnolo, andati in quel 2012 fino a Kiev per presenziare alla “storica” finale (domanda ingenuissima: a spese loro o dei rispettivi contribuenti?), hanno ritenuto di dover soltanto ricordare con tiepida delicatezza l’argomento e «auspicare che…».<br>

    Cancelliamo il calcio dal mondo dunque? Non ne sentirei la mancanza. Fin dagli anni dell’infanzia mi risultò di una monotonia mortale lo spettacolo di quei ventidue individui in mutandoni che trottano dietro le contorte evoluzioni di un pallone per l’insostenibile durata di un’ora e mezza con in più la voce di un telecronista imbastita su toni che conoscono tutti i gradi intermedi fra il tecnico pedante e l’isterico spinto. E poi il signor Rossi trova monotoni i film “d’autore”! Del calcio non sentirei la mancanza dicevo, ma non è questo il problema. Per quanto possa apparire sorprendente al lettore, questo non è un articolo contro il calcio. Se il calcio sparisse dal mondo, non per questo esso sarebbe migliore. Il calcio è soltanto una delle infinite modalità attraverso cui il signor Rossi industrializzato vomita sul mondo il fanatico integralismo di una sociocultura che ha fatto del vuoto assoluto il proprio valore universale. Possiamo dire con il linguaggio dell’antropologia o, a scelta, della psicologia sociale, che il problema non è il calcio bensì i contenuti simbolici che a esso sono stati associati: il calcio è un rito di aggregazione collettiva del tutto analogo alle cerimonie orgiastiche di certi popoli primitivi. Non è il calcio in sé a essere importante bensì il momento di aggregazione che esso costituisce, in cui la sociocultura celebra se stessa, la sua identità di gruppo. Ma soprattutto il suo narcisismo di gruppo. E naturalmente li celebra da par sua. È questa forsennata identità collettiva il vero problema.

    Concludo dunque con un ultimo esempio che, pur non avendo nulla a che fare col calcio, è in perfetta sintonia con i precedenti. Andiamo indietro di pochi mesi rispetto ai campionati del 2012: è il 25 febbraio e una nave da crociera italiana sta andando alla deriva a causa di un guasto. Giungerà in porto con 24 ore di ritardo. Una “sventura” intollerabile per i mille crocieristi. Ecco dunque gli immancabili articoloni sui giornali. E anche questa volta, a margine, defilato affinché non dia troppo fastidio, l’esile, noioso contorno di un trafiletto che annuncia l’ennesima strage. Questa volta a Homs («mai sentita nominare»), in Siria («Ah sì! Sta in Africa, mi pare; o forse in Asia»). Massacrate cinquecento persone, fucilate intere famiglie, anche un bimbo di dieci mesi. Poche righe frettolose, ed è anche troppo. Fucilato anche un bimbo di dieci mesi. In Siria. Ma chi se ne frega! Una crociera rovinata è più importante.

    Filippo Schillaci

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