• 02apr

    MDF CUNEO: intevista allo sceneggiatore di “The Repairman”

    Pubbliciamo di seguito l’intervista che il circolo MDF di Cuneo ha realizzato  a Francesco Scarrone, sceneggiatore del film “The repairman”

    D. Il film tocca molti temi attuali: la precarietà, i licenziamenti, l’inquinamento elettromagnetico, la superficialità/ipocrisia dei rapporti sociali, il riuso/riparazione delle cose, e il disagio di chi percepiscer tutto questo. In ultima analisi ci sembra che i punti di contatto con il mondo della Decrescita Felice non siano pochi. Infatti il film ha avuto molto successo tra i “decrescenti”. Come autori del film chiediamo se qualcuno di voi ha avuto contatti con il mondo e le idee della decrescita e se conosce MDF e, nel caso di risposta affermativa, quanto questa realtà ha influenzato il vostro lavoro.
    R. Della decrescita felice me ne parlò una volta Paolo Mitton, il regista del film, che aveva giusto letto un libro in proposito. Il lavoro tra me e Paolo non si è mai limitato alla semplice scrittura. Discutiamo di tutto: dal calcio ai viaggi, alla storia, all’economia.
    E’ indispensabile condividere valori, per scrivere insieme e creare una storia a quattro mani. Ebbene, per tornare alla decrescita felice, me ne parlò dopo aver letto un libro che ne raccontava i tratti fondamentali. Devo ammettere che in seguito io non approfondii l’argomento. Per quanto ciò possa essere, quindi, un deficit, parlando con voi, debbo comunque rilevare che lo stile di vita del personaggio mi pare rappresenti in qualche modo quasi un omaggio ad un modello di vita in “decrescita”. Il fatto che lo si abbia scritto senza essere pienamente a conoscenza del vostro movimento, mi sembra l’esemplificazione perfetta del fatto che, pur senza incontrarsi, le idee si inseguono. Insomma; non abbiamo seguito teorie, o concetti altrui, abbiamo cercato di riprodurre sullo schermo, qualcosa che sentivamo nostro, senza sapere che tante altre persone la pensavano nella stessa maniera. Anzi proprio il fatto di non avere mai incontrato dei decrescenti felici, ci faceva dubitare di essere dei folli visionari. Di vedere il mondo in una maniera avulsa dalla realtà. E’ bello sapere di non essere totalmente pazzi. O forse lo siete anche voi. Ma almeno così ci teniamo compagnia.
    D. – Scanio Libertetti (cognome non casuale?) è apparentemente, specie nel giudizio dei “!normali”, un disadattato, incapace di ritagliarsi un ruolo nel mondo così com’è. Potrebbe essere che stia confusamente cercando un altro modo di stare al mondo, sia pur senza consapevolezza ?
    R. – Guarda, la domanda è bellissima. Necessiterebbe ore e ore di dibattito. Non è che abbiamo delle risposte pronte. In queste settimane giriamo per l’Italia, su e giù nelle sale cinematografiche, e facciamo incontri col pubblico, e parliamo, e discutiamo, svisceriamo le cose. Così vengono fuori sempre pensieri nuovi e diversi.
    Innanzitutto il nome. Sì. C’è un nome che non è un nome. O meglio, tutti lo sbagliano. Tutti lo chiamano Ascanio. Questo è indicativo del fatto che a quasi tutti sfugga la vera natura del protagonista. Il nome di una persona è una cosa molto importante. E’ ciò che ti identifica. Quando sbagliano il tuo nome ti dà un senso di malessere, perché si intacca quasi la tua dignità di persona. Il cognome, poi, è quasi un inno alla libertà. Libertetti: ma che bello (lo posso dire perchè il nome lo ha trovato Paolo Mitton, quindi non mi faccio i complimenti da solo: vale!). Libertetti ha tutto lì dentro: c’è il ciel, i comignoli, i sogni che ti stanno sopra il naso e la concretezza dalla casa sotto di te. E’ un punto di transito tra la terra e il cielo. Un po’ come dire Testatralenuvole.
    Insomma Scanio, sì, più che un disadattato, forse è un incompreso. Una persona che la gente non capisce fino in fondo. Neppure i suoi amici. Anzi, soprattutto i suoi amici. Abbiamo, da un lato, cercato di creare un personaggio che fosse l’antitesi del precario tipo. Cioè, Scanio non è uno che ha studiato per bene, è andato a scuola con ottimi risultati, che è uscito laureato con il massimo dei voti. No. Scanio è confusionario, ha pezzi di apparecchi qua e là per la casa. La sua vita è uno specchio del suo carattere. E’ un antieroe. Scanio, diciamocelo, è indifendibile. E’ lui che si crea con le proprie mani, disgrazie e sfortune. Un po’ come tutti noi, se vogliamo. Solo che solitamente si da la colpa ad altri. Lui, tutto sommato, è uno che le responsabilità se le sa assumere. E questo mi piace molto. Scappa dalla figura del trentenne piagnone. E ci scappa proprio a causa di quella indifendibilità. Qualche recensione ha scritto che lo prenderesti a schiaffi. E’ vero, hanno ragione, Ma a volte lo coccoleresti anche molto. Poi c’è il discorso dell’inventare., Tu dici “cerca un modo nuovo per stare al mondo”. Sì. Scanio è un riparatore, ma il riparatore del titolo è detto in senso ironico; è uno che di lavoro ripara oggetti, ma che poi non è capace di riparare le sue relazioni sociali, i rapporti con la fidanzata. E’ ironico quel riparatore.
    Perché Scanio, in realtà, è un inventore. Lui guarda la vita con occhi nuovi. Così come cerca di creare uno strumento nuovo per misurare i campi elettromagnetici, nello stesso modo cerca di creare un nuovo tipo di rapporto con Helena. Dopo, sì, quando si rende conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano, allora tenta di riparare la relazione, ma, guarda caso, quando fa le cose per bene, tutto gli va male. Non ne è capace.
    In effetti, non solo Scanio cerca un nuovo modo per stare al mondo, ma ci si potrebbe spingere fino a ribaltare i termini e dire che vuole adattare il mondo intero al suo modo di vivere. Forse è un grande rivoluzionario incompreso.
    D – Scanio non è certo perfetto. quindi l’idea è che si fa ciò che si può e come si può, ma l’importante è farlo ?
    R – Parzialmente ho già risposto a questa domanda. Diciamo che un po’ è così. Al tempo stesso l’idea di base era che ognuno abbia la sua maniera di trovare la felicità. La felicità, o la serenità, è qualcosa di diverso per ognuno di noi. Non si può escludere che qualcuno sia felice, davvero felice, comprandosi scarpe o mangiando radicchio. Va benissimo. Liberissimi di farlo. Scanio è felice nel suo modo di vivere; nel suo modo completamente imperfetto di vivere, lui sta bene. Ma sotto la pressione degli altri i dubbi nascono.Da qui l’interrogativo allo zio Ma secondo te io sto male ? Quando poi cerca di percorrere una via che non è la sua, i guai scendono da ogni parte. In qualche modo non abbiamo voluto fare un film anticonvenzionale (è anzi, molto classico) ma abbiamo cercato di descrivere una persona anticonvenzionale. Nella stessa misura, però, abbiamo tentato di rimanere equidistanti, di dare ad ognuno le proprie ragioni e le proprie motivazioni. Proprio perché non ci si può permettere di giudicare la vita di Scanio, erra giusto cercare di non giudicare la vita degli altri, degli amici, per esempio. Va rispettato il fatto che gli “Abbraccioni” siano tutto casa e famiglia, o che la Zoe abbia partecipato al rito della fertilità Himba o che Fabrizio sia uno yuppi in carriera. Va bene, va bene tutto. Il rispetto è la base per la libertà. Poi, posso non condividere, ma posso rispettare. Anche perché, come diceva Renoir (regista, non pittore), il grande problema nella vita è che ognuno ha le sue ragioni.
    D. – Scanio appare un perdente nato ma, alla fine, non è uno sconfitto, anzi… Forse l’alternativa non è “vincere” uno scontro, ma cercare, appunto, altre strade? Dopotutto l’anatra, dopo lo shock da linee dell’alta tensione, si rialza in volo e riappare nel finale. Allora è possibile concretamente sperare ?
    R. – Se è possibile sperare? Abbiamo fatto un film a 35 anni, senza l’aiuto di nessuno, producendolo con soldi privati, senza sovvenzioni pubbliche, in un’Italia dove tutti dicono che senza calci nel sedere non si va avanti, dove si dice che bisogna essere raccomandati, dove si piange sulle nostre rovine. Certo che si può sperare ! Non il film, ma il fatto che siamo riusciti a girarlo e che oggi sia nelle sale, è la più grande riprova che tutto è possibile, che con la forza di volontà, la caparbia testardaggine, si possono affrontare le difficoltà. Spero che il nostro esempio possa spronare le persone, e dimostrare che un periodo di crisi, per quanto difficile sia il dirlo, può diventare anche una grande occasione. Quando vivevo in Irlanda è arrivata la grande crisi del 2008. Ebbene, è stato in quel momento che si è verificato un boom di produzione di dischi. I problemi economici sviluppano risorse e capacità incredibili. E insomma: siamo o non siamo in Italia? Coi problemi ci abbiamo convissuto per secoli ed è sempre stata la fantasia a salvarci. Dobbiamo imparare di nuovo ad usarla, questa salvifica fantasia. Ed anche il film, certo, trovo che abbia un finale forse dolceamaro, ma non negativo. L’anatra nel finale riprende a volare, e passa attraverso i tralicci dell’alta tensione che all’inizio l’avevano fulminata. L’anatra è cresciuta, ha imparato a schivare i rischi. Il finale diventa positivo nel momento in cui si verifica l’accettazione dei problemi. Perché pretendere di avere una vita perfetta? Nessuno ce l’ha. Perché raccontarla allora al cinema. No. La cosa veramente importante non è avere una vita perfetta, è imparare, invece, che la vita è piena di problemi, e che con questi problemi bisogna conviverci. Non possiamo cancellare i guai, ma possiamo provare a passarci in mezzo. Mi sembra francamente un messaggio molto positivo. E poi, come dice Scanio, ma che vita sarebbe se non ci fossero i problemi!
    Un grazie da MDFCuneo a Francesco Scarrone per la sua disponibilità.

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